Testo di – VIRGINIA STAGNI

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Se pochi giorni fa avevamo visionato quelle tremende immagini, simbolo di barbarie immonde, di uomini che distruggevano secoli di cultura e di inestimabile valore storico nel museo di Mosul, oggi ci appare una luce in quel vortice nero in cui il Medio Oriente è assediato.

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È la luce della cultura che risplende sui cieli dell’Iraq, a Baghdad, dove il museo nazionale della città ha riaperto le porte per rispondere agli attacchi disumani dell’Isis. Stuprato e saccheggiato nel 2003, oggi questa istituzione irachena diventa il simbolo della lotta della cultura al Califfato. Una lotta che si presenta pacifica ma rumorosa, in punta di piedi ma elegante, velata ma d’impatto: il vero senso di quella che può essere definita una lotta non-violenta degna di grandi leader come di grandi popoli. E quello iracheno, oggi, si è dimostrato tale.

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Il video hollywoodiano che ha fatto commuovere amanti dell’arte e non, ha quasi stimolato, oserei dire, più ribrezzo nell’opinione pubblica di quello provocato dall’uccisione di prigionieri-bestie: esso è stato, di fatto, il simbolo di una orripilante volontà di cancellazione violenta del passato proprio ma, soprattutto, di quella valle e culla dell’umanità che ha partorito l’Occidente intero: la Mesopotamia.

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Se durante la guerra in Iraq quindicimila reperti erano stati danneggiati o saccheggiati, oggi gli esperti sono riusciti a ritrovarne almeno 4300, riportandoli all’interno del museo stesso. Benché la riapertura fosse prevista tra qualche mese, il premier iracheno ha deciso di accelerarla “come risposta all’Isis”. Al taglio del nastro rosso, il primo ministro Haider al-Abadi ha dichiarato “Proteggeremo la civiltà e individueremo chi vuole distruggerla” e Qais Hussein Rashid, vice ministro per il Turismo e le Antichità, ha aggiunto “Quello che è successo ci ha indotti ad accelerare il nostro lavoro, volevamo aprire come reazione a ciò che hanno fatto le bande del Daesh”.

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Forse il devasto del museo di Mosul non è stato nulla di nuovo per chi aveva ancora impressi nella memoria i fotogrammi tragici del 2003. Tra i danni denunciati in lacrime dalla vicedirettrice del museo di Baghdad Nabhal Amin che dichiarò “Hanno rubato o danneggiato 170mila pezzi risalenti a migliaia di anni fa” e la distruzione abominevole dei Buddha afghani del Bamiyan, l’attacco al palazzo di Mosul è un altro evento da aggiungere a questo necrologio infinito della cultura medio-orientale.

Di certo questa riapertura è per tutti un segnale vero, che conta, di risposta valoriale a un atto che è riflesso di una divergenza dell’umano verso la sua natura più bestiale e primordiale. Una forma di attacco pacifico che la cultura deve lanciare ai barbari violenti che assediano oggi le terre medio-orientali (e non solo) e che vede in questo primo esempio un prezioso simbolo di grido di libertà e speranza. Baghdad, un barlume di ribellione non violenta splende nel deserto iracheno, da sostenere schierandosi al fianco di questo popolo che, nonostante ciò che ha vissuto negli ultimi decenni, lotta contro il terrorismo e l’oscurantismo. Combatte con la parola “cultura” e con la costruzione di un discorso critico che prende le mosse dalla ricostruzione e tutela del proprio passato storico, testimoniato dal conservato patrimonio culturale del proprio territorio. Perché la cultura e il pensiero vincono, sempre, non tanto palesandosi con il soffio della conoscenza personale o della “tribù clanica”, quanto sotto forma di un’attitudine ben precisa, che solo chi ha a cuore la cultura può possedere: essere capaci di discernere il bene dal male, il bello dal brutto.

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Chiudo ricordando le parole di una delle più grandi pensatrici del Novecento, Hannah Arendt:

“E’ anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.

Profonda e radicale come la storia che è tutelata in un museo, in una biblioteca, in un archivio: storia che dobbiamo difendere, con tutte le nostre forze.

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