Testo di – Pilar Pedrinelli

 

Il mio scopo, nello scrivere un articolo come questo, è attirare l’attenzione di quelle persone che Ligabue proprio non lo reggono. Forse, con questo, avrò un po’ di fortuna: avete ragione.

 

Negli ultimi dieci anni in particolar modo, vi è stato propinato in tutte le salse e le maniere. Mandato in tv, messo su cartelloni, nuovi album, nuovi libri e nuovi concerti. Il peggio però “deve ancora venire”: i fan. Anzi, i fan e Facebook. Un sodalizio che non si può interrompere, a suon di condivisioni di canzoni e storpiature di lyrics, perché capita sempre di vedere per ogni “chi si accontenta gode” un “così così” che finisce nel dimenticatoio. Insomma, la colpa non è vostra. Ve l’hanno fatto odiare, il prezzemolo della nonna al contrario, che, invece di far passare la nausea, la fa venire.

 

Ma quindi perché? Perché la gente continua ad accalcarsi contro l’ennesima griglia nella speranza che finalmente i cancelli vengano aperti? Credo che la risposta sia banale ma quanto mai vera, e che per arrivarci bisogna passare per forza per un’altra via, quella della diversità. Ai concerti di Ligabue si può trovare il 60enne con ancora voglia di ballare e il bambino trascinato da altri, con ancora troppi sogni e domande per compiere una scelta. Mi è capitato di vedere persone che non c’entrano assolutamente le une con le altre. Gente che se si incontrasse per strada o in qualsiasi altro luogo non avrebbe nulla da dirsi. La ragazza che urla sempre ad ogni movimento dello staff, non importa quale, la madre della famiglia numerosa che è troppo occupata a darle al figlio, il ragazzo di qualcuna, la ragazza di qualcuno, gli amici di sempre, nuove conoscenze, il manager, l’hippie, gli organizzati, gli sperduti. Ci sono generazioni in collisione che per un breve momento hanno deciso di dimenticarsi il posto che occupano per saltare insieme nella notte. Quindi la domanda diventa, piuttosto, come legare visioni di vita così differenti e opinioni che non potrebbero essere più divergenti?

 

Per dare una risposta ho guardato alle due persone più antitetiche che io conosca, la me di un paio (o forse più) di anni fa e la me di oggi.

 

Quando avevo 16 anni ero convinta di determinate cose e di volerne altre e, come ogni altro coetaneo che non avesse avuto una vita particolarmente difficile, ero convinta che il fallimento non facesse parte del mio vocabolario. Supponente, o forse semplicemente troppo giovane. E chiaramente non si parla di età anagrafica. La me di oggi è confusa, sa bene cosa sia il fallimento e non sa con sicurezza quello che vuole, o forse lo sa ma ha paura da ammetterlo. Ebbene, nulla in comune se non che ci siamo ritrovate a cantare le stesse canzoni in tempi diversi.

 

Il perché è molto semplice. Ho sempre avuto la sensazione che chi cantasse stesse parlando a me e non alle migliaia di persone accanto a me, a 16 anni così come a 21. Nei vari concerti che ho visto sono cambiate tante cose, tra cui le persone da chiamare, ma non è mai cambiata quella sensazione di leggerezza necessaria, secondo me, ad un concerto. Ma ancora di più quella convinzione che Ligabue riuscisse a leggere un mio momento no e un mio momento sì per poi scriverci su quelle due righe che io non avrei mai saputo dire meglio. Per alcuni si tratta di banalità, e magari hanno anche ragione, oppure semplicemente qualche volta abbiamo bisogno di qualcuno che lo dica ad alta voce che il futuro può essere bello.

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A questo punto, quindi, è semplice anche capire il perché molti non lo sopportino: non si sentono capiti. Punto. Non è una colpa, non è un vanto, non è una cosa per cui “ommioddio quest’amicizia si chiude qui”. La bellezza del mondo va avanti ad interessi diversi, anche se poi è impossibile non perdersi per quelli più simili.

 

C’è un’ultima cosa che anche i più restii dovrebbero concedere a Ligabue, però. La capacità di cambiare. È stato più volte definito un passaggio “commerciale”, magari anche con qualche verità. E le nuove canzoni non sono come le vecchie, senza dubbio. Ma perché dovrebbero? Come si fa a chiedere ad una persona di non cambiare, di rimanere com’è quando tutto intorno cambia? La capacità e la forza che ha trovato dentro di sé per saltare da un pilastro all’altro, di quelli su cui ci basiamo per continuare a vivere, ma senza aspettare che gli si sgretolassero sotto i piedi.

 

Magari dovremmo prendere appunti su questo, non tanto per farci ammirare dagli altri, ma quanto per piacere a noi stessi. E con le luci dell’Arena di Verona tutto questo sembra molto più facile.

 

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