Testo di — FRANCESCA BERNASCHI

 

17 ragazze di Vanessa Schneider

 

L’America è la terra che appare più fertile per coltivare i sogni, dove davvero tutto può accadere, nel bene e nel male.
Se questa sia una storia sul bene o sul male è difficile di dire, soprattutto perché non si può dividere tutto in sole due parti: esistono numeri pari e numeri dispari. Ci sono il nero, il bianco e in mezzo il grigio.

Tutto ha inizio nel giugno del 2008 a Gloucester, cittadina del Massachussetts, con 17 ragazze tra i 15 e i 18 anni che decidono di sconvolgere, una volta per sempre, le loro vite.
Non si tratta di partire per un lungo viaggio alla scoperta dell’Europa o di compiere il più diabolico dei crimini con una banda che farebbe invidia persino alle Charlie’s Angels.

Il progetto è più ampio ed elaborato, forse troppo: rimanere tutte e 17 incinte, insieme. Accudire i 17 bambini, che nasceranno, tutte insieme.
Ma crescere un figlio non è come pettinare e cambiare una bambola o portare e dare da mangiare ad una cane.
Un figlio non è uno strumento di ribellione contro una quotidianità opprimente.

Questa incredibile storia non ha soltanto ispirato il romanzo di Vanessa Schneider, “17 ragazze”, ma anche un omonimo film di Delphine e Muriel Coulin, premiato al Festival di Cannes e di Toronto.

Nel romanzo la vicenda viene raccontata a più voci, scorrendo le pagine e le storie delle diverse ragazze non c’è da stupirsi che alcune abbiano preferito una scelta del genere alla routine cui erano abituate prima.
In altri casi viene da chiedersi come si faccia ad avere così poca capacità di giudizio.

Nella realtà il fenomeno suscitò non poche polemiche, la stampa e la televisione pullulavano di aggiornamenti e interviste: tutti volevano parlare delle 17 ragazze incinte, tutti volevano parlare con loro e, finalmente, lo scopo era stato raggiunto.

Qualcuno si era accorto, davvero, di loro.

Sì, perché quello che accomuna tutte le giovani protagoniste è la mancanza, più o meno accentuata, di attenzioni. Qualcuno che le guardi e le ascolti per davvero; che non le giudichi e non le inquadri in schermi preordinarti.

Nel liceo da loro frequentato sono stati inviati medici e psicologi, aumentate le ore di educazione sessuale e 140 delle loro compagne sono state fatte sottoporre per controllare se fossero anche loro incinta.
L’assurdo è che essere in dolce attesa non dovrebbe essere visto come una malattia, come una via di fuga o un grido di aiuto.

Nel 2009 è stata trasmessa una delle serie televisive che sta facendo la fortuna di MTV: “16 & pregnant”, letteralmente “16 anni e incinta”. Mostra tutto, nei minimi particolari.
Dimostra quanto delle bambine non siano in grado di crescere altri bambini.

C’è poco da dire, a 16 anni siamo ancora bambine, più di quanto non vogliamo ammettere e tuttalpiù si potrebbe soltanto essere le madri di una Barbie.

Credo che quanto accaduto dimostri che non bisognerebbe solo dedicare più ore all’educazione sessuale, molto probabilmente basterebbe dedicare più ore all’ascolto degli altri.

 

 

 

 

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