Testo di – Alberto Andreetta

 

Ultimo lavoro del regista californiano Clint Eastwood, American sniper racconta la storia del migliore cecchino della storia degli USA, Chris Kyle. Eastwood si è ispirato all’autobiografia di Kyle del 2012 per plasmare la pellicola che narra le vicende del fautore di 160 uccisioni, secondo i dati ufficiali, ma al quale ne vengono attribuite quasi il doppio.

La narrazione si apre in medias res, con il cecchino, appostato su un tetto a Falluja, intento a coprire l’avanzata dei marines che rastrellano casa per casa la città, già dal primo giorno di combattimento di fronte alla scelta tra l’uccisione a sangue freddo, anche di donne e bambini, per salvare la vita dei propri commilitoni. Si apre poi un flashback che ci porta a ripercorrere in breve la maturazione in Chris della volontà di fare il proprio dovere, a partire dagli insegnamenti del padre, duro e puro uomo americano, che fa nascere nel figlio l’ideale del “cane pastore”, posto, da Dio, a difesa del gregge. Il film si sviluppa seguendo le vicissitudini del Chris soldato invincibile, senza macchia e senza paura, e del Chris padre e marito, incapace, al ritorno dai vari turni in Iraq, di reinserirsi nella società e di smettere di pensare all’imperativo morale di difendere i proprio fratelli in armi, fino al tragico finale.

Eastwood firma un lavoro di altissima qualità, un gran film di guerra, appassionante ed emozionante, bravissimo, come sempre, a creare empatia e a commuovere lo spettatore. Spesso ci si trova a guardare il mondo attraverso il mirino di Chris, creando un sorta di unione tra obiettivo e mirino, macchina da presa e fucile da cecchino, così da entrare totalmente nell’ottica del soldato.

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Detto questo, il film concettualmente non propone nulla di nuovo, illustra la spersonalizzazione dell’uomo nel soldato, la sindrome da stress post-traumatico, le conseguenze della guerra sulla psiche dell’uomo, nonché una certa assuefazione che nasce nel combattente, nulla insomma che non sia già stato raccontato da altri film, come in The Hurt Locker, tanto per citarne uno. Questa critica della guerra non riesce, però, a coprire un patriottismo che pervade tutto il film, benché spesso cerchi di sostanziarsi in critica rasentando la parodia – come nella scena dell’addestramento – non riuscendo così a staccarsi da una marcata americanità. Questo d’altronde non sorprende, già dal titolo American sniper, si è avvisati di essere di fronte ad una storia americana. Ma pare che l’agire di Eastwood sia orientato in un’altra direzione; dopo aver raccontato delle “Bandiere dei nostri padri” sembra che il regista cerchi di costruire un eroismo individuale andato perduto tramite la storia di Chris Kyle, un ideale di eroe che possa essere da esempio, da “bandiera per i nostri (loro, dato che chi scrive è ascrivibile nel novero della prole) figli”.

Insomma, Clint Eastwood rimane una garanzia di qualità, firmando un ottimo lungometraggio che è stato inserito fra i migliori film dell’anno (2014), in cui l’unica pecca risulta, in ultima analisi, quella di essere un po’ troppo American.

 

 

foto: newscinema.it

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