Rubrica di—LEONARDO MALAGUTI

 

 

 

0x27aLA COMMEDIA: Prima Pagina (di Billy Wilder, con Jack Lemmon, Walter Mattau, Susan Sarandon, USA, 1974)

Il giornalista Ildy Johnson (J. Lemmon) , deciso a ritirarsi dalla professione, viene convinto dal suo squinternato direttore (W. Matthau) a scrivere un ultimo pezzo sull’esecuzione di un condannato a morte. Con esiti imprevisti. Wilder recupera un soggetto già trasposto sul grande schermo da Milestone (The Front Page, 1931) e Hawks  (La signora del venerdì, 1940) e lo rielabora secondo il suo stile: il risultato è una commedia affilata come un rasoio che non risparmia nessuno nel suo ritratto grottesco e ancor’oggi attuale di un’America nevrotica, corrotta e contraddittoria. Con una regia a orologeria, una sceneggiatura infallibile e una coppia di protagonisti al proprio meglio, Prima Pagina è indubbiamente uno dei picchi della commedia à la Wilder. 

 

0x27bIL DRAMMA:  Interiors (di Woody Allen, Diane Keaton, Richard Jordan, Geraldine Page, USA, 1978)

Tre sorelle si riuniscono attorno alla madre per aiutarla dopo che il marito l’ha lasciata, ma quando quest’ultimo rivela l’intenzione di sposare un’altra donna, le speranze di riconciliazione che ella nutriva vanno in frantumi, così come la famiglia attorno a lei. Seconda grande cesura nel cinema di Allen, che abbandona del tutto i toni della commedia per rendere il suo personale omaggio a Bergman, confezionando un dramma asciutto, teso e carico di tutte quelle angosce che accomunano lui e il regista svedese. Forte di una regia di grande impatto (anche grazie alla fotografia di Gordon Willis) e di un gruppo di attrici di prim’ordine, Interiors è un dramma di indiscutibile forza emotiva. 


0x27cIL FILM DI GENERE: Il Grande Inquisitore (di Michael Reeves, con Vincent Price, Rupert Davies, Ian Ogilvy, GB, 1968) 


Nel 1645 in Inghilterra, durante la rivoluzione guidata da Cromwell, l’inquisitore Matthew Hopkins va a caccia di streghe da condannare a morte, rovinando la vita di un giovane ufficiale. Michael Reeves dirige un horror di rara bellezza, luminoso, naturalistico, crudo, che offre uno spaccato storico violento e realistico capace di richiamare angosce ancestrali. Vincent Price, costretto dal regista ad una recitazione sotto le righe, fa una delle migliori performance della sua carriera, offrendoci un antagonista infernale che rimane impresso nella memoria.

0x28aIL PIACERE PROIBITO:  Dick Tracy (di Warren Beatty, con Warren Beatty, Al Pacino, Madonna, USA, 1990) 


Il detective Dick Tracy, integerrimo tutore della legge, combatte ogni giorno con i boss della malavita della città e in particolare con “Big Boy” Caprice, indiscusso signore del crimine. Finché un nuovo bandito non arriva in città…Dimenticate Nolan, questo cinefumetto è un trionfo di finzione: colorato, folle, divertente, un mondo dove tutto è a due dimensioni, compresi i personaggi, che sono buoni o cattivi, senza vie di mezzo. Una gioia per gli occhi e per il cuore, capace di rendere tutto il gusto del fumetto originale regalando la sensazione di toccare con gli occhi inchiostro e carta stampata. Cast tutto di star capeggiato da un granitico Beatty e da un Pacino a briglia sciolta.

0x28bLA GRANDE INTERPRETAZIONE:  Diario di uno Scandalo (di Richard Eyre, con Judi Dench, Cate Blanchett, Bill Nighy, GB, 2006)

Anziana insegnante di una scuola della periferia Londinese fa amicizia con una giovane collega. Se ne invaghisce, ma scopre che questa ha una relazione con uno studente così decide di ricattarla. Un thriller psicologico brillante al servizio di due attrici straordinarie che intonano un duetto privo di stonature. Cate Blanchett nel ruolo dell’eterea ingenua è perfetta, un angelo dissoluto di prorompente sensualità, mentre Judi Dench fa venire i brividi tanto è inquietantante come vecchia zitella piccolo-borghese dalla sessualità repressa, rabbiosa e manipolatrice. Una delle interpretazioni più intense degli ultimi anni.

0x28cIL CAPOLAVORO:  Il Fantasma della Libertà (di Luis Buñel, Adriana Asti, Julien Bertheau, Adolfo Celi,  FRA, 1974) 

Passeggiata nel surreale in quattordici episodi. Penultimo film di Buñel e certamente una delle (tante) vette della sua cinematografia, è una carrellata senza pause di genialità pura, a metà tra il grottesco, l’onirico e il demenziale. Ogni episodio contiene in sé una carica anarchica capace di sovvertire le regole della società e della logica, con una spontaneità è una leggerezza che lasciano di stucco per la loro capacità di scardinare e mettere alla berlina l’ostentata serietà di un mondo (quello occidentale) ormai caduto nel ridicolo. Quest’opera è più di un film, è una satira feroce, un quadro surrealista e il manifesto felice e ribelle di un uomo che ha fatto dell’immaginazione il suo vessillo.

 

 

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