Testo di – DAVIDE PARLATO

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“Hang me Oh Hang me and I’ll be dead and gone.

 Hang me oh hang me, and I’ll be dead and gone.

 I wouldn’t mind the hangin’, just laying in the grave so long.

 I’ve been all around the world.”

L’anteprima nazionale presso il Torino Film Festival dell’ultima fatica dei fratelli Coen Inside Llewyn Davis, presentato fuori concorso all’interno della kermesse, è stata l’ottima occasione di assistere a quello che credo possa rivelarsi uno dei capolavori di questa stagione cinematografica, fino ad ora fredda come il gelo che sta pian piano annunciando questo inverno.

È il 1961. Llewyn Davis è un cantante e chitarrista folk, nell’impresa di lanciare un nuovo album solista, edito al termine di una fruttuosa collaborazione con un amico conclusasi con l’estremo gesto di quest’ultimo. Senza casa, con i pochi, sgualciti e leggeri vestiti, in fuga continua dal freddo newyorkese e dalle sue radici, è il solito “eroe” coeniano: l’uomo sempre  fuori casa, estraniato, cui la sorte destina un esilio continuo. Sotto la pioggia di improperi della donna che presumibilmente reca in grembo il frutto del loro amore adulterino, in perenne contrasto con la figura del di lei fidanzato, anche lui cantante ma ben lanciato sul mercato musicale con un genere che rende, bisfrattato dalla sorella, il suo alterego, il suo ponte di vilipendio fra lui e la sua casa ormai da tempo abbandonata… e in compagnia di un gatto, smarrito dagli aristocratici del West Side che spesso lo hanno ospitato a dormire sul divano, sua immagine animale di peregrinazione e per questo suo compagno ideale.

Questa marea in tempesta è ciò che c’è dentro e fuori Llewyn: entro cui cerca di rimanere a galla fra ironia, sarcasmo e di certo anche molta desolazione. La desolazione kerouakiana, in un certo senso, di chi si trova ad ammainare le vele della propria esistenza perennemente contro vento, o al limite, in bonaccia: quella bonaccia che è la commiserazione e il non volersi dare scampo.

Un odissea americana, nel tumulto esistenziale degli anni sessanta, dove lo zen si mesce con l’amarezza della strada, dove si incontrano personaggi al limite dell’assurdo e, soprattutto, dove nessuno ha quello che si merita: ma solo ciò che necessariamente capita.

“In the word there are two kind of people: those who divide the word in two kind of pepole and…”

“And losers.”

Come si è visto la trama non è nulla di nuovo in sé, soprattutto riallacciandola alla ben conosciuta estetica coeniana del nulla oltre lo specchio. Tuttavia questo personaggio, Llewyn, il cantante errabondo e predestinatamente sfortunato è un personaggio che in sé riesce a riassumere tutti i personaggi cui i Coen hanno dato vita nella loro produzione.

Ma è di più di un semplice riassunto: non è l’ebreo professore di matematica di A serious man, non è l’inutile barbiere di L’uomo che non c’era, non è neanche il venditore di auto di Fargo, invischiato nel suo buffonesco intrigo internazionale. Tutti personaggi questi che rispecchiano sì il prototipo dell’uomo disperso nella melma dell’esistenza, ma che, nel loro carattere macchiettistico, fanno sorridere, fanno riflettere, ma in modo distaccato, quasi come in una caricatura del vuoto. Lewyn, per contro, è un personaggio vivo: più che mai umano, un vuoto in carne ed ossa, cui ci si affezionerà e immedesimerà, nella comica tragedia del suo girovagare da una sponda all’altra senza giungere mai alle sue isole di felicità.

È lo sbattere in modo ostinato contro ad una porta, sapendo perfettamente che basterebbe  tirare per aprirla con facilità, perché, lo vedi, c’è una targhetta scritta in rosso davanti a te che te lo suggerisce, perché così ti hanno sempre insegnato, perché così ti dice di fare la gente intorno a te. Ma non è così che vuoi entrare nella tua vita: la vuoi sfondare, in direzione opposta, con l’ostinazione di chi in fondo sa che non lo può fare diversamente. È inutile provarci: sei sbagliato, ti senti sbagliato, in fondo sai che lo sei davvero.

Come perseguitato da una provvidenza per niente divina e del tutto caotica, che si impunta proprio con te, come la santeria mesoamericana, per renderti nemica l’esistenza.

È un palco impolverato, sporco e dimenticato la tua vita, nel tuo determinato dimostrare di valere qualcosa, di vomitare con la tua arte quella scintilla di te che di fa sentire vivo, che ti fa sentire importante. Ma tutto è vano: la vita non ti guarda in faccia. E continui a viaggiare sperando di trovare quel passaggio verso l’infinito, a furia di autostop. Poi ti guardi intorno e ti accorgi degli altri, che con la loro fredda mente calcolatrice riescono a campare, a sembrare così felici, nel programmare una famiglia, nell’invitare amici stereotipati alle loro cene, anche nella loro ostilità cinica nei confronti dell’esistenza. Lo sai che non è vera vita, che non è la tua vita: ma ti senti stanco, stanco di ciò che sei, di ciò che fai, di ciò che è, necessariamente. E quando la rassegnazione  ti pervade, preferisci la tua morte: l’esistenza qualunque. Seguire le orme del padre, del muto padre che non fa altro che guardarti con quegli occhi pieni di lacrime e pieni di disappunto – ascoltare l’ancestrale richiamo del nido. E quando ci provi, proprio quando ci provi, ci provi davvero a diventare quello che non sei, che non saresti mai voluto essere: comunque la vita ti sbarra la strada, senza compassione, senza ascoltarti: l’ultima beffa.

Tra la vita e la morte, il girovagare di Llewyn, accompagnato dalla sua struggente voce e dall’angosciosa e liberatoria melodia della sua musica, è un qualcosa di mistico, di spirituale, di incredibilmente emozionante. Non è facile descrivere a parole un’emozione: ma un grande film ce la può sempre fare, e i Coen, anche stavolta, non hanno affatto deluso le aspettative, generando una bellissimo viaggio sinestetico di immagini e musica per arrivare nel profondo.

Per arrivare lì, in quella parte di noi, che non vuole fuggire ma lo deve fare, per sentirsi vivo, o semplicemente per restare a galla.

In the stormy seas and the living gales
Just to earn your daily bread you’re daring
From the Dover Straits to the Faroe Islands
As you’re following the shoals of herring”

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