Testo di – DAVIDE PARLATO

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L’Hangar Bicocca apre al pubblico due nuove mostre di carattere molto differente accomunate però, come sempre accade all’interno dei vasti spazi della struttura espositiva, dall’implicito invito al fruitore di relazionarsi con le opere e di interagire con esse – cifra questa distintiva di tanta arte contemporanea e fatta propria dalla visione dell’Hangar. Architecture as art, a cura di Nina Bassoli e ideata da Pierluigi Nicolin, in occasione della XXI Esposizione Triennale (inaugurata la settimana scorsa), rappresenta un tentativo di dare risposte alle domande dell’architettura e del design ambientale contemporanei – aperta al pubblico dal 2 aprile al 12 settembre 2016. Doubt, personale di Carsten Holler a cura di Vicente Todolì, è invece un percorso sensoriale pienamente votato al disorientamento del fruitore, accompagnato attraverso esperienze percettive stranianti e coinvolgenti – dal 7 aprile al 31 luglio 2016.

Le più attuali prospettive architettoniche, guidate da una linea di pensiero che strizza l’occhio al paradigma ecologico e paesaggistico, prendono forma in un percorso sperimentale: Architecture as Art rappresenta un’opportunità per il visitatore di avvicinarsi ad un tipo di strutturazione degli spazi molto vicina ad un’esperienza di fruizione artistica. Svariate forme architettoniche più o meno quotidiane – dal portico all’ingresso, dalle strutture abitative private a quelle di carattere maggiormente pubblico – prendono forma in modo innovativo, sperimentale, giocando su aspetti strutturali o sulle peculiarità dei materiali. Gli spazi così ricavati all’interno dell’ampiezza dei capannoni chiamano il fruitore a giocare con loro, ad appropriarsene il più possibile attraversandoli, toccandoli, esperendoli in più modalità sensoriali. Il caso più eclatante in questa prospettiva è fornito dall’installazione Entrance: 1152 tubi metallici pendenti dal soffitto circoscrivono un’area dal perimetro quadrato che siamo invitati ad attraversare, vivendo – per il contatto reciproco delle componenti – un’esperienza uditiva straniante e costantemente mutevole. Sharing, una struttura costituita da grosse balle di carta riciclata pressata, si pone come una possibile agorà di dibattito, strutturata come uno spazio vuoto centrale attorniato da alte gradinate laterali, portando in gioco una riflessione (ecologistica) sull’impiego dei materiali ma anche sull’importanza dello scambio culturale e, nella fattispecie, letterario. Home gioca invece con la ripetitività e i comportamenti routinari in ambito domestico, proponendo uno scampolo di spazio abitativo dalle alte pareti bianche che ci accompagna, attraverso una stretta scalinata, all’angolo preposto per una delle più quotidiane attività: lavarsi i denti. Questa quotidianità è problematizzata dalla presenza alle pareti, lungo lo stretto percorso ascendente, di trecentosessantacinque vani contenenti altrettanti spazzolini. L’accento alla relazionalità si ritrova in Sidewalk, un angusto corridoio bianco attraverso il quale lo spettatore è chiamato a camminare. L’invito è di interagire con le morbide superfici di tessuto che costituiscono il perimetro della struttura, che gentilmente si abbandonano alle forme donate loro dal tocco dei passeggiatori.

Attraverso queste ed altre installazioni, i visitatori esperiscono nuove forme di fruizione ambientale e di vita in contesti usuali, resi inusuali da un programmatico tentativo di sperimentazione e proposti, tramite una selettiva opera di campionamento, in una veste decisamente artistica.

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Sperimentale è altresì l’installazione di Holler, intesa dall’artista tedesco come un programmatico tentativo di instillare il dubbio nel fruitore (da qui il nome della mostra) e di esplorare il concetto di arte come “intrattenimento radicale”, fino agli esiti più esasperati e deliranti. Si tratta di un percorso fortemente interattivo, nel quale il visitatore è costantemente posto di fronte a delle scelte: dalla direzione da seguire sino alla modalità di relazione con le varie installazioni. Una pedana a forma di Y ci invita a compiere la nostra prima scelta sulla direzione da seguire, attirandoci con le sue luci colorate spiraliformi verso la prima installazione della mostra. Nei Decision corridors ci troviamo a percorrere un sentiero attraverso angusti corridoi metallici del tutto privi di informazioni visive, nella più totale oscurità, confusi da stimolazioni uditive provenienti dallo spazio successivo e dal riverbero dei passi stessi nostri e degli altri visitatori. Al termine di un labirintico sentiero, veniamo proiettati nel più ampio spazio espositivo, che si offre a noi come un grande e in qualche modo grottesco luna park: ancora una volta siamo chiamati a decidere come vivere il percorso, bombardati da flash luminosi e storditi dai ritmi sincopati della musica africana che riempie la vastità delle navate dell’Hangar. In Aquarium lo spettatore può sdraiarsi incassando la testa in un vano ricavato all’interno di un vero e proprio acquario: da quella inusuale posizione possiamo assistere alla vita di piccole specie ittiche che si muovono per la teca. What is Love, Art? consiste in due telefoni posti sulle due facce della stessa parete: da una parte è chiesto al visitatore di dare una definizione di Arte, dall’altra di dare una definizione di Amore. Un visitatore può in questo modo avviare una comunicazione con un altro visitatore senza però che i due sappiano che i temi suggeriti da un lato e l’altro sono differenti. Two Flying Machines rappresenta la struttura più interattiva presentata dall’esposizione: il fruitore è imbragato e sospeso a mezz’aria, legato ad una struttura rotante che ricorda il trapezio circense. Il tutto per permettere di sperimentare la sensazione del vuoto e di un dolce fluttuare liberamente (per ovvie ragioni per la fruizione di quest’installazione è richiesta un’iscrizione direttamente dal sito dell’Hangar).

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Double carousel esaspera il tema dell’intrattenimento fino alla suggestione della noia: due giostre colorate – i volgarmente detti “calcinculo” – ruotano con fastidiosa lentezza. A bordo della giostra il fruitore è invitato ad indossare delle particolari lenti prismatiche che capovolgono letteralmente il campo visivo del soggetto. Il climax dello straniamento è raggiunto dai corridoi terminali – che stordiscono il visitatore al suon di flash bianchi intermittenti – che culminano nella stanza finale, in cui due letti attendono il fruitore per un ipotetico sonno. Ancora una volta però compare l’intento straniante dell’artista: i letti si muovono lentamente seguendo un segnale GPS (di modo che il dormiente si ritrovi al risveglio in una posizione nella stanza differente) e vengono forniti particolari dentifrici colorati in grado di rendere più vivida l’esperienza onirica e più impresso il ricordo del sogno al risveglio.

Un’esposizione consigliatissima, in definitiva, su più livelli: si tratta infatti da un lato di un’esperienza sensoriale decisamente insolita, stordente, impressionante, dall’altro di un percorso ricco di spunti sulla relatività del nostro esperire il mondo tramite i sensi, sull’intimo conflitto degli opposti e sulla naturale meraviglia del dubbio e dell’incertezza. Un laboratorio umano in cui diviene interessante non solo relazionarsi con le installazioni ma anche vedere come gli altri fruitori – o anche solo il nostro compagno di viaggio – si muovono per gli spazi sperimentali proposti.

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