Testo di – DAVIDE LANDOLFI

Lady-Gaga-Aura-Final-version

Lady Gaga è sicuramente l’artista più ambiziosa che il mondo del pop abbia mai incontrato: è come quelle studentesse che pur di essere le prime della classe usano mezzi e mezzucci durante il compito di latino, per intenderci. E ARTPOP rappresenta in toto questa attitude germanottesca.

Nessuna esclusione di colpi nel presentare un disco che ha la presunzione di elevare il concetto di pop ad arte scomodando personaggi illustri come Marina Abramovic o Jeff Koons (ne ha curato la cover), ma che non sempre mantiene quanto promesso. Nella smania di essere sempre la migliore, la Germanotta si perde in un miscuglio di suoni che vogliono dimostrare la creatività e la poliedricità di un’artista estremamente talentuosa dotata di buone doti vocali e ottime capacità anche a livello di produzione dei propri pezzi e che quindi potrebbe giocarsi altre carte. Insomma, Lady Gaga vive una vita artistica votata al dover sempre dimostrare, provare e ribadire il proprio talento quando a volte dovrebbe limitarsi semplicemente a cantare abbandonando tutti i fronzoli e i ninnoli di contorno.

ARTPOP segna un “ritorno” alle atmosfere più colorate e leggere di The Fame abbandonando l’impegno e la profondità del messaggio lanciato da Born This Way anche se, da quest’ultimo, non si discosta in modo netto, ma gradualmente, come viene dimostrato da alcune tracce all’interno del disco.

Aura (inizialmente Burqa) è la nuova Americano: a metà fra ritmi spagnoleggianti e arabeggianti conditi dal solito background elettronico di cui Gaga non riesce più a farne a meno; si mantiene più verso le produzioni precedenti senza aprire la strada alla vera essenza di ARTPOP. Compito assegnato a Venus, dall’appeal 80ies/90ies dove troviamo una Germanotta che dopo anni di compiti eseguiti egregiamente porta a casa la sua prima produzione curata anche a livello musicale oltre che nelle liriche. Ottima G.U.Y. che continua sul tema sesso, dove è impossibile non riconoscere la mano di Zedd, così come Sexxx Dreams frivola e leggera, mostra una la Gaga totalmente assente in Born This Way. Ma se da un lato questa manciata di canzoni non apportano sostanziali modifiche al suono germanottesco, risultando un’unica grande traccia monotona, dall’atro ARTPOP si concede l’esplorazione di altri territori, quelli black come in Jewels ‘n Drugs feat. TI, Too Short & Twista e r’n’b in Do What U Want feat. R. Kelly.

Interessanti il riff di chitarre e il mood rockeggiante in MANiCURE che purtroppo rimangono solo un caso isolato per poi trasformarsi nell’ultimo richiamo a Born This Way in Swine. Un tripudio di synth, elettronica che sfociano in quello che può essere tranquillamente considerato un esempio di industrial, tipico genere dell’Europa dell’Est di cui il precedente disco ne era totalmente assuefatto.

Un discorso a parte merita la title-track ARTPOP, posizionata nel cuore del disco: suoni quasi surreali, soffusi dove si trova una Gaga completamente drogata di se stessa e dell’arte che è convinta di proporre. Il punto più alto di tutto il progetto.

Ancora leggerezza in Donatella, dedicata all’amica Donatella Versace, la traccia più gay-friendly dell’intera discografia gaghiana: colorata, eccentrica, eccessiva. Non se ne capisce il senso, ma rimane una delle tracce più immediate e godibili del disco esattamente come Fashion! dal mood 70ies, ma totalmente random e inadatta in un disco come ARTPOP.

Ulteriore scivolone con May Jane Holland, un inno alla marijuana, che risulta un sunto di tutti i suoni disseminati nel corso del progetto. Annoia dopo i primi secondi: da dimenticare.

La musica cambia con la ballad (la terza della sua discografia) Dope, in puro stile germanottesco. Synth e piano e un’interpretazione degna di una delle artiste più versatili in circolazione così come Gypsy, energica e potente, ricorda un po’ The Edge Of Glory.

Chiude il disco proprio colei che ha avuto il compito di aprire questa nuova era discografica, Applause. Uno dei peggiori primi singoli degli ultimi anni che non è stato in grado di trainare un album altisonante, presentato in pompa magna (come sempre del resto) e che ha decisamente deluso le aspettative.

Ma alla fine di tutta questa overdose di quella che parrebbe arte, gli applausi Gaga se li merita eccome. Lontana dalla perfezione, o quasi, di Born This Way, uno dei pregi della Germanotta è sicuramente quello di proporre dei dischi omogenei in cui nulla è fuori posto e anche in questo ARTPOP i temi sono sequenziali e poco importa se si confonde la Venere di Botticelli con la Venere di Milo, poco importa tutto l’apparato coreografico su cui ha costruito il suo impero, poco importa se la voglia di stupire la porta a mischiare suoni e stili fino al limite del sopportabile: il risultato non cambia.

Seppur non nella sua performance migliore, Lady Gaga dimostra ancora una volta di essere una delle artiste più visionarie e di talento del nostro secolo anche se il suo fare spocchioso e da prima della classe ha già dato i primi segni di cedimento: forse sarebbe il caso di lasciare fare arte a chi realmente può fare arte perché, in fondo, ARTPOP è solo pop. Non arte.

Voto: 7.5

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