Testo di – ANDREA GARAVAGLIA

IMG_049Andrea Garavaglia, musicologo, è docente di muicologia dell’ Université de Fribourg e professore a contratto all’ Università Bocconi di Milano.

Capita spesso che studenti mi chiedano come ‘accostarsi’ alla musica classica e la cosa certo mi rallegra, come rallegrerebbe chiunque oggi creda ancora che ogni settore storico-artistico sia un giacimento gratuito di emozioni e di occasioni per crescere e ampliare le conoscenze. Tuttavia l’idea di ‘accostarsi’ o ‘avvicinarsi’ rivela un po’ di soggezione e allude a una gradualità d’approccio che rischia di frenare curiosità ed entusiasmo. Nella musica classica, come in ogni altro genere musicale, e più in generale in ogni esperienza artistica, più che accostarsi val la pena ‘entrare’, che nel caso specifico significa predisporsi a un ascolto attivo, accettando codici di comunicazione e di senso. Il coinvolgimento emotivo, che è il fine primario di ogni forma artistica, più che di gradualità richiede dedizione, curiosità, passione – tutte disposizioni d’animo che con la gradualità hanno poco a che fare.

 

Su questo tema non è facile dare consigli, poiché il più delle volte gli approcci all’arte sono soggettivi, casuali, creativi, ma è utile sfatare luoghi comuni che talvolta creano esitazioni e reticenze. Per esempio, l’idea che serva un bagaglio tecnico per apprezzare la musica classica – da cui ha giustamente origine il diffuso atteggiamento di soggezione – è recente, del secolo scorso, figlia di uno forte sviluppo della conoscenza in direzione ermeneutica. Nel nobile tentativo di interpretare e comprendere il più possibile l’eredità del passato e le proposte del presente si è forse eccessivamente ‘celebralizzato’ l’approccio alle arti, facendo credere che esse siano più accessibili, e dunque godibili più ‘pienamente’, da persone opportunamente ‘preparate’. Nessuno nega che l’approfondimento storico-estetico di un’opera permetta maggiore comprensione e quindi un’ulteriore possibilità di godimento intellettivo dell’opera stessa (altrimenti non avrei neppure scelto di fare il musicologo…), ma dev’esserci una motivazione di fondo, il più possibile spontanea e soggettiva. Si consideri che la musica, al contrario di quel che si è indotti a pensare oggi, è stata ascoltata per secoli, fino a qualche decennio fa, da un pubblico che nella maggior parte dei casi probabilmente non conosceva neppure i principi tecnico-formali di base, che si trattasse di musica ‘funzionale’ (celebrativa, liturgica, ecc.) o di musica concepita per puro piacere dell’ascolto. Paradossalmente, si potrebbe quasi immaginare che, oggigiorno, i giovani abbiano più nozioni musicali del pubblico precedente – magari apprese nella scuola dell’obbligo (se si è avuta la fortuna di avere un docente in gamba), in corsi di musica o in forma autodidattica.

 

Dunque l’ansia di non essere all’altezza non ha motivo di sussistere, tanto più che un prodotto artistico, perché possa considerarsi tale, attua sempre un processo di comunicazione, grazie a codici narrativi, rappresentativi e retorici che agiscono su meccanismi di percezione già presenti in ciascuno di noi (tipo l’istinto di osservare una raffigurazione da sinistra a destra). Del resto, per rimanere incantati dal Giudizio universale di Michelangelo non è necessario conoscere la tecnica dell’‘a fresco’, le regole proporzionali, i principi di composizione del quadro d’insieme, del modo in cui sovrapporre strati di colore, e via dicendo, altrimenti si dovrebbe ammettere che solo gli autori stessi e gli studiosi, che hanno l’opportunità di conoscere il funzionamento interno del linguaggio artistico, possono davvero apprezzare e godere dell’arte, e invece, per fortuna, la storia dimostra il contrario.

 

Lo stesso termine ‘classica’, anch’esso di recente conio, concepito dall’industria discografica per distinguere, in modo semplice – per non dire semplicistico – tale genere dalla pluralità di generi musicali nati nel Novecento, è decisamente problematico, essendo tanto improprio quanto fuorviante. Nella terminologia corrente (si pensi alla letteratura), ‘classica’ è l’opera che ha sempre qualcosa da dire, che riesce a comunicare anche a culture più o meno differenti da quelle che l’hanno concepita (si veda il bel saggio di Italo Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori 2011). Ma nella musica classica non tutte le opere possono essere definite ‘classiche’ secondo questa accezione del termine: in base a fattori endogeni ed esogeni, alcune sono più importanti e significative di altre. ‘Classiche’, in musica, sono piuttosto, in senso stretto, le opere di compositori della corrente estetica del Classicismo, quella che va dalla seconda metà del Settecento ai primi decenni dell’Ottocento e che, per intenderci, include la triade Haydn-Mozart-Beethoven. Altro problema: nella macrosezione della musica classica teoricamente rientra anche la musica contemporanea (quella di compositori novecenteschi come Ligeti, Nono, Berio e Sciarrino, solo per fare qualche nome), che di classico, per motivi sia cronologici che culturali, hanno poco. Forse termini come ‘musica colta’ e ‘musica d’arte’ sono meno inappropriati, ma anch’essi rischiano di contenere un sottile giudizio di valore, di pretesa superiorità, rispetto ad altri generi di musica. Insomma, un ginepraio che non ha ancora trovato una soluzione terminologica definitiva, anche perché la comunicazione commerciale ha il potere di imporre tutte le etichette che vuole, che purtroppo tendono sempre e necessariamente a una semplificazione semantica. Tuttavia, per intenderci, possiamo usare qualunque termine, ma è importante essere consapevoli delle valenze di tali etichette per evitare condizionamenti culturali impropri.

 

Quindi per apprezzare la musica classica non servono tanto (o in prima istanza) nozioni tecniche, quanto piuttosto curiosità emotiva e vivacità intellettuale tali da agevolare lo sviluppo di modalità di ascolto specifiche, diverse da quelle necessarie per altri generi. È evidente che la musica d’arte non solo si estende in uno spazio temporale generalmente superiore a quello di un brano rock, pop o jazz, ma richiede anche maggiore concentrazione e silenzio. Chi è abituato ad ascoltare questi ultimi è tarato su tempi d’ascolto brevi, che dipendono da forme e da un modo diverso di comunicare il pensiero musicale. In altre parole, come avviene per qualunque forma artistica, occidentale e non, dall’arte figurativa rinascimentale al teatro kabuki, bisogna pazientemente familiarizzare con codici e convenzioni propri di un linguaggio, fiduciosi della ricompensa in termini cognitivi ed emozionali. Silenzio e concentrazione servono invece per cogliere innumerevoli dettagli compositivi, melodici, armonici e timbrici, tipici del linguaggio musicale classico, che spesso non si riescono neppure ad afferrare tutti a un solo ascolto. Il riascolto dello stesso brano è senz’altro un modo per trarne maggior appagamento, come succede per un libro, uno spettacolo teatrale, o un brano rock: si ha la rassicurante sensazione di crescente familiarità, di appropriazione, nonché la possibilità (remota nella vita quotidiana) di rivivere lo stesso percorso psicologico-emozionale. La musica classica, a differenza di altri generi, sfrutta una gamma dinamica molto ampia e può coinvolgere fino diverse decine di parti strumentali, è quindi ovvio che l’ascolto in formato audio compresso, tra una fermata o l’altra della metro o sul marciapiede di una strada trafficatissima, farà perdere almeno un terzo della sua ricchezza sonora, oltre che l’elaborato filo del discorso musicale. Posto che ciascuno, nella ‘società liquida’, ha il diritto sacrosanto di ascoltare musica come meglio crede (in cuffia, mentre si fa jogging, nella vasca da bagno…), per provare un’esperienza sonora vera e intensa non c’è file audio o video che possa sostituire l’emozione palpabile di percepire il suono di una grande orchestra espandersi e risuonare con forza in un teatro o in una sala da concerto e di assistere all’immediatezza dell’evento, alla partitura che prende corpo in un momento unico e irripetibile. Ma chiaramente, dal vivo, un’orchestra qualitativamente non vale l’altra e una sala acusticamente non vale l’altra (ho specificato ‘dal vivo’, perché oggigiorno in fase di registrazione si possono rendere artificialmente decenti anche le esecuzioni più modeste). Dunque anche in un concerto, come in uno spettacolo teatrale, perché ci si emozioni davvero, devono realizzarsi una serie di circostanze, legate alle caratteristiche del luogo, alla preparazione e all’entusiasmo degli esecutori, al carisma e alla bravura del direttore, come ciascuno può personalmente verificare partecipando a esperienze d’ascolto differenti.

 

Ma come si entra in contatto con la musica d’arte? A volte si va alla ricerca di qualche brano sentito nella vita di tutti i giorni – nella sala d’aspetto del dentista melomane, in un messaggio pubblicitario, o nella colonna sonora di un film. Altre volte si seguono suggerimenti di persone appassionate, e qui la lista è lunga e la più disparata possibile: dalla nonna che nostalgicamente racconta di quando sentì dal vivo Toti del Monte o Renata Tebaldi all’amico che a quindici anni non può vivere senza la musica di Wagner, dal parente ‘malato’ di alta fedeltà al conoscente musicista per diletto o professione, e via dicendo. Occasioni che cambiano in base a tempi, luoghi, esperienze e rapporti sociali. Una volta, per esempio, ci si poteva appassionare inciampando per casa in un LP più o meno impolverato, oggi facendo zapping su youtube, o seguendo, sui social network, gli ascolti musicali di qualche amico nei siti che trasmettono musica in streaming.

 

Tuttavia, se di fronte all’enorme produzione musicale classica, che va dal Medioevo a oggi, ci si sentisse totalmente (e giustamente!) disorientati e si avvertisse la necessità di una selezione critica, di un percorso vagamente orientativo, trasversale rispetto a compositori e generi, fra opere musicalmente e culturalmente più efficaci ed importanti di altre, si può ricorrere all’ampia letteratura, di alta divulgazione, che negli ultimi anni si sta finalmente affermando anche in Italia. Per esempio si potrebbe consultare con profitto l’agile volumetto di un musicologo che sprizza entusiasmo, Gli immortali. Come comporre una discoteca di musica classica di Giorgio Pestelli (Einaudi 2007), che offre una breve scheda di brani noti e significativi, in versioni esecutive specifiche. Oppure, per scoprire percorsi storico-tematici, ascoltare concerti in diretta o differita con interviste e commenti, assistere a spassose chiacchierate sull’opera, si possono seguire vari programmi radiofonici (tutti ormai trasmessi in streaming) su Rai Radiotre, Radio Popolare e Radio Classica. Per chi invece non può proprio sopportare l’impegno di ascoltare programmi a orari precisi e vuole un servizio continuo, giorno e notte, ci sono almeno due possibilità: una video, Classica, un canale a pagamento sulla piattaforma Sky; e l’altra radio, sempre in streaming dal sito della Rai, ovvero la versione digitale dello storico canale della Filodiffusione, che è una sorta di jukebox senza interruzioni, con sezioni tematiche e fuori programma, che presentano una scelta di brani mai scontata, talvolta perfino di nicchia (per i più coraggiosi!).

 

Altrettanto utili sono le riviste di settore, per quanto la crisi economica e le tecnologie digitali minaccino costantemente la loro sopravvivenza – tra cui Amadeus, Classic voice, Musica, l’opera – che spesso allegano registrazioni audio accompagnate da agili e dettagliate guide dall’ascolto. Le riviste contengono, fra l’altro, recensioni a concerti e a registrazioni audio o video, che permettono la formazione di uno spirito critico per valutare scelte esecutive e risultato finale. Non vere e proprie guide all’ascolto, ma brevi schede introduttive su composizioni dei vari generi classici si trovano nei volumi della nuova collana “Le Guide” dell’editore Zecchini (Guida alla musica da camera, a cura di C. Bolzan, 2012; Guida alla musica pianistica, a cura di P. Rattalino, 2012; Guida alla musica sinfonica, a cura di E. Napoli, 2010). Per soddisfare, invece, curiosità terminologiche si possono consultare dizionari tascabili, come quelli recentemente pubblicati dall’editore Carocci (Breve lessico musicale 2009, Gli strumenti musicali 2012, Le parole del teatro musicale 2010, curati da F. Della Seta).

 

I percorsi di scoperta del patrimonio musicale classico possono poi svilupparsi nei modi più svariati: l’interesse può concentrarsi, di volta in volta, su un compositore, su un periodo, su un interprete o su un genere (opera, sinfonia, musica da camera, concerto solistico…). Su ciascuno di questi soggetti, nel reparto Musica di qualunque grande libreria, reale o virtuale, si trovano testi di ogni livello di complessità: basta consultarli e scegliere quello che ispira maggiormente. Per l’opera, che è un genere con caratteristiche specifiche rispetto alla musica strumentale, data la presenza di un testo e di uno sviluppo teatrale, sarà utile avere sottomano un compendio con schede introduttive e trame, come il Dizionario dell’opera (a cura di P. Gelli, Baldini & Castoldi 2007), mentre i libretti si trovano facilmente in rete.

 

Infine, consiglio una lettura illuminante, che suggerisce un approccio promettente alla musica classica nella società contemporanea: è un saggio di Lawrence Kramer recentemente tradotto in italiano, Perché la musica classica? Significati, valori, futuro (Edt 2011). Con stile tanto colloquiale quanto denso ed evitando una retorica paternalistica e moraleggiante, il musicologo e compositore americano spiega, con esempi concreti e un entusiasmo contagioso, il vitale dialogo interiore che può realizzarsi nell’ascolto di tale musica, sostenendo che, in prima istanza, «il suo significato non chiede di essere decifrato, ma di essere vissuto».

E con questo all’appello alla soggettività di ciascuno, non mi resta che augurare buon ascolto.

 

 

 

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