Testo e foto di – CHIARA ALFIERI

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“La sessualità è una produzione discorsiva piuttosto che un essenziale attributo umano”: con questa frase Michel Foucault, noto sociologo francese, rifiuta l’idea che la sessualità del singolo individuo possa essere autorevolmente definita, bisogna, invece, soffermarsi su come questa  si riproduce all’interno di un regime di potere e di conoscenza.

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Sulla scia di questa tesi nasce la teoria queer, una sorta di critica sociale e di sfida verso chi tende a etichettare il genere umano usando termini come “eterosessuale” o “donna”: una filosofia di pensiero che prende piede negli Anni Novanta smuovendo  le acque della società moderna ancora legata ai dogmi puritano-borghesi dell’inizio Novecento. È proprio in questo secolo che si sviluppano le più importanti correnti estetiche: il movimento dandy volto a esaltare l’eleganza, la raffinatezza, lo stile, caratteristiche che non si evincono solo dal buon gusto nel vestire, ma anche dall’elevazione intellettuale e da un certo savour affaire; la garçonne che ebbe un forte ascendente nella ridefinizione degli usi e costumi femminili degli Anni Venti e divenne lo spartiacque tra regimi di pudore differenti. Si ridisegna il genere femminile da un punto di vista sociale e culturale.

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Valerie Steele, nota studiosa  e direttrice del Fashion Institute of Technology di New York, mette in scena, tra le mura del suo museo, A queer history of fashion: from the closet to the catwalk: una storia “alternativa” della moda nella quale risale in superficie il mondo inesplorato dell’omosessualità e la sua influenza nello stile, nel fashion.

L’uso del termine queer non è casuale: se un tempo era usato con accezione negativa, ora è stato riadattato all’interno della comunità Lgbtq (lesbiche, gay, transgender, queer) e nel linguaggio accademico degli studiosi di queste tematiche sociali. Una scelta fortemente voluta  per  riappropriarsi di un’identità  non etichettabile come di genere ( “etero”, “uomo”, “donna”,…).

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Valerie Steele e Fred Dennis, curatori della mostra, si avventurano, con una certa consapevolezza, nei meandri della storia moderna per mettere in luce un argomento piuttosto contorto, considerando che nessuno prima d’ora ne aveva parlato: è un voler omaggiare la gayness e il ruolo di notevole importanza che ha ricoperto nel fashion world.

Nell’ esplorare i complessi legami storici tra sessualità, società e cultura è emerso un dato significativo: la cultura gay è stata fondamentale per la creazione della moda contemporanea e in questa mostra è tangibile  l’intenzione di voler recuperare il passato. Non a caso l’impianto è cronologico: la rappresentazione è un excursus storico che parte  dal XVII per poi approdare al  XX secolo, soffermandosi maggiormente sul Novecento e sulle principali correnti estetiche di quel periodo.

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Più di cento capi in esposizione raccontano tre secoli di storia della moda: da Cristòbal Balenciaga a Christian Dior, da Yves Saint Laurent e Pierre Balmain ad Alexander McQueen; si toccano i tratti salienti di questo percorso segnato da momenti storici importantissimi: la rivolta di Stonewall durante la quale gli omosessuali sono usciti “out of the closet”, la nascita dello stile butch, l’androginia, l’AIDS, con un omaggio agli stilisti uccisi dalla malattia come Perry Ellis, Halston e Bill Robinson. Infine, vi è una parte dedicata alla tradizione sartoriale dei matrimoni egualitari.

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Ogni singola creazione è stata scelta per rappresentare la donna ipersensuale, teatrale e trasgressiva vista con gli occhi del mondo queer; tra gli ever-green non poteva mancare l’abito di velluto con busto a cono di Jean Paul Gaultier (1984), il vestito da sera di pelle di Gianni Versace (1992) indossato da Naomi Campbell, l’abito di seta Plato’s dell’Atlantis Collection firmata Alexander McQueen (2010), l’abito in raso di seta champagne di Christian Dior (1954).

Per i modelli da uomo, carichi di pathos storico, vi sono il kilt con pantalone e la Gabardine di Jean Paul Gaultier (1984), l’ensemble di John Bartlett, custodito nel Metropolitan museum of art, l’ensemble di Tony Santore.

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La Steele punta i riflettori anche sugli stili di strada che nascono con una matrice queer: il punk e il clone, due movimenti subculturali che hanno fortemente influenzato, se non anche rivoluzionato, i dictat della moda. Le donne degli anni ottanta, precorritrici della moda punk, si distinguevano per uno stile asessuato indossando capi d’abbigliamento prettamente maschili come stivaloni neri dalla forma massiccia, pantaloni stracciati, giubbotto da motociclista e berretto: un processo evolutivo che passa dal paradigma estremo di butch-femme per poi procedere verso lo stile androgino.

Anche il clone gay degli anni settanta importa nell’enciclopedia della moda uno stile innovativo volto ad esasperare l’ipermascolinità dell’uomo etero: jeans, stivaloni e bomber sono gli indumenti di rappresentanza.

Dopo due anni di studi e ricerche questa mostra non vuole essere una mera esposizione di abiti e foto, ma molto altro. Lo si evince dalle parole di Fred Dennis: “Si tratta di onorare gli stilisti gay e lesbiche del passato e del presente. Riconoscendo il loro contributo alla moda, vogliamo incoraggiare le persone ad abbracciare la diversità” .

Ci sorprende come l’Alta Moda non sia mai stata considerata un luogo di produzione culturale gay, ma piuttosto un ambito dove era diffuso il “chiacchiericcio” più bieco riguardo l’orientamento sessuale dei designer:  A queer history of fashion: from the closet to the catwalk  svela l’arcano.

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