Testo di – ELISA BORELLA

Centinaia di persone corrono indaffarate da una sala all’altra. Un girotondo di pennarelli, di pastelli colorati e di gessetti giace in appositi contenitori, un po’ sparso alla rinfusa su tavoli di legno ad altezza bambino e in parte sul pavimento. Centinaia di metri di carta bianca formano una passarella dove far danzare la propria fantasia a colpi di matita.

No, non si tratta del laboratorio di Babbo Natale in periodo prenatalizio, ma del Rijksmuseum di Amsterdam, durante un sabato pomeriggio come tanti. È questo, infatti, lo scenario che il visitatore del rinomato museo olandese si trova di fronte da circa tre mesi a questa parte. Vi abbiamo incuriositi? Bene! Allora, foglio per schizzi alla mano e creatività sotto braccio, seguiteci in questo breve viaggio alla scoperta del progetto #startdrawing!

 

L’iniziativa…

Il prestigioso museo olandese, massiccio contenitore di capolavori assoluti del calibro de ‘La ronda di notte’ di Rembrandt ed in generale del più grande nucleo di opere del periodo d’oro dell’arte fiamminga tra 400 e 700, provenienti dalle collezioni degli Stadhouder delle antiche Provincie Unite, dal 24 ottobre 2015 ha, infatti, inaugurato un’interessantissima iniziativa (in olandese #hierteekenen, ovvero ‘disegna qui’) per cercare di avvicinare gli ignari visitatori ai propri pezzi esposti, in maniera del tutto originale, pur senza perdere di vista una linea di promozione culturale attenta e ben definita.

Come? Semplicemente partendo da una considerazione sotto gli occhi di tutti: grazie alle infinite possibilità offerte dalle più moderne e sofisticate tecnologie, infatti, il fruitore medio che si reca in un museo è essenzialmente a caccia delle tele più famose, è distratto, i suoi occhi si posano su dipinti, ceramiche, statue e disegni in maniera del tutto superficiale, senza soffermarsi su nulla, senza imparare nulla. Gli organizzatori del progetto, pertanto, hanno pensato, ogni sabato (cioè uno tra i giorni con maggiore affluenza di pubblico), di allegare all’acquisto del biglietto d’ingresso un piccolo taccuino per schizzi ed una matita ben appuntita, con l’obiettivo di ripristinare la meraviglia in chi osserva, di tornare un po’ anacronisticamente al disegno, anzichè semplicemente permettere di fotografare le opere esposte – che verrebbero irrimediabilmente lasciate ammuffire in un’altra ‘gallery’, quella del proprio smartphone, in attesa di diventare il prossimo screensaver o poco più.

Ciascun visitatore è invitato a prendere posto di fronte ad un’opera a suo piacimento, sedendosi per terra, su apposite seggiole e/o panche più o meno imbottite, oppure semplicemente stando in piedi, e a cominciare ad osservarla in ogni sua parte. Piano piano, la sagoma dell’oggetto inizierà a prendere forma sul foglio, così come nella mente del ‘novello artista’ inizieranno ad affastellarsi domande sempre più stringenti, su cui mai avrebbe pensato di potersi interrogare prima: com’è possibile realizzare qualcosa di così potente dal punto di vista comunicativo utilizzando solamente un supporto povero, pochi colori e due dimensioni? Come mai questo oggetto è improvvisamente parlante, raccontandomi dei faticosi colpi di uno scalpello o della leggerezza di certi tessuti? L’atto creativo ‘presente’, di copia dell’originale che si ha sotto i propri occhi, apre improvvisi squarci sull’atto creativo che l’ha preceduto, illuminandoci circa il suo significato, circa la sua esecuzione, circa il suo autore.

Non occorre essere dei talenti per cimentarsi in questa sfida, come si suol dire ‘non conta il risultato, ma ciò che si prova mentre si cerca di raggiungerlo’, e cioè imparare poco alla volta ad osservare con occhi nuovi, più in profondità – per chi, tuttavia, fosse interessato ad apprendere di prima mano i veri trucchi del mestiere, è possibile prenotare un ‘drawing tour’ guidato, costituito da una camminata a tappe tra corridoi e sale, soffermandosi a copiare specifici oggetti e a scambiare quattro chiacchiere con artisti di professione.

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Al di là della finalità più o meno meditativa o ludica che l’iniziativa può perseguire, richiamando stuoli di famiglie e di scolaresche festanti, pronte a mettersi alla prova nel mestiere dei più grandi nomi del passato (per di più, armati dei loro stessi umili strumenti), quello che ci preme sottolineare è la profonda consapevolezza della ‘mission’ culturale, propria del museo moderno, che il complesso di Amsterdam ha saputo dimostrare – in barba, ahi noi, ad una staticità un po’ pedante tipica di certe polverose istituzioni della nostra penisola.

 

… e qualche parere autorevole

La trattazione museologica degli ultimi quarant’anni si è costantemente interrogata sul rapporto nuovo che intercorre tra il museo ed il suo pubblico, nel momento in cui, dalla fine della Rivoluzione Francese, le più importanti collezioni ‘del regno’ sono diventate accessibili a tutti e non più soltanto alla stretta cerchia di nobili e di studiosi, intimi amici del collezionista. Un interessante punto di vista in merito a questo triplice legame contenitore-contenuto-osservatore ci viene offerto dalla studiosa di collezionismo e già docente presso l’Università di Bologna Adalgisa Lugli nel saggio ‘Museologia’, Edo, Jaca Book, Milano 1992, di cui proponiamo qui di seguito qualche breve estratto.

“Il museo [odierno] è diventato disponibile, all’apparenza. Sembra non avere più barriere sacrali davanti a sé. Non vuole più essere luogo dell’astrazione, ma in realtà è diventato ambiente in cui si trasmette e si riceve una conoscenza superficiale”. Un ‘mercato delle illusioni’, dunque, consumisticamente già pronto all’uso che, dovendosi necessariamente esprimere per immagini e/o tramite oggetti, abbaglia con la percezione di un veloce quanto facile apprendimento, semplicemente attraversando, come in un pellegrinaggio un po’ sterile, corridoi e sale successive.

“Questa aspirazione o illusione di totalità è motivo di attrazione: visitare il Louvre, il British Museum o il Metropolitan dà la solida impressione di aver percorso, e posseduto, un manuale di storia dell’arte di tutti i tempi. Così, certe mostre fotografiche su artisti, o altre dal titolo molto ampio e poco problematico […], raggiungono tanto più efficacemente un pubblico che aspira a riunire nozioni disperse, a ritagliarsi chiarezza e ad assimilare velocemente conoscenze complesse, nodi problematici, strati di eventi intrecciati tra loro.” Senza, quindi, portare ad alcun arricchimento ulteriore rispetto a quando si è entrati.

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Ciò che va salvaguardato, invece, è il rapporto diretto, vivo e costante tra fruitore ed opera: un legame invisibile, eppure concreto ed imprescindibile per fare della vera promozione culturale che non sia puro nozionismo, ma ‘motore di humanitas’. In questo il Rijksmuseum ha dimostrato di aver superato la prova a pieni voti: per quanto l’apparato didattico potrà essere pervasivo, infatti, difficilmente riuscirà mai a mettere in ombra le singole opere, con cui l’osservatore è ora portato a confrontarsi direttamente, a tu per tu.

Augurandoci per il futuro una simile presa di coscienza anche all’interno del panorama culturale italiano, vogliamo concludere con le profetiche parole che il direttore tra il 1945 e il 1963 del vicino Stedelijk Museum di arte moderna e contemporanea internazionale Willem Sandberg avrebbe voluto veder scritte all’ingresso del proprio museo: ‘Dimentica tutto quello che sai e comincia a guardare. Quando esci, inizia a pensare all’arte’.

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