Testo di – GIULIA BOCCHIO

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Nel cuore della Roma rinascimentale e barocca all’interno del settecentesco Palazzo Braschi, sede del più noto Museo di Roma, sito nella splendida cornice di Piazza Navona, è in mostra sino al 7 maggio 2017  il “pennello muliebre” della pittura italiana: quello di Artemisia Gentileschi.

Donna e pittrice eccellente in una Roma seicentesca in espansione ma ancora gerarchica, più rigorosa nel differenziare il ruolo e il genere di un artista piuttosto che quello iconografico o tematico. Certo imperava in quella stessa Roma il tocco di luce che il Caravaggio aveva portato nella capitale, quando i volti sulla tela divennero finalmente umani, anche nella drammaticità delle emozioni e negli impeti logoranti dello spirito; ben presto Artemisia Gentileschi interiorizzò e rielaborò questi echi grazie anche all’esempio del padre, il noto pittore Orazio Gentileschi che subito colto il talento della figlia la introdurrà egli stesso nella propria bottega: unica possibilità per la giovane, in quanto donna, di esprimere e sperimentare un percorso artistico o formativo.

Nonostante l’ambiente sociale fecondo e stimolante, il flusso di artisti attratti da Roma, l’esempio figurativo (e tormentato) del padre, Artemisia Gentileschi visse nel profondo ciò che la propria condizione femminile comportava in un simile contesto, quando l’arte era prerogativa dell’uomo e i pericoli per una donna erano assai maggiori in una capitale in cui la criminalità dilagava e le tutele erano chimere. Noto alle cronache, oltre al suo spiccato talento per la pittura e la riproduzione dell’umanità dei volti, fu infatti l’episodio dello stupro che la giovane subì all’interno della propria camera da letto nel 1611 da parte di Agostino Tassi, pittore legato alla cerchia di Orazio Gentileschi e assiduo frequentatore della famiglia. Il processo divenne celebre e il Tassi condannato, mentre nelle opere di Artemisia forte ed emblematica sarà la trasfigurazione su tela di siffatto avvenimento e siffatta rivalsa femminile, tanto che ancor oggi la pittrice è considerata un simbolo del femminismo internazionale e dell’importanza dell’emancipazione che la rese una delle figure più celebri del suo secolo.

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L’itinerario della mostra di Palazzo Braschi dedicata alla pittrice romana ripercorre l’intero arco temporale della vicenda umana e artistica di Artemisia, passando per gli esordi romani, ai lavori del periodo fiorentino, sino al suo soggiorno a Napoli e a Londra.

Le opere selezionate mettono in risalto la spiccata intensità cromatica ed emotiva di dipinti in cui i volti (e in particolar modo quelli di donna) sono altamente fieri, attraversati da impeti razionali e da tempeste emotive tuttavia liete oppure altere, in cui anche la fredda compostezza della netta decapitazione di Oloferne nel celebre Giuditta che taglia la testa a Oloferne, comunica un forte senso di riscatto e rivalsa, in cui la creanza della donna e dell’esser donna non viene depauperata mai né dalla pietas né dalla gestualità stucchevole della violenza di talune scene, come nel noto Giaele e Sisara. V’è nelle eroine terribili raffigurate da Artemisia Gentileschi una consueta tranquillità nei gesti più truci e negli sguardi, nessun tono tragico o tetro dunque negli omicidi biblici raffigurati, ma sempre quell’aura di idillio e grazia che vezzeggia la Giustizia. Lo stile della Gentileschi è tuttavia mutevole e soprattutto proteiforme nonché figlio delle numerose suggestioni e influenze che ebbero sulla pittrice il caravaggismo (da cui non si discostò mai) e i pittori contemporanei; attivi in quegli stessi anni infatti v’erano anche nomi fra i quali Guido Cagnacci, Simon Vouet, Onofrio Palumbo.

La mostra propone infatti un serrato confronto fra l’artista e i suoi colleghi del tempo, un confronto per l’appunto marcatamente “serrato” in cui vengono riproposti, esposti e raffrontati dipinti raffiguranti molteplici versioni di uno stesso episodio o soggetto: innumerevoli ed eccessive per una mostra in cui il numero delle opere totali non raggiunge il centinaio le varianti della decapitazione di Oloferne e di Susanna e i Vecchioni. Nutrite e illimitate anche le iconografie della morte di Cleopatra e di Lot e le sue figlie per un effetto finale in cui l’impressione imperante è quella d’aver veduto solo pochi dipinti e sempre i medesimi, riproposti sala dopo sala, in cui l’esercizio più semplice diviene distinguere la cornice.

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