Testo di – Francesca Bernaschi

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Niccolò Ammaniti sembra uno di quegli uomini che non sono mai cresciuti, di quelli che uno specialista definirebbe “affetto dalla sindrome di Peter Pan”.

Nonostante la diagnosi, pare che non vi sia una terapia per curarlo, per fortuna.

Per fortuna, perché altrimenti non sarebbe uno scrittore.

È nato nella Capitale, tanto amata e tanto odiata, esplorata da ragazzo a bordo del suo motorino, con gli amici; l’ha abbandonata, tradita con la campagna placida e silenziosa, una specie di Isola Che Non C’è.

Evidentemente però, quello che si dice è vero: tutte le strade portano a Roma e così Ammaniti vi è tornato, capendo quale fosse l’Isola giusta.

Ci ha provato a crescere e a diventare quello che la sua famiglia si aspettava che fosse: un laureato della facoltà di scienze biologiche.

Ce lo vedete Peter Pan con la toga e la tesi di laurea in mano?

No, neppure io.

E così, con la polvere magica della scrittura è volato via verso la stesura del suo primo romanzo, lasciando provette e microscopi nei laboratori, a lui poco familiari.
Nonostante non fosse incline a intraprendere una carriera scientifica, i lavori dello scrittore risentono non poco dell’influenza dei suoi studi, come “Branchie” o “Fango” e  “Che la festa cominci”.

Dopotutto, scienza e magia viaggiano da sempre su binari paralleli.

Prendendo la prima stella a destra anziché la seconda, Ammaniti ha compreso cosa non voleva ed ha cambiato rotta, puntando alla seconda stella, quello che davvero voleva, che, nel suo caso, come poi spesso accade, ha coinciso con lo scoprirsi per ciò che era davvero.

Dicono che quando credi veramente in qualcosa lotti, lotti con tutto te stesso: proprio come Peter Pan contro Capitan Uncino e la sua ciurma.

Lo scrittore romano ha davvero dovuto vedersela con l’iniziale scetticismo della sorella e il misto di disapprovazione e delusione del padre, per poi vincere, rassomigliando ancora una volta al protagonista della favola di James M. Barrie.

Tappandosi le orecchie, Ammaniti ha corso come Pietro, il giovane protagonista di “Ti prendo e ti porto via” ha pedalato sulla bicicletta della scrittura, fino a raggiungere il traguardo del successo, con ben sei romanzi e diversi racconti, dai quali sono stati tratti cinque film, due dei quali con Salvatores alla regia.

“Si scrive perché c’è qualcosa che non riesci mai completamente a spiegare”…che lo scrittore si riferisse al periodo travagliato dell’adolescenza, quello della forzata e non completamente riuscita perdita di innocenza infantile?

Non è da escludere: per questo, forse, gran parte dei protagonisti dei suoi romanzi sono ragazzi. Quasi come se tutti quei personaggi fossero i Bimbi Sperduti, il gruppetto di eccentrici ragazzini che vivono sull’Isola Che Non C’è insieme a Peter Pan.

È l’amicizia che permette di confrontarsi col mondo fuori dai libri, quello reale; è quel rapporto che, più di tutti, aiuta a capire che cosa siamo e quanto contiamo in relazione agli altri.

Siete cattivi come Capitan Uncino oppure dei leader come Peter?

A Niccolò Ammaniti, Peter Pan capitolino, il lieto fine non è mai piaciuto e lo si deduce facilmente prima dai colpi di scena e poi dagli epiloghi delle sue storie.

È comprensibile, gran parte delle favole finisce bene, si risolve a favore del protagonista e dei suoi amici, compreso Peter Pan.

È chiaro che avesse bisogno di cambiare, anche se per adesso, la sua vita, quella reale, continua ad essere la favola di uno scrittore adulto per metà.
E per fortuna, altrimenti non sarebbe lo scrittore che è oggi.

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