Testo di – MARCO FERRARIO

luciano_samosata

Nel II secolo d. C. in una remota cittadina siriana di nome Samosata troviamo un personaggio assai particolare: Luciano.

Nasce scultore, sulle orme del padre, ma si rende presto conto che i suoi talenti si nascondono altrove e così si dedica alla retorica divenendo avvocato e conferenziere di successo. Viaggia allora in Grecia, in Asia Minore, in Egitto ed a Roma divenendo famoso e ricchissimo. Verso i quarant’anni ha una svolta di tipo filosofico: abbandona la sua attività forense, si stabilisce ad Atene ed approfondisce lo studio filosofico non per divenire discepolo di una dottrina ma per criticarle tutte, con particolare acrimonia nei confronti delle versioni divulgative e superficiali, dello “filosofo di strada” così in voga al tempo.

Tra il 163 ed il 165 viaggia n Oriente al seguito di Lucio Vero, fratello dell’imperatore Marco Aurelio e ricopre un’importante carica amministrativa in Egitto distinguendo si per puntualità e solerzia. Muore intorno al 180, leggenda vuole sbranato da una muta di cani inferociti, ma una simile storia scopertamente proietta nella realtà dei fatti la sua ironia mordace e la corrosiva vena critica che lo caratterizzò in vita.

L’opera di Luciano pare constasse di 85 scritti, ma sembra che tale elenco venne sostanziosamente rimpolpato ad opera di anonimi che spacciarono per lucianei i propri sottoprodotti. La cronologia della composizione resta alquanto incerta e le opere vengono raggruppate sulla base dei temi e della forma letteraria. Possiamo trovare allora scritti di tipo sofistico, tra cui declamazioni, conferenze epidittiche, pezzi di virtuosismo oratorio svolti prima della conferenza per “scaldare” il pubblico.

Qualche titolo: “il tirannicida”, oppure un “elogio della mosca”, o descrizioni di oggetti in cui viene messa in campo l’esperienza che gli proveniva dalla formazione paterna, oppure trattati in forma epistolare come un “come si deve scrivere storia” in cui il nostro autore polemizza scatenando tutta la sua fiele contro i panegiristi imperiali, tra i quali Frontone, maestro (ripudiato) di Marco Aurelio, pomposo celebratore delle imprese della casa reale. Il capolavoro sono però i “Dialoghi”.

Luciano inizia a coltivare questo genere durante il suo “periodo filosofico”. Il nostro autore è cosciente dell’originalità della sua scelta, e non manca di sottolineare come egli abbia scelto di coltivare un genere nato “serioso”, ai suoi tempi agonizzante, schiacciato dal peso di Platone, preso in mano dal pubblico “come si prende in mano un riccio”, sono parole sue, e lo abbia rivitalizzato facendolo interagire con la commedia, mescolando Platone ed Aristofane. Spiccano su tutti i “Dialoghi degli dei”, i “Dialoghi marini”, i “Dialoghi delle cortigiane” e i “Dialoghi dei morti”, raccolte che risentono fortemente dell’influenza della satira menippea e dalla commedia antica, con tutta la verve satirica del suo fondatore, Aristofane. I “Dialoghi dei morti” sono particolarmente gustosi.

Luciano offre uno spaccato spietato delle credenze volgari (intese come “del volgo”, ma non solo), mostrando la vanità di tutte le passioni degli uomini, che bramano, soffrono, desiderano, si affannano alla ricerca di beni frivoli e vani, che verranno spazzati via dalla morte. Ennesimo capolavoro, la “Storia vera”, il romanzo. Composto di due libri, si sostanzia della polemica selvaggia contro gli scrittori di storia, che scrivono di fanfaluche, come Erodoto, o Omero, che scrivono assurdità spacciandole per Storia.

Ecco che allora Luciano scrive esplicitamente di raccontare di una storia che non ha mai visto, di fatti inesistenti e che non possono nemmeno esistere, frutto solo di fantasia e di invenzione, e ci troviamo coinvolti nell’avventura di un gruppo di greci capitanati da Luciano stesso che si imbarcano in un viaggio ricco di peripezie che portano i nostri eroi a superare le colonne d’Ercole per recarsi prima sulla luna per ripiombare sulla terra ed essere inghiottiti da una balena.

Dopo una fuga rocambolesca Luciano si reca nell’Ade dove incontra le anime dei morti, tra cui quella di Omero, con cui intreccia un dialogo ai limiti del surreale, e la storia si interrompe bruscamente, sulla ripromessa del nostro autore di continuare la narrazione. Siamo davanti ad un autore assai e versatile, che nelle sue opere gioca divertito con i grandi modelli del passato, sfrutta al massimo grado la propria sterminata cultura intreccia allusioni parodie salaci, metaletteratura, metabolizzando il tutto con superba ironia.

Non cercate un messaggio “positivo”, perché non lo troverete. Esponente per quanto “di comodo” della filosofia cinica, Luciano sottopone ogni certezza, ogni “refugium peccatorum” alla sua razionalistica e demistificante analisi, come un purgante che, dopo aver espulso gli umori nocivi, espelle anche se stesso.

Le Operette morali di Leopardi prendono spunto, per stile e per verve, proprio da Luciano.

Un caso? In tutta franchezza non credo.

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