Testo di – GIULIA MAINO

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Quattro anni dopo “The Limits Of Control”, il regista simbolo dell’underground statunitense Jim Jarmusch regala all’edizione 2013 un’altra grande anteprima, oltre al bellissimo “Inside Llewyn Davis” dei Cohen:  “Only Lovers Left Alive”, tappa simbolo del suo percorso artistico.

Adam e Eve, due vampiri che portano il peso di secoli di esistenza, vivono il loro amore isolati dal mondo umano. La loro pace viene però interrotta dalla sorella di Eve, Ava, una giovane vampira irrequieta e refrattaria alle regole di convivenza con il mondo degli umani.

Il cinema di Jarmusch (come d’altronde molti lavori dei cineasti contemporanei, in primis “Only God Forgives” di Refn) racconta la storia dei due vampiri millenari non concentrandosi su di uno sviluppo articolato e approfondito della trama (retaggio di un cinema che gradualmente stiamo abbandonando, almeno per quanto riguarda le produzioni “di nicchia”) ma coinvolgendo lo spettatore in un viaggio fatto di lunghe panoramiche silenziose, fatta eccezione per la pervasiva e ipnotizzante colonna sonora e dialoghi pervasi di placida ironia. E’ una linea di basso, vibrante, lasciva e conturbante che prende per mano chi guarda e lo trasporta nel mondo immobile e  languido dei due immortali, i quali vivono il loro amore e la loro eternità cibandosi di sangue da gourmet ( attingendo  alle scorte degli ospedali, corrompendo medici con paghe sostanziose, o affidandosi a umili mercanti, devoti alla loro mitica e mistica figura) facendo lunghi viaggi notturni in macchina godendosi il silenzio della città (ricordando lo stesso Refn di Drive) o avendo pochi e selettivi rapporti con gli umani, che Adam chiama “zombi”. Il genere umano è osservato dai due vampiri in maniera diversa; Adam, artista e genio incompreso, è annoiato e prostrato dalla pochezza degli uomini, che lo rende infelice al punto di desiderare il suicidio. Eve, curiosa e fiduciosa, esplora il mondo moderno con tutti i cinque sensi, attirata e mai stanca della bellezza della natura. Eros e thanatos si intrecciano, si fondono e rinascono continuamente in questi due personaggi, che lottano contro la “vita” per poi cedere alla sua seduzione, ovvero quella del sangue. I due si nutrono con parsimonia e circospezione, adeguandosi alle regole di un mondo civile; Ava, la sorella di Eve, rompe lo status squo irrompendo nella loro quotidianità, con il caos della giovinezza destinata a rimanere tale e la sua voglia di esperienza, di trasgressione. La giovane vampira destabilizza gli equilibri della coppia compiendo un omicidio sotto i loro occhi, evento che causerà il suo definitivo allontanamento. Adam e Eve verranno accusati da Ava di snobismo, di essere incapaci di divertirsi: le sue parole scivolano addosso ai due amanti, lasciando un vuoto amaro e indifferente. Solo il loro amore sopravvive al logorio del tempo, degli ideali e dell’abitudine, poiché l’uno riconosce nell’altro la tacita consapevolezza di essere unici e superiori.

Il film, che presenta l’inconfondibile e affascinante cifra stilistica di Jarmusch (che dona alla pellicola una fotografia impeccabile, cupa e contemplativa e una regia avvolgente) nasconde in sé un’evidente metafora, almeno per chi scrive. I due vampiri, indifferenti alla massa, atterriti dalla mediocrità, belli e irraggiungibili, sono l’emblema dell’artista indipendente. Jarmusch comunica nella sua ultima fatica tutta l’alienazione e l’inadeguatezza di un animo come il suo in un mondo mediocre e povero di contenuti, abituato a dare rilievo a falsi miti (“Io non ho bisogno di eroi”, ripeterà spesso Adam) e alla pochezza spirituale e intellettuale. Jarmusch si eleva al di sopra dei “comuni mortali”, dando voce e immagine a due personaggi che condividono la sua stessa sorte. Il talento è tale solo se apprezzato da pochi.

Un film ammaliante, dai ritmi pacati e ascetici, molto innamorato di sé stesso. Jarmusch ci presente un’opera un po’ troppo presuntuosa, eccessivamente autocelebrativa, ma riesce a farsi perdonare, poiché tiene fede al suo personaggio così elaboratamente costruito.

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