Testo de – Il Fastidio

 

Per il nuovo Disneyano capitolo live action dedicato alle avventure di Alice Kingsleigh (Mia Wasikowska) Tim Burton ha ceduto il timone al regista James Bobin (I Muppet e Muppets 2 come film all’attivo: fine), limitandosi al solo ruolo di co-produttore e il risultato, purtroppo, non si è di molto discostato da quanto segnato con la prima pellicola: un pluripremiatissimo team produttivo alla guida di un’ altrettanto pluriblasonatissima equipe di attori insieme in un circo confusionario senza capo né coda.

Ancora una volta, di quanto scritto da Carroll (esattamente 150 anni fa) resta solo una vaga traccia, ma attenzione: di per sé tanto questo romanzo quanto il suo più conosciuto predecessore sono splendidi deliri irregolari in cui il nonsenso la fa da sovrano, sarebbe sciocco non ammetterne quindi la difficile trasponibilità transmediatica (opera che però, bisogna dirlo, nel film animato del 1951 riuscì più che egregiamente, seppur con le dovute riserve in quanto a fedeltà di trama).

Per non dilungarci troppo sulla storia, che se avrete il piacere scoprirete nelle sale dal 25 Maggio, Alice è chiamata nel Sottomondo al di là dello specchio per rimediare ad una sostanziale crisi depressiva del Cappellaio Matto (un Johnny Depp fuori forma non solo per esigenze di copione). Per recuperare la “moltezza” inizia un viaggio nel passato grazie ad una macchina trafugata a Il Tempo (Sasha Borat Baron Cohen) in una corsa contro il tempo, i paradossi classici sul tema e un’arrabbiatissima regina rossa (l’immancabile Helena Bonham Carter).

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Di nuovo ci troviamo innanzi a un capolavoro grafico asservito ad una sceneggiatura sconnessa e approssimativa (qualcosa che con il recente ed ottimo “Il libro della Giungla”, sempre trasposizione live action di un precedente lavoro animato, speravo da fan potesse non più succedere in casa Disney, illuso…) e di nuovo usciamo dalla sala amareggiati: è da Avatar di Cameron che non ne posso più di prodotti magistralmente (ed anzi, nel caso di “Attraverso lo specchio”, veri e propri sogni ad occhi aperti) confezionati sul versante della grafica e dell’effetto speciale ma con lo stesso peso specifico di una triglia anemica su quello contenutistico.

Il recitativo poi, ma qui non penso nessuno spettatore coscienzioso si potesse aspettare molto, oltre ad essere ben distante dal brillare è spento e si perde nel marasma generale della computer grafica: recitano visibilmente meglio gli attori digitali che quelli in carne ed ossa e il paradosso è a tratti lampante.

Come nel caso del Burtoniano predecessore del 2010 ci troviamo di nuovo davanti a un facile goal sbagliato grossolanamente, ad un budget esorbitante (in questo caso di 170 milioni di dollari), un cast stellare e un vero e proprio miracolo grafico buttati alle ortiche: il massimo sforzo per un minimo rendimento, per realizzare un film che, usciti dalla sala, fatichi già a ricordare nelle sue dinamiche.

Certo non tutto è da cestinarsi e, ancora una volta, ribadisco che forse vale la pena andare al cinema solo per rimanere a bocca aperta innanzi al delirio grafico certo però è che una sola, anche se impacchettata ad arte con 1570 milioni di dollari di pizzi e merletti, resta pur sempre solo una sola.
 

Qui il trailer del film:

 

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