Testo di – RICCARDO LOSCHI

 

 

Andy_Moor_DJ_2010

 

 

Un amico una sera mi chiese di fare una panoramica della emergente new wave underground colta che caratterizza in particolar modo questo ultimo periodo. Il che, a ben vedere, equivale a chiedere ad un ragazzo di quinta liceo di scrivere un tema sulla vita.

Ebbene, ammesso che lo stile underground esista e possa essere colto, è sorprendente il fatto che da qualche tempo l’oscura, perversa, misteriosa, tossica scena del clubbing e dei suoi generi annessi e connessi stia inaspettatamente guadagnando spazio sui canali massivi. Blasfemia! – grida il purista-fondamentalista di ogni sonorità di tendenza – “il suono puro e duro si trova solo in certi ambienti e in certi momenti, quella non è roba seria”. Ed è sincero, ma non onesto. Perché il suono che intende lui, frutto spesso di un miscuglio tra forte autoconvinzione, ottusità musicale e volume troppo elevato, risulta sconsacrato non appena accostato ad altro che non siano i canoni di riferimento consueti. E dire che recenti successi come Bad Romance di Lady Gaga, Liquorice di Azelia Banks, #That Power di Justin Bieber & Will I Am sono singoli che poggiano su sonorità electro-house, tech-house e addirittura techno che venivano sparate in cassa dritta qualche anno fa e ballate mani in alto e gin tonic nello stomaco, anche e soprattutto dai sapienti clubber bacchettoni.

Ciò che non si vuole ammettere – e mi includo nella categoria – è che la cosiddetta “tendenza” è talvolta una ruffiana accozzaglia di suoni o, più spesso, il frutto di uno senso artistico minimo e di una non irresistibile abilità tecnica.

Opposta ma ugualmente detestabile abitudine è l’esaltazione di quei lavori che contengono un presunto maggior spessore, esaltazione più per voga che per convinzione, un po’ perché non è che poi uno ne capisca tanto quanto dice, un po’ perché se capisse tanto quanto dice forse non apprezzerebbe così tanto.

Ad ogni modo, non ci si deve preoccupare più di tanto. Perché la musica di tendenza, il moto perpetuo della scena underground, così incoerente e schizofrenica da passare da Moroder a Skrillex nel giro di soli 35 anni, non pretende sempiterni profeti.

Ogni ondata, arrivata sulla battigia si ritira, rimpiazzata dalla successiva. E così il dj-producer, che non vuole farsi risucchiare, si re-inventa per saltare sull’onda nuova. Certo, ci sono le eccezioni. Ci sono i Daft Punk o i Chemical Brothers della situazione, i Kraftwerk, i Frankie Knucles o i Jeff Mills; ma non tutti sono la Tendenza o la storia recente. Essere bravi è difficile, tanto più quando l’asticella dei requisiti per essere un dj si abbassa notevolmente come negli ultimi anni. Credo non sia un grande party che fa un grande dj, non sia un vocal perfetto appiccicato su una base che fa un grande producer. Preferisco pensare che sia la mentalità, l’impegno ed il talento. Perché la folla, anche tra fumi e droghe, riconosce il talento. E dove c’è più talento ci sono meno droghe e più attenzione. Per questo mi auguro di vedere sempre più live set, perché per fare buoni live set si deve essere più bravi della media, siano i live strumentali dei nostrani Motel Connection, della Nicolas Jaar band, degli ormai sciolti Modern Deep Left Quartet o dei Bloody Beetroots Death Crew 77; siano i visionari e micragnosi spettacoli teatrali di Villalobos e Loderbauer; siano i live set di Laurent Garnier, Gui Gerber, Gui Boratto o Henrik Schwarz, di John Talabot, dei Pillow Talk o dei Disclosure. Ed è questa l’idea che ci si augura continui a diffondersi: è importante sapere e saper fare musica, per arricchire un suono ed un panorama un poco inariditi.

Che in console salgano gli artisti!

Che la musica si fonda con il suono!

Che la vodka lemon scorra a fiumi!

Che al grido di “ultimo, ultimo” i djs possano sempre mettere l’ultimo!

Così il clubbing sarà anche arte (collettiva) e non solo ondata generazionale

 

E io potrò continuare a scriverne su Revolart

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata