Testo di – DAVIDE PARLATO

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Intorno al 1950 la fotografa ancora in erba Diane Arbus incontra l’allora fotografo e futuro regista Stanley Kubrick. Un incontro che probabilmente non avrà ripercussioni dirette sulla carriera fra i due artisti, i quali, però, presentano dei punti di contatto-collisione molto forti nella storia della loro ricerca estetica.

Al di là della macabra liaison fra il  rinvenimento del cadavere della Arbus in avanzato stato di decomposizione nella vasca da bagno di casa sua (ineludibile effetto di un suicidio andato in porto efficacemente) e l’infelice rinvenimento della donna cadavere nella vasca da bagno della famigerata stanza 237 da parte del Jack Torrance di Shining, si possono ritrovare alcuni punti di contato molto più fondati nella visione dei due maestri di fotografia americani.

Proprio su Shining soffermerei lo sguardo nell’avanzare tale paragone,  e in particolar modo sul terrificante e celeberrimo fotogramma delle gemelle: proprio quelle gemelle in grembiulino che perseguitano il povero Danny Torrance durante il suo fluttuante girovagare in triciclo per i corridoi cremisi dell’Hoverlook Hotel. Le gemelle del capolavoro kubrickiano rimandano inevitabilmente ad un’altra opera celeberrima della Arbus: Identical Twins. Discussioni e argomentazioni filosofiche disparate si sono fatte sul conto dell’impressione fotografica della Arbus, ma sul suo piano semantico ritorneremo dopo: dopo esserci soffermati sul piano estetico del prodotto artistico, in contrapposizione e confronto con la recherche estetica di Kubrick (e mi si conceda di trattare questa mappazza tematica nelle poche ma esaurienti righe di un articolo).

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Esaminando (senza neanche troppa attenzione) la produzione fotografica del primo Kubrick e della Arbus (senza al momento considerare i capolavori in celluloide del regista naturalizzato britannico) si nota da subito un’affinità nei temi, nei soggetti, nella visione semantica, ma una netta e divergente dissonanza in termini di visione estetica, di direzione vettoriale dell’obbiettivo fotografico. Le impressioni kubrickiane e quelle della Arbus immortalano principalmente soggetti umani, più o meno assurdi o inquietanti: ma l’umanità esalata dalle lastre dei due è di tipo completamente differente. Se gli uomini e le donne di Kubrick trasmetto un’impressione di insieme che risuona nel contesto della fotografia come un tutt’uno, come parti di un mosaico estetico la cui orientazione spaziale e del tutto regolata dall’occhio critico del futuro regista, gli uomini e le donne della Arbus si stagliano nel contesto con una forza espressiva di gran lunga maggiore: tanto che se nel primo caso si potrebbe parlare di oggetto della fotografia (la cui logica spaziale è dettata da linee prospettiche centrifughe), nel secondo di soggetto della fotografia (la cui emotività, quanto più alogica possibile, si diparte con moto centripeto fino ad impattare, quasi per sbaglio, la lente della Rolleiflex della Arbus, sapientemente nascosta). Il che, oltre che dall’evidente simmetrizzazione degli spazi e delle figure imposta dal primo e del tutto negletta dalla seconda (anzi, spesso sembra quasi che il piano dell’orizzonte, che sia esso l’orizzonte stesso o lo zoccolo della parete di fondo della stanza, sia volutamente in pendenza), è pienamente riscontrabile nella direzione dello sguardo della macchina: Kubrick punta lo sguardo scegliendo con maestria impeccabile il punto di fuga del suo soggetto-oggetto (dall’alto al basso, più spesso dal basso all’alto, di scorcio), la Arbus, in maniera molto giornalistica, fotografa ad altezza petto, in maniera del tutto orizzontale, volta a cogliere, nello spazio quadrato della fotografia, la soggettività pura del protagonista vero della sua opera: l’uomo.

Identical twins e le gemelle dello Shining kubrickiano in fondo divergono proprio sotto questo aspetto fondamentale della direzione dell’estetica dei due protagonisti del nostro incontro-scontro: se queste fanno parte del loro contesto prospettico come componente di una visione olistica della tensione spaventosa, quelle si stagliano con chiarezza con la loro persona e con la loro intrinseca dissonanza copulativa: la congiunzione fisionomica che le lega inesorabilmente è incrinata (ma non spezzata: è ciò che crea la tensione) dall’avversativo “ma” che viene a configurarsi nell’espressività ambigua dei loro volti. Ed è qui che entriamo nel livello tematico della questione: non si possono fare generalizzazioni dal troppo ampio respiro nell’arte, ma si può dire in parte che qui ci troviamo ad una condizione di divergenza speculare. Se in Kubrick l’artista appone il suo taglio critico sull’oggetto di indagine per trarne la sua interiore e sostanziale ambiguità (vettore centrifugo), nella Arbus l’artista accoglie nell’alveo della sua ricettività il soggetto artistico per giungere a scoprirne l’interiorità insvelabile. I due arrivano perciò alla medesima (o quasi) speculazione: il tema dell’ambiguità dell’essere umano, nella sua continua tensione fra l’istintualità e la sua strana e peculiare umanità (concetto davvero molto labile nella semantica visionaria dei due). In Kubrick Shining è costruito proprio su questa ambivalenza (col suo rigore formale pronto ad esplodere da un momento all’altro); Full Metal Jacket allo stesso modo (in modo questa volta fin più affine all’estetica arbusiana, soprattutto nella ricerca della veridicità da reportage, in fretta però contraddicentesi nella frenetica indagine estetizzante del volto umano, colto costantemente nella sua tensione espressiva con la ferinità). In Arbus l’ambivalenza è il tema cardine della sua attività: dai freaks alle dissonanze estetiche su soggetti normativi (si rimanda per il tema della “normalità” secondo Arbus all’articolo al link presente).

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Ci troviamo di fronte allora a due ricerche estetiche differenti, benché particolarmente affini negli esiti. Due modalità di ricerca paradigmatiche nel nostro pensiero scientifico e artistico (e, ad un livello di speculazione più profondo, persino paradigmatiche della dualità fra maschile e femminile). La deduzione artistica kubrickiana (dall’alto al basso) è un processo di visualizzazione della realtà enantiomerico all’induzione soggettivisita della Arbus (dal basso all’alto). Ma tale contrasto non presuppone una parte vincente (almeno non nel processo creativo): ma una dialettica sinergica di presa di coscienza artistica della realtà esterna e di quella interiore.

Il tema dei gemelli sembra allora il più appropriato: sondare il reale è possibile solo tramite lo sguardo del diverso (sia questo reso possibile per assimilazione o per accomodamento). Non è una questione di metodo: la dicotomia speculare Arbus-Kubrick qui imbandita ce lo ha sufficientemente dimostrato.

È, fondamentalmente, una questione di sguardo.

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