Testo di – ALBERTO (Pino) ANDREETTA

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Arrival è l’ultimo film uscito in sala di Denis Villeneuve, regista canadese ormai al suo secondo film hollywoodiano e con il terzo (Blade Runner 2049, nientepopodimeno che il sequel del capolavoro del 1982 firmato Ridley Scott) già in rampa di lancio. Presentato alla 73a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Arrival è anche il primo film di genere fantascientifico nel quale si è cimentato il regista, il quale però riesce pienamente nel compito, grazie anche ad una cura per le inquadrature che lascia a bocca aperta. Il film è tratto dal racconto Storia della tua vita di Ted Chiang.

Alcune scene di vita domestica. Madre e figlia che giocano. La bambina che cresce e i primi litigi. Poi il cancro e la morte. Un incipit  da melodramma che sembra poi essere disatteso da come prosegue l’intreccio. Dodici astronavi atterrano sulla Terra, apparentemente senza un ordine logico, e umani ed alieni entrano in contatto. Non si sa cosa questi alieni vogliano e che intenzioni abbiamo, e non si riesce a scoprirlo a causa dell’impossibilità di comunicare. Viene per questo creata un’equipe di specialisti per cercare di parlare con gli extraterrestri, a capo della quale vengono posti il fisico Ian Donnelly (Jeremy Renner) e la linguista Louise Banks (Amy Adams), la  madre di cui sopra. Dopo i primi incontri infruttuosi, Louise comprende l’impossibilità di parlare stricto sensu con gli eptapodi (così chiamati per via delle sette “zampe”) ed inizia, tramite la scrittura, ad interagire ed a creare un vocabolario comune grazie al quale è possibile iniziare a comunicare. Gli eptapodi rispondono con logogrammi circolari che racchiudono in un unico segno grafico il significato dell’intera frase. Grazie ad Ian riescono ad inventariare via via sempre più segni, così da costruire un glossario che permette dei primi semplici scambi di informazioni. Durante il periodo dei vari incontri e la full immersion nella nuova lingua, la dottoressa Banks inizia sognare, spesso ad occhi aperti, gli eptapodi e soprattutto i vari momenti con la figlia. La povertà del vocabolario si palesa quando Louise chiede agli alieni il perché della loro presenza sul pianeta: infatti, la loro risposta “Offrire armi”, viene da alcuni interpretata come un’offerta di strumenti, da altri come una minaccia. Questo porta alla rottura delle comunicazioni fra i vari Paesi ed ai preparativi per un attacco imminente ai gusci, soprattutto da parte della Cina. Contemporaneamente alcuni soldati spaventati cercano di far esplodere il guscio nella base dove si trovano Louise e Ian, mentre questi sono al suo interno. La situazione si avvia verso un’escalation di violenza, con tutte le nazioni che interrompono le comunicazioni, quando Louise decide di entrare nell’astronave e di parlare direttamente con gli alieni. Questi le spiegano che “l’arma” di cui vogliono far dono all’umanità è la loro lingua, la cui conoscenza, portando un diverso modellarsi degli schemi concettuali a priori, secondo l’ipotesi di Sapir – Whorf, permette di vedere il futuro. Da questo momento in avanti il film si sviluppa con sequenze che alternano e sovrappongono continuamente piani temporali diversi. Così Luoise, ricordando momenti del futuro (letteralmente) riesce a dirimere le questioni internazionali e ad avvicinarsi a Ian, che sposerà. Veniamo così a scoprire che la figlia non è ancora nata e che tutti i momenti mostratici con madre e figlia sono in realtà ancora di là da venire, chiudendo la circolarità del tutto con la scelta del nome della figlia: Hannah. Palindromo.

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Melodramma, fantascienza, speculazione sociolinguistica e filosofica, questo film ha molte sfaccettature e nonostante si senta forte la volontà dell’autore di farlo veicolo di un senso specifico, sembra diventare davvero più grosso di lui. Il significato della vicenda non risulta oscuro, per quanto già a livello letterale si possano individuare diversi poli di senso. Innanzitutto il piano emotivo, quello più scontato, ma che riesce comunque a creare empatia, con la tragedia della figlia, alla quale, però, Louise va incontro con la convinzione che assaporare, anche per poco, la felicità, sia meglio che non conoscerla affatto. Nulla di trascendentale, ma grazie all’azione sinergica di una regia in grado di rimanere intimista nonostante le enormi astronavi aliene sullo sfondo, della bella colonna sonora, del montaggio e della grande interpretazione di Amy Adams, questa storia riesce comunque a toccare le corde giuste, rimediando con estrema maestria ad un finale che può apparire un po’ debole.

Oltre il melodramma, si innesca il ragionamento sulla comunicazione; l’intera vicenda si fonda sulle criticità della comunicazione, estrinsecandole in due diverse ottiche, ossia: il parlare col diverso e il parlare col simile. Non si pensi però alla mera didattica delle lingue, ma soprattutto alla valenza sociale del discorso, teso alla collaborazione fra uomini e nazioni. Così il blackout delle comunicazioni e l’interruzione delle comunicazioni fra Stati rischia di far crollare tutto, mentre la collaborazione tra scienziati ed alieni porta alla risoluzione del problema. Questo concetto viene estrinsecato in una sequenza molto importante che verte sul concetto di gioco a somma zero, ossia nel quale i partecipanti vincono o perdono insieme. Un messaggio di cooperazione quindi, ma che ancora non esaurisce la profondità di questo film, anzi, proprio quando si lasciano perdere le bagatelle del sociale comincia ad addentrarsi in qualcosa di ancora più grosso: il linguaggio.

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Per cominciare bisogna evidenziare che a differenza di Interstellar, pellicola alla quale è stato accostato soprattutto per la risoluzione della fabula in riferimento al paradosso temporale, Arrival non cerca a tutti i costi l’aderenza alle scoperte/teorie in campo matematico e fisico, ma prende il via da una dichiarata attenzione al linguaggio, dichiarato nel film stesso come fondante per l’essere umano. È importante specificarlo: non si confonda il linguaggio  con gli idiomi. La concezione di linguaggio che emerge dal film lo riavvicina enormemente alla forza del Logos, ritornando qualcosa che sovrintende il pensiero stesso, ed alla poiesi del Verbo, quasi unendo il concetto cristiano alla complessità dell’origine greca. Su questo sostrato di innesca il plot-twist derivato dall’assunzione come vera dell’ipotesi di Sapir-Whorf; le teoria di questi due studiosi è animata dalla convinzione che lingua e pensiero siano in rapporto di determinazione con gli usi e i costumi. Nel film, estremizzando e prendendo invece che un’altra lingua un altro linguaggio, si suppone che quest’ultimo possa modificare gli a priori o comunque gli schemi concettuali insiti nel nostro linguaggio (e quindi nel modo stesso di organizzare il pensiero) tanto da poter pervenire di là dal tempo. Costruire il pensiero in maniera diversa, tanto da annichilire la coordinata temporale. A questo punto occorre fermarsi un attimo. Louise vede il futuro come fosse un ricordo, e così facendo riesce ad entrare in contatto col comandante in capo delle truppe cinesi che stanno per attaccare gli alieni: nello specifico, vede, o vive, la serata di gala durante la quale il comandante la ringrazia facendole vedere la chiamata ricevuta la lei, parlando col generale Shang Louise capisce come contattarlo nel “presente”. Qui deflagrano i vari piani temporali attraverso i quali si dipana la vicenda. Questo paradosso, unito alla messa in scena di tutte le sequenze che non fanno parte dell’ipotetico “presente”, sempre costruite come ricordi, anche quando memorie del futuro, incentivano le speculazioni verso una concezione del tempo che, dalla circolarità, suggerita anche dai segni per mezzo dei quali comunicano gli alieni, sembra restringersi letteralmente fino a coincidere tutta in un unico punto che è null’altro che eterno presente. Perché ciò? Perché se i vari piani temporali non coincidessero permarrebbe un regime di causa-effetto che invece viene annientato, non essendo infatti possibile spiegare come abbia fatto Louise ad avere il numero telefonico di Shang. Per esplicitare il concetto è utile rifarsi alla sopracitata sequenza del gioco non a somma zero. In questo momento del film vediamo Louise che, nel piano temporale che chiameremo “del ricordo”, parla con sua figlia, mentre del piano del “presente” è a colloquio con Ian. Hannah, nel ricordo, chiede una definizione alla madre, la quale risponde solo dopo aver sentito la risposta che le serve detta da Ian nel presente. È vero che a fine film si scopre che quello che abbiamo definito “piano del ricordo” è in realtà sito nel futuro, ma in relazione alla sequenza della telefonata a Shang è sintomatico del trattamento del tempo nel film. Inoltre anche dopo il plot twist non si riesce a cancellare l’impressione che tutto sia filtrato attraverso il punto di vista della memoria.

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Si è detto dell’importanza rivestita dai simboli, dai segni, insomma dai significanti (tanto per evidenziare come la riflessione linguistica sottenda anche la struttura del film). Si è di fronte ad un vero esempio lacaniano del simbolico, con un significante definito da altri significanti. Una scena emblematica in tal senso è quando Ian comprende come il senso di un messaggio degli alieni non stia in ciò che i segni intendono, ma nei simboli stessi, nel caso specifico nel rapporto fra tratti e spazi bianchi. Torna così alla mente la famosa sentenza di Lacan, secondo la quale “il significato è un sasso in bocca al significante”. Si torni a pensare il film come tutt’uno, come unità segnica. Durante lo svolgimento abbiamo continui sbalzi temporali, ma inizio e fine sono nello stesso luogo, in un tempo che non è dato, dove tutto rimane immutato, rimane un “sé” al di là del tempo.

Al netto delle elucubrazioni linguistico-filosofiche, il film risulta avvincente e nell’ultimo atto inchioda letteralmente lo spettatore allo schermo. La regia di Villeneuve tende verso una bellezza classica della composizione, ma senza mai essere fine a se stessa; si pensi alle stupende panoramiche col mare di nebbia o a come riesca a non rendere invadenti delle navicelle spaziali di più di 450 metri inquadrandole sullo sfondo mentre il focus rimane sui protagonisti che dialogano in primo piano. Un punto a favore delle scelte della regia riguardano la rinuncia alla spettacolarità ostentata tipica di troppe produzioni hollywoodiane, in favore di una meraviglia e di uno stupore infinitamente più genuini e più umani.

Complimenti Denis. Fa tutto ben sperare nell’attesa di Blade Runner 2049.

 

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