Testo di – LUDMILA GABUSI

 

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Un grande regista, la star di quest’edizione del festival, si accomoda al tavolo per dare inizio alla conferenza stampa. Dopo essere stato travolto dai flash dei fotografi ci porta nel suo mondo con ironia, pacatezza e quel forte alone di consapevolezza che circonda sempre gli esperti di un determinato settore. A poco a poco realizzo di trovarmi di fronte a un mito. E’ un incontro con Argento sul cinema di Argento che, lungi dall’ostentare sé stesso, condivide con semplicità e competenza le sue conoscenze sul cinema.

Dal momento che lei usa molto la soggettiva, inserendo nella ripresa le mani dell’omicida, si è mai identificato nell’assassino?

No, francamente no, forse nei miei sogni ma non certamente nella realtà. Il cinema è un conglomerato di centoventi/centoquaranta persone. Tu stai lì in mezzo, sei in mezzo al caos, tutti ti parlano, sei una specie di risponditore automatico. E’ un continuo chiedere e tu devi rispondere immediatamente. Se ci metti troppo tempo pensano che sei insicuro, che non lo sai. Invece tu devi mostrare che sai tutto, a rischio anche di dire una baggianata. In quel momento c’è davvero poca paura, poca tensione. E’ prima che devi sapere come realizzare il film, quali corde del tuo subconscio toccare e come portarle sullo schermo.

Se dovesse scegliere tre horror in tutta la storia del cinema?

Ho fatto il critico, ho visto tanti film, non riuscirei a scegliere. Se devo pensare a tutti gli autori che ho amato, anche di film horror, ce ne sono tantissimi che mi hanno influenzato, fatto sognare. Facendo il critico ho visto migliaia di film e molti mi appassionavano, ero un regista sui generis che amava il cinema. Non era un onore ma una felicità andare al cinema ed essere pure pagati, una cosa pazzesca. Non smetterò mai di ringraziare il giornale che mi ha permesso questo lavoro, che per me è stata l’università del cinema perché lì ho imparato a fare cinema. Nelle sale cinematografiche, al buio a vedere film, vedere com’erano girati. Lì ho studiato.

In Profondo Rosso (che tornerà in sala l’anno prossimo in tutta Italia per i quarant’anni dall’uscita, n.d.R.) troviamo un locale particolare costruito in Piazza C.L.N: il Blue Bar, un chiaro omaggio al quadro Nighthawks di Edward Hopper. Perché la scelta di questo autore?

Per offrire una sottile chiave di lettura. Il film non è realista ma iperrealista, quindi cos’era meglio costruire? Piazzare lì un quadro di Hopper, significava, per chi lo vedeva, capire dove andava il film.

Torino è molto cambiata. La immaginerebbe ancora come set di un suo film? Cosa ci girerebbe?

Sì, è cambiata nel senso che si sono aggiunte delle parti che potrebbero essere interessanti. Non è cambiata in centro, è cambiata la periferia. Se tu vuoi utilizzare di nuovo Torino, quella classica c’è sempre. La Torino metafisica, un po’ dechirichiana, quei palazzi liberty, quelle scale misteriose. In centro ogni portone lo apri e…
Per anni ho girato Torino, la conosco meglio di tanti torinesi, quasi tutti. Conosco gli interni delle case, l’ho girata in lungo e in largo e queste parti déco bellissime sono rimaste. Penso che ci girerò ancora, sicuramente, è la mia città d’adozione.

Lei ha diretto diversi attori, anche internazionali. Con quali ha lavorato meglio e ha instaurato dei rapporti, anche di amicizia, sia sul set che fuori?

Io non è che faccia tutta quest’amicizia con gli attori. Con qualcuno sono anche andato a cena, ma è una cosa abbastanza rara. Ho instaurato un buon rapporto specialmente con le donne, io sono uno specialista nel raccontare caratteri femminili. Con Jennifer Connelly (in Phenomena, n.d.R.), quando aveva tredici anni, ci fu una grande amicizia, così come con Jessica Harper in Suspiria. Poi con mia figlia Asia ovviamente c’è stata un’amicizia profonda oltre che affetto. Con lei ho fatto sei film, che sono una vita per una persona. Lei poi aveva cominciato già da bambina a frequentare i miei set, a vedere come giravo, quindi ha imparato molte cose lì.

C’è qualche giovane autore horror in cui si ritrova o che le piace particolarmente? Le piacciono i film horror di oggi?

Veramente il cinema horror americano non mi fa impazzire. E’ troppo legato alla tecnologia e racconta sempre le stesse storie. In America i padroni sono diventati le banche, quindi quando vedono un film che va bene tutti vogliono fare lo stesso film e la storia è sempre quella: un gruppo di ragazzi giovanissimi che partono in macchina e vanno in una casa nella foresta. Si divertono, bevono, fumano spinelli e poi la notte arrivano le presenze. A volte per cambiare c’è una spiaggia.
Quelli che invece mi affascinano vengono dall’oriente: Corea del Sud, Giappone, Hong Kong, Thailandia. Lì c’è ancora interesse per la psicologia dei personaggi. Il Giappone è il mio mercato, dove sono più conosciuto. In Corea un gruppo di registi mi ha fatto una cena, grazie all’interprete ci siamo capiti ed è stato molto emozionante. A Pechino – non ricordo se ho inserito questo episodio nella mia biografia – in una videoteca di ben quattro piani sono rimasto impressionato dal tabellone all’ingresso che illustrava i DVD più venduti in Cina. Al quarto posto c’era “Dario Argento Collection number 2”. Chissà cos’era la numero 1…

Ci può parlare del suo nuovo progetto con Iggy Pop, Sandman?

E’ tratto da un fumetto americano, sarà una coproduzione americana, canadese e tedesca e il progetto è supportato dall’unione di due società, Amazon e Indiegogo. La prima è influente più in estremo oriente, la seconda in USA, Inghilterra e Australia. L’8 di gennaio finirà il crowdfunding. Francamente questa raccolta fondi serve solo in parte a finanziare il film, anche perché le cifre non sono alte. E’ un modo di avvicinare il mio pubblico e i miei fan ai miei film in modo da renderli più partecipi e uniti a me, creando un dialogo quasi diretto con me. Io rispondo alle loro domande e si crea una familiarità con loro, un legame più importante.

Perché la scelta di Iggy Pop?

Iggy Pop l’ho incontrato a New York, è nata un’amicizia tra noi. Per me era un mito e ho scoperto che anche per lui io sono un mito, mi ha rievocato tutti i miei film. E’ un mio grande fan e mi ha chiesto se gli avrei fatto fare una parte. Sono tornato in Italia e ho pensato che lui sarebbe stato adatto per un ruolo in questo film. Ha già fatto cinema, è una faccia rude, forte, un fisico strano, una persona molto intelligente e colta di musica e di cinema.

Riguardo al remake di Suspiria il progetto è tuttora fermo?

E’ un mistero per me perché l’ha comprato svariati anni fa la Fox che già fu distributrice del film Suspiria a suo tempo. Non mi hanno mai interpellato ma so che hanno fatto quattro sceneggiature che non sono piaciute, non erano mai interessanti come l’originale. E’ entrata (nel progetto, n.d.R.) pure Jessica Harper, protagonista originale del film, siccome è diventata la moglie di uno dei presidenti della Fox. Non so se lo faranno mai, spero di no. ­

Nel 1968 con Bernardo Bertolucci ha scritto il soggetto di C’era una volta il West di Sergio Leone. Qual è stato il suo rapporto lavorativo e umano con Leone?

Leone lo conoscevo già da prima. Eravamo diventati amici perché io allora facevo il critico e fui uno dei pochissimi in Italia che parlarono benissimo dei suoi film. Ebbi dei rimproveri da parte del mio direttore che li riteneva film commerciali. Sergio mi fu grato. Da quel momento i suoi film cominciarono ad essere più apprezzati anche se poi lo furono veramente soltanto dal suo ultimo film C’era una volta in America. Insomma, diventammo amici e poi, quando lui decise di fare il suo primo film con una protagonista femminile, l’unico, anche se poteva avere i più grandi sceneggiatori pensò di prendere due persone nuove. Giovani che potessero affrontare con libertà, con serenità, dei personaggi femminili. Così prese me e Bertolucci e fu un’esperienza bellissima. Andavamo a casa di Sergio, ci raccontavamo storie e pezzetto per pezzetto costruivamo questo puzzle che era il film. Sergio raccontava le sequenze mettendole già in scena, già le vedeva. Diceva: “La macchina avanza” oppure “si vedono gli occhi”. Lì capii e confermai l’importanza in un film della macchina da presa, come il pennello per il pittore o lo strumento per il musicista. Le inquadrature devono avere una valenza anche psicologica. Perché usi un carrello? Non deve essere vano, dev’essere qualcosa di vero, importante, deve avere un perché. Quando in un mio film c’è un carrello che percorre un corridoio tu senti un’emozione che sale. Questo perché io ce l’avevo dentro, mi viene da quando ero bambino, quasi tutti i miei film sono ricordi delle mie paure dell’infanzia.

Un consiglio ai giovani che vogliono fare cinema oggi?

E’ difficile dare consigli, si dicono tante stupidaggini quando si dice “ti dò un consiglio”. Io penso che bisogni imparare molto andando al cinema, vedere tanti film, parlare con amici che fanno cinema o che vorrebbero farlo, passare serate e serate come abbiamo fatto io e altri registi, insieme a me e dopo di me. Possibilmente anche frequentare una scuola di cinema. Io non l’ho fatto, però ho fatto il critico e per me la scuola di cinema è stata la sala. La scuola di cinema è importante perché sperimenti i rudimenti del cinema. Anche all’estero, specialmente in America. A New York e Los Angeles ci sono scuole molto importanti che ti mettono subito la macchina da presa in mano, se vuoi fare il regista, e giri piccoli corti. Io ne ho visti alcuni interessanti, è così che nascono i registi.

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