Testo di Giulia Bocchio

21 aprile 2016. Il sito internet TMZ comunica al mondo la morte di Prince, trovato senza vita all’età di 57 anni all’interno dell’ascensore della propria abitazione, sita alle porte di Minneapolis. E poco si sa delle reali cause, se non che il 15 aprile scorso il suo aereo privato, di ritorno da un concerto ad Atlanta,  aveva effettuato un atterraggio di emergenza seguito da un immediato ricovero del cantante in ospedale, subito giustificato dalla stampa e dal manager dell’artista come conseguenza di una acuta influenza; ma a meno di 24 ore dalla  notizia v’è già la nebbia degli oppiacei a creare una nebulosa e ad aleggiare sulla reale causa del decesso; e prevista per oggi è l’autopsia di quel corpo che in vita non fece che trasformarsi e rinnovarsi, subendo una delle più riuscite e immortali osmosi musicali oggi riconosciute.

E mentre l’immagine di una nebulosa viola, omaggio della Nasa, ieri ricalcava sui social il simbolo della sua consacrazione occorre tornare alle sfumature di quel riflesso ancora fulgido per accennare al suo vastissimo universo artistico.

Siamo nel 1984 e negli Stati Uniti Purple Rain non è solo un film premiato agli Oscar ma il brano che diverrà la colonna sonora di un’epoca, la lirica di una voce nuova, la natura sinfonica di una perpetua, geniale e destabilizzante definizione di musica capace di plasmare gli stili più inconciliabili, dal pop al rap, dal funk al rock classico, nonché

il linguaggio nero più aggressivo con quello bianco più identitario.

Siamo nel 1984 e a Prince Rogers Nelson è sufficiente solo il primo termine del proprio nome per essere riconoscibile, per presentarsi al mondo come un’icona del tutto nuova, come l’espressione più innovatrice, apocalittica ed esteticamente sorprendente del panorama musicale degli anni Ottanta; tanto che nello stesso anno, in Italia, La Repubblica scrive di lui :

 Prince è un androgino nero dai tratti demoniaci e arroganti che per molti versi può essere considerato l’esatta controparte di Micheal Jackson: inquietante, violento, (…) il più alto livello della black identity capace di piacere anche al pubblico bianco. Riunisce le ceneri del dopobomba, il narcisismo dandy della new wave elettronica. Prince è di quelli che sembrano nati già con il marchio della grande star. In un certo senso lo era già ai suoi esordi.

 Gli esordi appunto. In nome di un talento visionario e dell’assoluta volontà di volerlo esprimere liberamente attraverso la propria idea di musica, gli strumenti più diversi e gli stili più insondati, già a partire dal 1978, Prince diverrà per la Warner Bros il più giovane produttore discografico e il primo disco, For You, fu dunque scritto, interpretato, suonato e prodotto da Prince stesso. L’innata vena creativa lo porterà ad essere in un certo qual modo il più prolifico produttore di se stesso, esente da ogni canone nonché anticipatore delle vendite on line: è nota la reperibilità di svariati lavori unicamente accedendo al suo sito web.

L’ambiguità espressiva (e sessuale)  del personaggio, gli eccessi, le eccentricità, gli impulsi emotivi delle sue performance, i colorismi delle sue trasformazioni, i Grammy ottenuti, i 100 milioni di dischi venduti, le gesta dei suoi tour e l’indomabilità del suo impeto creativo fecero e fanno tutt’oggi di lui il simbolo cardine del nostro tempo e di un tipo d’arte che per esprimersi non può che andare controcorrente, creando un tempo e una visone nuova dello stesso concetto di ascolto.

Prince fu il compositore assoluto e l’interprete per eccellenza di una musica nervosa, dionisiaca, in tumulto, a tratti psichedelica, figlia orgiastica di sperimentazioni e contaminazioni tanto viscerali quanto convincenti e discusse. Dalle esplicite citazioni ai lavori d’avanguardia di Zappa, alle numerose collaborazioni con Miles Davis, che lo definì “il nuovo Duke Ellington”, sino a Madonna Prince incarnò sempre l’immagine iperbolica, sessualmente indefinibile, del proprio ego poliedrico, divenendo nel medesimo leggenda per i suoi milioni di seguaci e di se stesso inesausta icona.

E mentre il mondo intero lo omaggia e le città si tingono del colore malinconico di quel suo brano di pioggia viola,  risuona soprattutto l’universalità di quell’umana aspirazione verso qualcosa che possa sopravvivere alla mera mortalità :

It’s time we all reach out for something new,

That means you too.

 

 

 

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