Testo di – GIULIA BOCCHIO

Nel 1997 Philip Roth pubblica un libro che diviene, nell’immaginario letterario-narrativo, l’affresco di un’America chiaroscurale nelle sue retoriche, nelle sue icone e nelle sue politiche, nonché il racconto di una parabola discendente, uno scorcio di coscienze drammatiche sullo sfondo della Guerra del Vietnam e dei disordini razziali degli Anni Settanta: American Pastoral. Un cult divenuto immediatamente un classico contemporaneo e un successo di pubblico, binomio certo non scontato nel panorama culturale odierno.

La pastorale americana valse a Roth il Premio Pulitzer l’anno successivo e la figura del protagonista, Seymour Levov, detto Lo Svedese, diverrà l’emblema del cosiddetto sogno americano, nonché di una borghesia nuova, invidiabile e di fenomenale successo.

Ma solo in apparenza. E l’apparenza è come un dettaglio: non rivela mai l’inseme.

Famiglia, società, politica e un idealismo macchiato di sangue sono i temi principali su cui ruota « il romanzo più articolato, dolente e complesso che Roth abbia scritto da molti anni a questa parte », citando Masolino D’amico.

La scommessa, in ambito cinematografico, è dunque avere fra le mani la meglio storia e il meglio tema e fare in modo di non guastarne la poetica, il linguaggio, gli intenti. E rendere credibili anche i cliché, anche il fanatismo rivoluzionario più violento e nefasto.

Ed è Ewan Mc Gregor, nel suo esordio da regista, a trasporre sullo schermo la storia dello Svedese, di cui veste anche gli impeccabili panni. Sì, impeccabili, poiché il protagonista dalla vicenda è un giovane che dalla vita sembra aver ricevuto tutto ciò che ci si augura: intelligenza, bellezza, eccellenza nello sport, integrità morale, una posizione socio-economica elevata grazie all’azienda di famiglia, una moglie tanto splendida da aver incarnato il volto di Miss America, un matrimonio saldo, una casa immersa nella natura rurale del New Jersey e un’amatissima figlia, Merry, il cui unico difetto sembra la balbuzie. Una stentatezza della parola resa tuttavia dolce dalla profonda comprensione dei genitori. Genitori modello, s’intende.

Ma i figli sono anche figli della storia, della cultura di una nazione e di un’educazione che permette sì di conoscere, ma non sempre di ri-conoscersi.  Ed ecco che una Merry sedicenne e sempre più politicizzata, estrema nell’attivismo e nel rinnegare tutto ciò che l’armoniosa vita pastorale dei genitori rappresenta, in un momento in cui il Vietnam era la pira della pace e degli ideali di uguaglianza, tolleranza e giustizia, si unisce all’organizzazione di estrema sinistra dei Weathermen, sino a compiere un attentato dinamitario nell’ufficio postale della città dandosi prima alla fuga e poi a un’esistenza da derelitta.

Ma ora per lo Svedese “la guerra è in casa” e le macerie sono ciò che resta del suo matrimonio ormai fallimentare e le risposte a quelle domande fatidiche sul senso dell’errore. E dell’orrore.

Cosa ha davvero sbagliato un uomo come Seymour Levov?

American Pastoral è infondo la storia della sopportazione,  dell’inesistenza della perfezione, è la storia drammatica della contraddizione insita in taluni ideali, che pur di avere la pace (o semplicemente la meglio) ucciderebbero per ottenerla.

Beninteso, un romanzo non può essere fedelmente tradotto in sceneggiatura e certo l’opera di Roth non fa eccezione e molti sono i modi per raccontare l’illibatezza della coscienza o le sue sozzure, ma il film restituisce anzitutto il dramma umano, quel sogno spezzato, che ormai è divenuto insonne incubo.

Complessa morale della morale per il lettore prima e lo spettatore poi.

 

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