Testo di – DAVIDE PARLATO

 

 

“Prendiamoci una pausa”. E’ una ricerca di sé al limite. O per meglio dire, uno spingersi al limite per cercare di dare un senso alla propria di identità. Non si sta perciò parlando di artisti in senso stretto, ma di uomini e donne dotati di una grandissima sensibilità che cercano di definire e definirsi nel modo più acrobatico possibile: lo sfogo di una sregolatezza nella pausa artistica di una teca di vetro.

Arimortis, esposizione presso il Museo del Novecento di opere della collezione della DOCVA a cura dell’artista Roberto Cuoghi e del critico milanese Milovan Farronato, è un po’ questo. “Arimortis” è l’espressione utilizzata nel gioco dai bambini per prendere una pausa e allacciarsi le scarpe o risistemare qualcosa. Già in questa definizione spicciola si comprende quale sia l’ambizioso progetto dell’esposizione.

Il gioco

Siamo in un contesto ludico prima di tutto: è un arresto del gioco e soprattutto del gioco puerile, quello caratterizzato dalla fantasia, dalla creazione di realtà superiori e dall’attaccamento formale a certi oggetti feticcio. Troviamo tutto questo: l’artista-uomo esce dai confini della realtà possibile, sempre nei limiti della possibilità, ma proprio lì dove il confine è più tenue, nell’inchino riflessivo e paradossalmente anche istintuale per allacciare le sue scarpe e collezionare se stesso. Paradossalmente, perche paradosso è la parola chiave nel funambolismo di una gnostica interiore. E in questa realtà sovracontestuale colleziona la sua identità, i suoi turbamenti, le sue paure, le sue pulsioni, i suoi sentimenti più scatenati (personificati, in questa continua spola con l’artista bambino, in memorabilia e feticci del passato o comunque della realtà quotidiana), riponendoli, in una tensione davvero equilibristica, in una teca di vetro.

Uscire dal tempo

Come le cesure tragiche. Quei momenti in cui è il coro a parlare, non i protagonisti della vicenda, che rimangono impalati e ieraticamente immobili nella loro posizione, con tutti i muscoli del corpo in tensione verso la gestualità che dà senso: o meglio, nella gestualità che dà senso: la tensione. L’atto.

Qui si muove l’artista che cerca se stesso. In un limite del reale fatto di sublimazioni concentriche della realtà domestica che portano al distillarsi spontaneo di una goccia di sistemazione dell’io e ricomposizione dell’identità.

Lo stesso Roberto Cuoghi, uno dei più importanti esponenti del concettuale in Italia e all’estero, è un uomo in continua ricerca di un’identità, una “quete” che si è spinta fino al voler assumere l’aspetto del padre.

Le opere esposte sono un cammino di ricomposizione: una collezione di fotografie di un cammino di ricerca dell’ispirazione artistica (non sto metaforizzando, si tratta proprio di una timeline fotografica di un viaggio di ricerca); un collage di fotografie contenuto nella silohuette di una balena; una marcia funebre di pupi siciliani travestiti da vari personaggi; una serie di sculture di piccola dimensioni che raffigurano immagini tratte da una seduta ipnotica. Tutto sotto vetro. Dove vorrebbe uscire ma è bloccato nel suo più elevato potenziale cinetico.

Allacciare le scarpe

Le personalità di questi artisti sono incredibili: sono uomini e donne dalle esistenze davvero portate agli estremi, sia nella felicità (come nel caso dell’artista sposatasi con un suonatore tibetano e di cui sono esposti i vestiti nuziali), sia nella sofferenza (come nel caso dell’autore del menzionato collage-balena, che ultimò la sua opera dopo aver stracciato più tentativi, in un’istituto di contenimento).

E il contenuto di quest’esposizione è davvero tutto permeato di un turbamento che si esprime nei modi più svariati: dall’ironia alla blasfemia (come in una fusione di rosari di plastica blu o in pagine e pagine cancellate di “SETTIMANA ENIGMISTICA”), da mash-up in stile underground a espliciti riferimenti alla morte.

Pulsioni di vita, pulsioni di morte: pulsioni generiche, che si intrecciano in questa bomba ad orologeria che stupisce e sembra davvero essere un ordigno terroristico nell’utilizzo quasi maniacale di certi oggetti della quotidianità o del passato adolescenziale e infantile. E questi feticci sono proprio il tramite di questa ricerca agli estremi di sé (e fino alle conseguenze estreme).

Nella sorta di manifesto inciso all’entrata dell’esposizione, v’è scritto proprio il proposito di portare al limite una pulsionalità che può essere di trasgressione o imitativa nei confronti della società. Ma qui il tentativo non è eversivo: anzi è proprio la tensione all’imitazione che gli artisti forzano, cercando di costruire un linguaggio paradossale che renda accettabile l’esternazione dell’io dell’artista: una sorta di rivoluzione silenziosa tramite il gonfiare fino al punto critico di quasi-esplosione una quotidianità pregna di significati individuali. È cosi che sotto il vetro delle teche troviamo gli speroni da alpinismo di un artista, fotografie ritagliate o forbici intersecate a ciocche di capelli come al termine di uno strappo.

Strappo

Sembra qui quasi una sovrapposizione al taglio di Fontana. Tuttavia c’è una sostanziale differenza, davvero sostanziale: qui non è importante l’azione del taglio, ma la sua più ultima verità sul limite, il millesimo di secondo prima del quale la punta della forbice sfiori la tela, il momento in cui l’artista, come su un vaso miceneo, si trova a contemplare se stesso dall’esterno nella sua più immane tensione verso l’infrangimento delle barriere e il tocco con la verità sul sé.

Non è la spazialità ad essere infranta, ma il tempo ad essere bloccato nell’istante stesso di un atto che libera.

parlato

 

4 Risposte

  1. lisa

    e’ difficile trovare persone competenti su questo argomento, ma sembra che voi sappiate di cosa state parlando! Grazie

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  2. paola

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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