Testo di – LEONARDO MALAGUTI

 

 

Il Racconto dei Racconti è un’opera anomala, anti-moderna, che si snoda controcorrente rispetto a tutto ciò cui ci hanno abituato il cinema e la narrativa contemporanei, e per questo può risultare non immediatamente accessibile: tutto si svolge in superficie. “Superficie” e “superficialità” fuori da qualsiasi accezione negativa, anzi, in contrapposizione all’esasperata (e per buona parte esasperante) ricerca di profondità che al giorno d’oggi sembra dover accompagnare indiscriminatamente qualsiasi storia, il dramma da camera come il film di supereroi. Garrone si separa da questo trend già dalla premessa, scegliendo delle fiabe (adattate dal Cunto de li cunti, raccolta di 50 racconti di Giambattista Basile, edito a Napoli tra il 1634 e il 1636) dal sapore arcaico, prive di pretese pedagogiche, novelle che sono la matrice delle fiabe a sfondo “psicanalitico” che ci sono giunte dalle rielaborazioni romantiche in poi. Sono storie superficiali, appunto, racconti di azioni, non significati: il gesto A porta al gesto B che fa scaturire gli effetti C. Questo non vuol dire che siano meno complesse o d’impatto, tutt’altro, ma può forse creare un iniziale senso di smarrimento nello spettatore: le vicende dei tre racconti colpiscono in quanto semplici, violente e sconcertanti, popolate da figure ipnotiche e tragiche che lentamente trasportano nel gorgo inesorabile del loro destino. Sono storie d’amore primitivo, cieco, folle, che mostrano i rapporti umani nella loro impulsività e fallacia, senza abbellimenti romantici, senza edulcorazioni.

Dal punto di vista cinematografico, invece, Garrone sceglie di contrastare la crudezza dell’impianto narrativo creando un’esperienza esteticamente sconvolgente e, ancora una volta, di superficie: cuce addosso alle vicende una veste sfarzosa e barocca, una gioia per gli occhi e per il cuore, che dà uno spessore tattile, quasi epiteliale, non solo alle storie ma allo schermo. La fotografia di Peter Suschitzky è straordinaria, anomala per un film italiano, dagli infiniti rimandi pittorici, dal Rinascimento italiano al Romanticismo tedesco, dal Quattrocento fiammingo di Brueghel a Grünewald e Rembrandt, dai Preraffaelliti alle illustrazioni di Arthur Rackham, il tutto senza mai citare in maniera diretta, ma solo attraverso un taglio di luce particolare, il colore di un drappo, lo sfumato lattiginoso dell’acqua. La luce dà vita ai costumi, ai luoghi (tutti italiani, tutti reali, da Castel del Monte in Puglia alle Grotte dell’Alcantara in Sicilia), alla pelle: si tratta, di creare una pelle cinematografica fatta di carne, di rughe, di luce ed ombra, che rivesta questi personaggi atavici e renda le loro ferite dolenti e tangibili, innervandole in modo che possano fremere e pulsare, in modo che lo spettatore possa sentire, per una volta, non solo con il cuore o la testa, ma anche con il tatto. Il Racconto dei Racconti è un’opera materica, dove l’immagine è creata cercando una texture che la intarsi e vivifichi: e così Garrone costruisce le inquadrature facendo in modo che ci sia sempre un pattern a rendere l’immagine complessa e tridimensionale. Che sia il muro bianco cesellato del castello di Selvascura o un labirinto o il lussureggiare di piante e licheni nella foresta, l’inquadratura ha sempre una rete di vene, dei pori, delle asperità. Così, mentre i personaggi cambiano pelle – trasformandosi in mostri, ringiovanendo/invecchiando, scorticandosi o scorticando – anche il film li segue e muta con loro.

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Garrone, poi, sempre sul filo di questa ricerca, sceglie di usare il meno possibile effetti speciali digitali, optando per l’uso di trucco, protesi e creature “meccaniche”, dando così un senso di artigianalità che  richiama la magia semplice e sbalorditiva dei primi film di fantasia. E se è vero che in quei primi film muti tutto era ricostruito in studio mentre qui molte delle ambientazioni sono ambientazioni storiche reali o luoghi naturali realmente esistenti e accessibili, l’effetto finale è estremamente vicino, la magia evocata è la stessa, grazie alla capacità di Garrone di “alienare” i luoghi e renderli anti-storici, di farne dei veri castelli immaginari. E forse possiamo prendere ad esempio una scena che, particolarmente, ci dimostra ciò: quella in cui il Re (John C. Reilly) all’inizio del film, calatosi in uno scafandro/armatura, scende nel fiume per uccidere il drago marino. Girata nella meravigliosa location delle Grotte dell’Alcantara, sembra di trovarsi davanti ad uno dei set di cartapesta di Méliès: l’inquadratura fa sì che le pareti frastagliate e perlacee delle Grotte occupino tutto lo sfondo, come una sipario di roccia, mentre il Re indossa uno scafandro che tanto  ricorda Ventimila leghe sotto i mari di Vernes e poi lo vediamo immergersi nelle acque lattiginose, e tutto è così fiabesco da sembrare irreale, costruito.

Il titolo dice il vero: in queste tre fiabe possiamo ritrovare tutti i racconti della tradizione, dal Principe e il Povero ad Amore e Psiche (la scena in cui il Re Vincent Cassel illumina con  una candela il volto della donna addormentata nel suo letto di cui non ha mai visto le sembianze rimanda, a parti invertite, alla storia di Apuleio) ma sopratutto i topoi della tradizione fiabesca, come il doppio, la prova e la metamorfosi. Tutto questo, Garrone lo affronta con serio humor, con una crudezza composta che anche negli eccessi non travalica mai i confini dell’universo da favola in cui tutto si svolge. E’ una visione estremamente personale, d’autore, di una materia comune, popolare, che il regista è capace di affrontare senza tradire né il materiale di provenienza né la propria poetica, costruendo una realtà nuova, parallela, nelle cui regole tutto procede con un realismo sconcertante e tragico, che porta ad un finale che rifugge la catarsi e che, anzi, sottolinea la precarietà e la circolarità  della realtà fiabesca. È un mondo di equilibri che si mantengono rinnovandosi sempre nuovi e sempre simili e di equilibristi che possono seguire solo il filo su cui dondolano, mettendo un passo avanti all’altro sull’unica sottile superficie che li sostiene. Ma questo non ci impedisce certo di vedere il baratro su cui è tesa.

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