Testo di – MARCO FERRARIO

 

 

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In questo libro descriverò la vita di re Alessandro e di Cesare, dal quale Pompeo venne annientato, e tale è la massa dei fatti che giacciono innanzi a me, da non permettermi nessun preambolo. Pregherò soltanto i lettori di scusarmi se non riferirò tutte le famose imprese di questi due personaggi, e ciascuna non la esporrò nei suoi dettagli, bensì ne farò, nella maggior parte dei casi, un riassunto. Non scriviamo infatti opera di storia, ma biografie. Ora, noi ritroviamo una manifestazione delle virtù e dei vizi degli uomini ma soltanto nelle loro azioni più appariscenti, ma spesso in breve fatto, una frase, uno scherzo, rivelano il carattere di un individuo più di quanto non facciamo battaglie ove cadere diecimila morti, i più grandi schieramenti di eserciti ed assedi. Insomma, come i pittori colgono la somiglianza di un soggetto nel volto e nell’espressione degli occhi, poiché lì si manifesta il suo carattere, e si preoccupano meno delle altre parti del corpo, così anche a noi deve essere concesso di addentrarci maggiormente in quei fatti o in quegli aspetti di ognuno, ove si rivela il suo animo, e attraverso di essi rappresentare la vita, lasciando ad altri gli eventi memorabili e le guerre“.

Così Plutarco apre la sua “Vita di Alessandro” e si tratta di un passaggio cruciale per comprendere la prospettiva entro la quale si colloca l’opera dello scrittore di Cheronea. Se poniamo mente alla tipologia delle forme letterarie quale i greci elaborarono a partire dall’età ellenistica, allorché la biografia acquisisce statuto di genere letterario autonomo, possiamo affermare che indagine biografica ed attività di storico furono sentite come sfere distinte. La biografia nasce strettamente connessa con la riflessione etico-filosofica, si sostanzia dell’indagine erudita e rinuncia per principio ad una prospettiva “evenemenziale”. Il ruolo della singola personalità ovviamente non venne mai misconosciuto e dal IV secolo l’indagine biografica acquisì sempre maggiore spazio all’interno della scrittura di storia e nacquero opere storiografiche intorno ai protagonisti del tempo, da Filippo II ad Alessandro. Per converso la biografia si interessò proprio ai personaggi storici e la tradizione storiografica offrì una messe enorme di dati e vicende sulle quali si fondava una prospettiva di taglio moraleggiante, propria della scrittura biografica.

Nella cultura greca, e forse si potrebbe dire antica “latu sensu”, non si realizzò mai una frattura tra storia e biografia, quanto una distinzione, che non escludeva il confronto e le influenze reciproche. Nell’opera più celebre di Plutarco, le “Vite parallele“, struttura, contenuti ed impegno etico denotano un’adesione al genere biografico, come testimonia l’incipit della “Vita di Alessandro“. Tuttavia la concezione del carattere individuale della personalità storica, oggetto preminente dell’interesse del nostro autore, lo riportava alla storia. Nella riflessione plutarchea l’ethos non è frutto di un dono di natura, ma si genera e si concretizza nella prassi, nell’agire. Ecco allora che il carattere dei grandi protagonisti della storia deve essere colto attraverso la riflessione intorno alle loro azioni, perché la storia è lo specchio nel quale rilucono le virtù, ed i vizi, degli uomini. Non sempre pregi e difetti si manifestano nelle imprese celebri e celebrate dalla tradizione storiografica a carattere politico-diplomatico e militare. Spesso al contrario il carattere emerge da un atto in sé trascurabile, un motto di spirito, una frase mormorata a mezze labbra. La biografia allora non ricostruirà gli eventi, ma si addentrerà tra le pieghe di questi per cogliere i dettagli rivelatori dell’animo, gli aspetti peculiari dell’ethos, del carattere di ciascuno. Plutarco non  scriverà di storia, ma si occupa di storia, quella utile alla comprensione della condotta degli uomini. Il biografo non ripeterà quanto è già stato consegnato alla tradizione attraverso l’opera di giganti quali Tucidide, si concentrerà invece su altre fonti, quelle ignorate dai più, come antichi monumenti o fonti di archivio; ma tutto questo non serve a modificare la tradizione: hanno semmai lo scopo di aiutare il lettore ad acquisire una nova prospettiva circa quegli eventi di cui si occupa la storiografia “ufficiale” onde immergersi nelle profondità dell’anima dei protagonisti e cogliere nel dettaglio marginale, come nel baluginio di uno sguardo, il tratto generale dell’ethos umano.

Storia e biografia in Plutarco non si configurano quali due ambiti separati e reciprocamente escludentisi, ma si sostanziano nella riflessione che coinvolge l’una e l’altra. Nella ricca pinacoteca allestita dal nostro autore si segnala in modo particolare un ritratto, quello di Licurgo. Vissuto in una data non meglio precisabile, per Tucidide “quattrocento anni prima della fine della guerra di cui tratto“, egli fu il nomoteta, il legislatore di Sparta. A quest’uomo si dovette l’istituzione dell’eunomia, il “buon governo” della città laconica, destinato a durare nei secoli e, tra l’altro, a preservare la polis dalle “staseis”, le temutissime guerre civili di cui è costellata la storia delle realtà politiche greche (per una descrizione, a mio modesto avviso insuperabile, di uno di questi eventi si raccomanda Tucidide, III 82 ss.). Dopo aver fissato dall’alto della sua saggezza il corpus di leggi proprie della comunità il nostro uomo fece giurare ai propri concittadini che non avrebbero modificato quanto egli aveva statuto fino a quando non fosse tornato dal viaggio che si apprestava ad intraprendere. Gli spartani giurarono, Licurgo partì e come avrete intuito non si fece più vedere. La “costituzione di Licurgo” divenne in breve tempo l’anima di Lacedemone, si cercò in ogni modo di preservarla nella sua forma originale, o in quella presunta tale, perché i contorni di essa sfumarono rapidamente nelle nebbie della leggenda e quando, nel III secolo, il re Cleomene III varò le più audaci e rivoluzionarie riforme che si fossero mai viste in Laconia dai tempi di Deucalione e Pirra lo fece all’insegna del ritorno alla costituzione patria. La “Vita” plutarchea si presenta come una puntuale, dettagliata ed erudita disamina della figura e delle attività di quest’uomo straordinario, non esente dai filtri ideologici dell’autore, ma quale opera storica è immune dai condizionamenti dello sguardo di chi scrive, condannato ad essere “figlio del proprio tempo“. Agli gnoseologi l’ardua sentenza.

Fatti salvi questi dettagli, la biografia del letterato di Cheronea presenta un altro solo inconveniente, arguibile, forse, dal parallelo latino, Numa Pompilio: tratta di un uomo che non esistette mai. Leggendo questo testo ci troviamo davanti al simulacro di un popolo, all’immagine che Sparta ha proiettato al di là di se stessa e che il resto del mondo ha fatto proprio traducendolo in carne ed ossa. Dei grandi uomini della polis laconica, anche dei grandissimi (Cleomene, Leonida, l’eforo Chilone, Brasida solo per fare qualche nome) non abbiamo che i nomi. Così è forse giusto che sia, gli spartiati (gli spartani non esistettero mai) ne sarebbero stati contenti. Noi lo siamo di meno, ma dobbiamo accontentarci di guardare questo mondo altro dal “buco della serratura”, per usare le parole di Calame, della poesia di Alcmane. Come ha scritto Oswyn Murray “Licurgo serve solo a rammentarci che Sparta ha avuto un inizio nel tempo“. 

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