Testo di – ALBERTO ANDREETTA

 

Capitolo 2

Continua l’avventura del Torino Film Festival, continua la mescolanza di generi e stili, le giornate dalle 9 a mezzanotte al cinema e (ahi voi) continuano la recensioni.

The devil’s candy – Sean Byrne

Il TFF non tradisce mai la propria passione, come si è detto assolutamente non esclusiva, per il film di genere; quindi ecco un altro horror. Un pittore che ascolta musica metal, un bambinone di 50 anni e 100 chili che sente le voci e Satana ansioso di nutrirsi di bambini, le sue caramelle. Questi gli ingredienti di questo film che, nonostante non spaventi più di tanto, riesce comunque a dare una bella dose di energia e ad inquietare, soprattutto con l’abbinamento dei quadri di Jesse alla forte componente musicale. La parte migliore è sicuramente quella finale, con una deriva truce, ma che diverte, con urla, spari, presenze, fuoco e fiamme, decisamente “heavy”. Non mancano i difetti, alcuni inserti sono poco utili agli sviluppi del film (la parte inerente al promotore di opere d’arte), mentre alcuni passaggi sono decisamente troppo affrettati, ma è comunque un film godibile e divertente. Da non sottovalutare l’esplorazione alternativa degli usi di una chitarra.

Coma – Sara Fattahi

Film in concorso al festival e opera prima della regista siriana che racconta in maniera particolare la guerra che si sta vivendo. La vicenda si sviluppa interamente all’interno della casa dove vivono nonna, madre e figlia di una famiglia benestante, le quali cercano di vivere normalmente la quotidianità. Tra telegiornali che elencano il numero delle vittime e esplosioni vicino a casa, le donne passano il tempo guardando soap opera, giocando a carte e chiacchierando. Tra la noia e lo sconforto emergono anche altre problematiche legate al vivere la guerra. Molti piani fissi, scene molto lente e primi piani insistiti mirano proprio a sviscerare i sentimenti e le emozioni delle protagoniste, in un contesto che, nel loro caso, non ha portato alla morte fisica, ma ad uno stato di vita non vissuta, di morte cerebrale, di coma. La situazione delle donne diviene così paradigma della situazione del paese tutto. Il film alle volte sembra girare su se stesso, perdendo un po’ la bussola; bene, ma non benissimo.

Kilo Two Bravo – Paul Katis

Altro film di guerra. Ancora su quella in Afghanistan.  Ma questa volta made in UK. Provincia di Helmand, due avamposti dell’esercito inglese assistono ad una vendita di prigionieri da parte dei talebani. Decisi ad intervenire, si vedono costretti a guadagnare postazioni più favorevoli vista la lontananza dall’obiettivo e scendono così nello uadi ai piedi della collina sulla quale sono attestati, quando il primo di questi, Stu, mette il piede su una mina. I soldati si ritrovano così nel bel mezzo di un campo minato, dal quale non posso uscire e sulle cui mine continuano  a saltare in aria i loro compagni. Film di guerra atipico, vista la mancanza di combattimenti, è girato interamente nella zona dove i feriti, intrasportabili in attesa dell’elisoccorso, devono essere medicati, riuscendo a trarre tensione dalla staticità coatta dei protagonisti. Il regista riprende tutta la vicenda dal punto di vista dei soldati impegnati nell’azione, soldati, ragazzi, coraggiosi e spaventati, desiderosi di tornare a casa dalle fidanzate, di sposarsi, che cercano di sopravvivere sdrammatizzando continuamente e scherzando senza tabù. È interessante sottolineare che il campo minato non è posto dai talebani, ma è un residuo dell’invasione sovietica, a indicare come si stia ancora lottando contro un retaggio di errori passati. Il regista Paul Katis, presente in sala dato che la proiezione era la prima italiana, ha dichiarato di aver trovato non poche difficoltà per la realizzazione del film data la contrarietà del Ministero della Difesa britannico, visto il taglio poco propagandistico, con i soldati che periscono inutilmente, in modo che pare insensato. Altra curiosità, il film è stato girato in Giordania, e il re ha sostenuto la produzione prestando elicotteri e piloti per le riprese.

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