Testo di – FRANCESCA NATALINI

 

UOVO-2014_-Romeo-Castellucci_-Attore-il-tuo-nome-non-è-esatto

 

Uovo è un progetto indisciplinato sulla contemporaneità” Solo dopo aver visto lo spettacolo a Palazzo Serbelloni ho capito a cosa si riferissero davvero.

L’idea non è semplicemente quella di inscenare uno spettacolo che intrattenga, che stimoli l’amore per il teatro, che mostri le doti teatrali degli attori ma insinuare dubbi, dibattiti, domande. È rischioso, qualcuno si potrebbe perdere per strada, magari avvertire l’esistenza di un percorso riflessivo ma senza coglierne il senso, senza raggiungere il traguardo.

Forse perché di traguardi non ce ne sono.

Attore il tuo nome non è esatto”, gli spettatori entrano in silenzio, lo spazio adiacente alla grande sala Napoleonica dove si svolgerà la performance è immersa nel buio totale, prepara una certa solennità, un pianoforte in sottofondo.

La grande sala, sfarzosamente adornata, è invece rossa, rutilante, sanguigna. Nessun palco, solo un vecchio mangianastri, un tubo di panna spray e un cubo bianco di polistirolo.

Stesso schema per tutti gli attori ma con esiti differenti.

Entrano uno per volta, tramite un’antica e cigolante porta, si muovono lentamente, fanno partire il registratore. Sono voci di posseduti, i loro nomi, completi di data, scorrono su di un proiettore, provengono da un archivio storico sapientemente spulciato dal regista: Anneliese  Michel, Franc  Schikermeier, Mary  Goold, Jack Sutton.

Inizia la trance, panna in bocca, usano il cubo per diverse contorsioni, si avvicinano al pubblico ma non lo guardano. Alcuni hanno movenze assimilabili alle crisi epilettiche, altri sono sicuramente fanatici dell’Esorcista, old style version; una in particolare mostra tutto di sé.

Inizia la sua danza morbosa ed erotica, mostra il seno e gli orifizi, poi impassibile si riveste con cura, mirandosi allo specchio. La didascalia di questa possessione “Xenoglossia,1966”, in una versione antecedente recitava: “l’attrice nuda e bellissima sotto la luce squadrata della finestra rossa, quasi parla con i suoi orifizi più intimi”.

Infine gli attori ritornano al mangianastri, si prendono un secondo e poi rivolgono agli spettatori un ammiccante sorriso, esagerato ed estremamente inquietante.

La differente esperienza dei vari attori si percepisce, alcuni superano gli altri in coinvolgimento e resa della performance, ma per nessuno pessimi giudizi, anzi.

Merita una nota la seconda attrice, vestita di nero, assolutamente splendida.

Lo spettacolo si chiude con un estratto del testo di Antoine Artaud “Per farla finita con il giudizio di Dio”, storia tragica di un padre bestiale e senza morale e di una figlia devastata ma non per questo perdonata dalla società, anzi uccisa e lasciata al finale giudizio divino.

Il dramma diviene un pretesto per l’autore, ormai pazzo e libero da ogni costrizione sovrastrutturale, da ogni limite, sbraita contro le brutture che affliggono la società moderna. Grida la sua verità, scomoda, tragica, fatta di dominanza, laddove la crudeltà è estirpare con il sangue, fino al sangue.

L’attore è infuocato dalla verità ma poi si lascia cadere, rimane solo carne, vuoto, senza più sangue per cui combattere. Ricomincia quel pianoforte.

Romeo Castellucci, Leone d’oro alla carriera nella scorsa edizione della Biennale di Venezia, riconoscimento singolare per un regista al pieno della sua maturità artistica ma calzante alla luce di un lavoro di continua ricerca che contraddistingue la sua carriera.

La performance scaturisce da un laboratorio condotto alla Biennale Teatro, e porta a riflettere sul ruolo dell’attore, partendo dalla sua radice linguistica.

Attore da actus, participio passato di agere, agire. Questa l’etimologia alla base del recitare, implica una profonda scelta dell’attore che mette in moto, fa andare avanti l’azione, ne delinea i contorni non è mai soggetto passivo anzi è l’artefice della scena.

Castellucci ripudia questa concezione che rende il performer tanto attivo e dinamico.

I suoi attori accendono il mangianastri, voci roche e soffocate si impadroniscono di loro, li fanno danzare, contorcersi, soffrire, divertire.

L’attore non è più padrone diviene marionetta posseduta da forze che muovono il suo corpo, si lascia agire da forze esterne. Si assume la maledizione della finzione, è il medium tramite cui le maschere vengono poste.

Lo spettacolo rapisce, inquieta, crea scompiglio ma, come nelle migliori opere, non fornisce una via d’uscita. Forse la chiave sta proprio in quel sorriso.

Autore: Romeo Castellucci

Regia: Romeo Castellucci

Genere: teatro sperimentale

Compagnia/Produzione: Socìetas Raffaello Sanzio / La Biennale Teatro di Venezia

Cast: Mara Bertoni, Evelin Facchini, Giacomo Garaffoni, Filippo Pagotto, Aglaia Mora, Ermelinda Pansini, Carlotta Pircher, Sergio Policicchio

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