Testo di – LINDA RUSCETTA

 

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Visitare Praga significa visitare mille mondi diversi in una sola città.

Quando sono arrivata ho subito scoperto che lo skyline non mente affatto: le guglie e gli edifici scuri e severi mi hanno accolto in tetri scenari da romanzi gotici. Ma Praga non è solo questo: è una città in cui respiri arte. Arte degli artisti di strada mentre passeggi, arte nei caffè letterari, arte in ogni angolo di ogni vicolo.

Sulle vie, oggi, non si riversa forma d’arte che non sia originale e spontanea, dai pittori che dipingono scorci colorati ai musicisti che arrangiano in chiave moderna vecchie canzoni popolari, incorniciando quei panorami che noi turisti andiamo scoprendo.

Un giorno mi sono ritrovata casualmente davanti all’entrata di una mostra e casualmente ho scoperto un’artista di cui non parla nessun libro di storia dell’arte. Ad Alfons Mucha, artista ceco, la città ha dedicato una timida mostra nella Casa Municipale presso Piazza della Repubblica, dal 10 aprile al 10 settembre 2013.​ Prima di entrare non avevo grandi aspettative, sinceramente. Prevedevo di conoscere un artista che aveva fatto la storia locale, ma non europea, che non aveva avuto la fortuna di “sfondare” anche nel mondo occidentale. Eppure sono uscita folgorata. Nonostante non ci fosse nessun tipo di indicazione se non schede in pseudo-italiano sparse nelle sale, nonostante ci fossero finestre maltenute, porte scorticate e vasi di fiori rinsecchiti poggiati “momentaneamente” su sedie di plastica, quelle opere erano davvero belle e stranamente attualissime.

Non era un’impressione, mi ero ritrovata al cospetto di uno dei grandi pionieri del design moderno, tutt’altro che un semplice decoratore, come direbbe qualcuno. Alfons Mucha di origini moldave si forma professionalmente a fine Ottocento tra l’Austria e la Francia, assorbendo le novità dal continente e importandole in Cecoslovacchia, la terra in cui è nato e a cui rimarrà sempre legato.​

Non è esagerato affermare che la fine dell’Ottocento, il tramonto di un Romanticismo dai vestiti vaporosi e ridondanti, primo ponte tracciato tra arte e industria, fosse lo scenario ideale per la maturazione di un art designer già quasi in una declinazione moderna. Il suo stile, lo “stile Mucha”, dopo più di un secolo è ancora imitato nella pubblicità, nelle locandine e nelle illustrazioni. E’ stato un profeta dell’ advertising, non c’e’ che dire.

Negli anni della fin du siecle le contraddizioni convivevano nella sensibilità della gente: mentre l’industrializzazione lavorava per portare alle masse qualsiasi tipo di bene di consumo, la sensibilità vittoriana suggeriva uno sguardo al passato, per imitare una perfezione ormai persa.  L’ Art Nouveau si ribellava al brutto e anche al vecchio, proponeva una grande novità: fornire all’industria i modelli artistici ereditati al fine di migliorare la qualità estetica della produzione di massa. Mucha, all’interno di questo filone, considerava l’industria un alleato piuttosto che un nemico: le sue decorazioni sinuose, floreali, in cui il realistico si perde nell’astratto, piene di citazioni simboliste e di richiami alle stampe giapponesi, sono al servizio di pubblicità di champagne, saponi liquori, biscotti, profumi, cartine da sigarette, di riviste. Il manifesto pubblicitario “Cigarette job” del 1898 rappresenta uno spaccato di vita: una donna in posa provocante alle prese con un’attività molto in voga presso l’aristocrazia femminile dell’epoca, quella del fumo. L’obiettivo della pubblicità (perché è di questo che si parla), inutile dirlo, è vendere, e con la bellezza femminile si attraggono sempre tante persone. Ma ciò che la rende unica è come il suo messaggio sia indirizzato alle masse: il lavoro, the Cigarette job, è sinonimo di eleganza. Mucha, in altre parole, ha lacerato la linea che divideva l’arte dal commercio, la bellezza dall’utilità, e l’elite dal popolare. Non è una questione di unicità dell’opera, per Mucha arte significa grande tiratura. E non è un caso che il littering per la prima volta si perde nella decorazione.​

Per alcuni e’ facile etichettare Mucha come “decorativo” ed “edonistico”. Per altri, invece, egli ha messo il bello a portata di mano nella vita di tutti. E non solo, nella vita di tutti i giorni.

Ed era solo il 1898.

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