Testo di – DAVIDE PARLATO

In una gelida Torino, dove l’inverno è già arrivato e si fa sentire, nonostante le incursioni di unnica ferocia del sindaco Chiara Appendino nei confronti della programmazione culturale della città sabauda, Artissima, fiera dell’arte contemporanea, si erge strenuamente come evento di punta della stagione autunnale torinese. Avviata il 4 Novembre, Artissima si è conclusa ieri raccimolando una serie di cifre da urlo (oltre 52.000 visitatori, 193 gallerie da 34 Paesi, più di 2.000 opere in mostra) che riconfermano il suo statuto di principale fiera dell’arte contemporanea in Italia, di grande risonanza anche a livello internazionale.

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Il padiglione Oval di Lingotto Fiere ha organizzato in questi giorni i suoi 20.000 mq di esposizione in un alveare di stand contenenti opere di artisti affermati ed emergenti nel panorama contemporaneo provenienti dalle più svariate nazioni. In questo senso la fiera rappresenta una ghiotta occasione di dialogo nonché di promozione per chi si affaccia sul mercato dell’arte. Una spiccata attenzione curatoriale caratterizza l’impianto stesso dell’esposizione, che permette al visitatore una fruibilissima visita attraverso i vari stand (nonostante la massiccia affluenza di persone). Ma l’aspetto più interessante dell’evento risiede nella sua vocazione per la ricerca e la scoperta: comitati e board di professionisti, infatti, si occupano della valutazione delle opere e dell’assegnazione di sette riconoscimenti differenti con il preciso intento di scoprire e promuovere linguaggi artistici innovativi, spesso lanciandoli nei circuiti più affermati tramite l’assegnazione di premi in denaro o l’organizzazione di personali. Ultimo ma non per importanza, Artissima è un evento territoriale: numerosi sono stati in questi giorni gli eventi in città organizzati parallelamente alla fiera in Lingotto, con l’obiettivo di creare un network di comunicazione in grado di promuovere il turismo torinese, sfruttando in pieno, in questa maniera, le esternalità positive della manifestazione. Si parla di fatto di proventi – diretti e indiretti sul territorio – per 4 milioni, altra cifra non di poco conto.

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La settimana dell’arte torinese, che vede la compartecipazione di tre eventi, Artissima, Paratissima e The Others, ha chiuso i battenti perciò riscuotendo un certo successo, in termini di visitatori, in termini di talenti scoperti e in termini di proventi. Un plauso va perciò indubbiamente fatto a chi ha permesso e ancora permette la realizzazione di tutto questo, in primis la direttrice Sarah Cosulich, nonché un network istituzionale che vede inseriti Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, Compagnia di San Paolo, Camera di commercio di Torino e Fondazione Torino Musei (cui afferisce l’organizzazione stessa di Artissima).

Queste belle parole le spendo per ciò che concerne l’aspetto organizzativo dell’evento. Ma da visitatore, la fiera mi ha lasciato non poche perplessità, instradandomi verso alcune considerazioni di carattere più generale che afferiscono all’intima natura del mercato dell’Arte contemporaneo.

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Di fatto, “innovazione” figura spesso fra le parole d’ordine della fiera, nella mission stessa dell’evento. Ma in tutto il vasto percorso espositivo è successo davvero rare volte di incontrare qualche spunto davvero innovativo. L’idea generale che lascia la visita è, in generale, di una elevatissima perizia tecnica e realizzativa,  incanalata però sempre entro linguaggi tradizionali e ruffiani. Dominanti l’esposizioni sono allora certe cifre artistiche “di moda”, dall’informale nella pittura al Dada nella fotografia e in molte installazioni, dall’arte povera (con una fin eccessiva presenza di specchi pistolettiani) a quella industriale (con un altrettanto disturbante esubero di scritte a neon). L’impressione che ci si fa allora è quella di un’arte spendibile, facilmente fruibile, di tendenza, fotografabile, impressione riconfermata dalla natura del pubblico dell’evento, che vede la compresenza di addetti ai lavori ma anche di tanti, tantissimi profani. Se quest’ultimo aspetto rappresenta indubbiamente una delle caratteristiche più interessanti e positive dell’evento (non ci stuferemo mai di ribadire quanto sia importante per l’Arte aprirsi sempre di più al grande pubblico), qui siamo di fronte al rischio che qualcosa che punta all’innovazione e alla ricerca, nel suo tentativo di apparire il più possibile user-friendly, scada nel fenomeno di costume, uno dei rischi che da sempre accompagna l’arte come un’ombra ma che qui si fa sentire in modo fastidiosamente pesante nella scelta collettiva di adagiarsi lungo direttive espressive consolidate e, in qualche modo, “a colpo sicuro”.

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In un’epoca di crisi economica come la nostra è facilmente intuibile come anche il mercato dell’Arte possa ritenere opportuno ripiegare su scelte vantaggiose (d’altronde, per quanto l’animo romantico di molti si rifiuterà di ammetterlo, anche l’Arte è un prodotto monetizzabile, e l’appellativo stesso di “fiera” ne è riconferma), e di fatto abbiamo avuto modo di confrontarci con questo dato di realtà anche in altre situazioni fieristiche affini, come l’Affordable Art Fair su territorio meneghino. Ciò detto, è davvero un po’ deprimente notare quanto siano sempre più rare le scelte coraggiose, come se fosse implicitamente preferito evitare di rischiare e l’infausta conseguenza di rosicare.  Se questo comandamento può indirizzare verso l’utilizzazione creativa di forme espressive già dette e già sentite, lo stesso non si può dire riguardo alla coraggiosa scelta di linguaggi innovativi.

Questo è in fondo l’amaro in bocca che lascia questo tipo di eventi, come se si fosse assistito alla cannibalizzazione della novità da parte della fruibilità. Ed è forse negli scatti sornioni dei turisti a fianco delle proprie opere d’arte preferite che si intravede, grottescamente, il fantasma del fenomeno di costume e, ancora più a monte, una delle grosse sfide del contemporaneo, che giustifica e riassume quanto detto qui sopra: scrollarsi dell’ingombrante eredità del passato e ritornare a trovare la fiducia nelle potenzialità del presente, anche a costo di rimetterci il portafoglio.

 

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