Testo di – GIULIA MAINO

 

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Guido e Sabrina (l’uno artista contemporaneo desideroso di successo, l’altra figlia di una famiglia di commercianti della borghesia romana) sono una coppia sposata, genitori di due bambini, Dario e Paolo. La loro vita ruota attorno al lavoro del marito il quale fa fatica a decollare. Dopo una performance in un museo Milanese di Guido e l’incontro fra Sabrina e Helke, proprietaria di una galleria d’arte della città, cambiano le carte in tavola, sempre sotto lo sguardo attento e limpido dei due bambini.

Tre anni dopo “La nostra vita“, ritratto crudo e dolente dell’Italia in tempo di crisi premiato a Venezia, Luchetti torna sullo schermo con una storia dichiaratamente autobiografica, completando una sorta di trilogia ideale cominciata nel 2007 con “Mio fratello è figlio unico“.

Anni Felici” è soprattutto un film di corpi. Corpi femminili soprattutto. I seni vengono modellati dalla creta per creare opere d’arte dalla sapiente e ben poco disinteressata mano di Guido, I glutei sono schizzati di vernice per scioccare, provocare il borghese medio incapace di entrare in contatto con la sua natura di uomo. E’ il corpo di Sabrina, nudo e inadeguato, che scatena i pareri negativi del critico intervenuto alla performance milanese del marito. Lo stesso corpo che rinasce, spiato dall’occhio meccanico della cinepresa di Dario (alterego del regista) grazie ad un amore nuovo, imprevisto e del tutto anti convenzionale. Un enorme, silenzioso corpo femminile d’argilla riappacifica i due protagonisti, che poi giacciono insieme vinti dalla forza e dall’impossibilità del loro amore.

“Anni Felici” è anche un film sull’innocenza, e sull’inadeguatezza. Ogni personaggio, nel corso del film, si lascia alle spalle la sua ingenuità. Guido impara a vedere la moglie con altri occhi, ed è costretto a liberarsi dalle sue convinzioni, mettendosi a nudo per creare l’unica opera d’arte che parla davvero di sè. Sabrina trova il suo desiderio, tradendo l’ideale di famiglia al quale è sempre stata abituata, trascendendo l’ambiente femminista in cui è introdotta rivelando la sua unica, indiscutibile idea di libertà. Dario, con la sua cinepresa, scopre la vita e ne fa una rivoluzione, rivelando segreti, ottenendo successi e imparando a conoscere gli stessi corpi di donna imprigionati nelle opere d’arte del padre. Un’epifania collettiva, sotto il sole\fluo di una Roma anni ’70.

L’ultima opera di Luchetti è, infine, un romanzo di formazione. Il regista\bambino ritorna alla sua infanzia, descrivendo luoghi, volti e emozioni chiusi troppo a lungo nei cassetti della memoria. Il regista non ci ferisce con la denuncia affilata di “La nostra vita”, nè ci fa sorridere amaramente su uno scanzonato Gaetano ne “Mio fratello è figlio unico”; Luchetti ci prende per mano, presentandoci ai suoi ricordi ironici e sofferti, segreti e dolcemente erotici, concedendo alla cosidetta “nostalgia mediale” di intromettersi solo nei dettagli, come un vecchio programma tv o ai filmati in super 8. Le numerose sequenze girate con la camera a mano, permettono un coinvolgente capitombolo nella psicologia dei personaggi, donando alla pellicola un senso di confortevole familiarità. Un’opera sfumata, ma non sbiadita: un amarcord avvolgente e malizioso.

“Anni Felici” ci lascia su “Amore che vieni, amore che vai” di De Andrè, reinterpretata ad hoc da Diodato, giovane cantautore romano. Il collage di sequenze che accompagna il finale, sferzato dalle belle e crudeli parole della canzone, avvolge l’intera storia in un allure polverosa, come una vecchia fotografia in attesa di essere ritrovata, per scoprire che forse quelli raccontati erano davvero “anni felici”, solo che nessuno se n’era accorto.

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