Testo di – FILIPPO VILLANI
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Il 17 Dicembre scorso, come gli utenti abituali di Internet avranno notato accedendo ad una delle pagine più gettonate del proprio browser, il motore di ricerca Google ha proposto un simpaticissimo doodle click to play che commemorava il 245° compleanno di Ludwig Van Beethoven.

Un artista dalla vita tormentata per motivi economici e famigliari, nonché direttamente personali (per esempio la sordità che lo colse a partire dai 30 anni è diventata celeberrima) che ha dato tanto alla sua epoca ed all’umanità intera, lasciando ai posteri un repertorio sconfinato ed unico in termini estetici.

Infatti la sua opera, seppur inserita nel solco del Classicismo Viennese (tramite l’uso della sonata, ereditata da Haydn e Mozart), ha costituito una rottura vera e propria nella cultura della musica tonale nata nel 1600: le sue composizioni si basano su una pluralità immensa di melodie in completa dialettica, con forme chiare che permettono di mettere in luce i corrispondenti significati.

Questo si traduce in una freschezza senza precedenti e nella capacità di tradurre con le sinfonie e con le canzoni per pianoforte i propri dolori esistenziali e a superarli per giungere alla gioia, stabilendo un preciso contatto con il pubblico, che si identifica nella natura cosmica di tali questioni e le percepisce istantaneamente.

Ed è proprio l’empatia coi fruitori che ha permesso a Beethoven ed alla sua produzione di essere evergreen, ispirando più tipologie artistiche a venire.

Basti pensare innanzitutto, a livello musicale e concettuale, quanto la sua opera abbia avuto influenze sul Romanticismo nel XIX secolo, come per esempio con la tematica del titanismo (che nelle sue composizioni non era però programmatico ma autentico) e con le sperimentazioni eclettiche delle sue ultime creazioni che hanno toccato anche l’epoca medioevale, su cui si è basato Wagner per le sue opere liriche e Mahler per le sue sinfonie.

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Nel XX secolo grande importanza ha avuto poi anche per Klimt, uno dei maggiori artisti austriaci del contesto Art Nouveau: la Nona Sinfonia di Ludwig ha costituito la base tematica del Fregio proprio a lui dedicato, contenuto nel Palazzo della Secessione Viennese.

Il soggetto di questo capolavoro è infatti la ricerca della felicità, leitmotiv di tutta la composizione originaria (che peraltro è la prima in cui appare il canto in senso proprio) che vede il suo culmine con il quarto movimento, trasposizione musicale del famigerato “Inno alla Gioia” di Friedrich Schiller che è qui raffigurato con un uomo e una donna che si abbracciano, simboleggiando l’unità dell’umanità come obiettivo ideale.

Per il resto del Novecento l’intrecciarsi tra le varie tipologie di Arte in nome di Beethoven è continuato incessantemente: un altro esempio pregnante risulta quello dei contatti tra la Neue Wiener Schule e Der Blaue Reiter.

La prima è stata una scuola musicale di inizio secolo che ha fatto riferimento ai maggiori esponenti del Classicismo Viennese, tra cui Ludwig stesso, per continuare i rinnovamenti strutturali da lui avviati nella sua ultima fase sperimentale finalizzati a superare il sistema tonale, aprendo dunque le porte al mondo della dodecafonia (in cui tutti e dodici i suoni semitonali della scala cromatica devono essere eseguiti in serie, giungendo dunque ad una sottospecie di “anarchia sonora”).

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Il suo fondatore, Arnold Schönberg, era anche appassionato di pittura e ha più volte interagito col gruppo figurativo Der Blaue Reiter, di cui faceva parte peraltro Vasilij Kandinskij; quest’ultimo, nei suoi studi estetici sul colore e sulla loro natura armonica, aveva studiato le composizioni di Beethoven ed era riuscito anche a raffigurare la Quinta Sinfonia sfruttando la sua situazione sinestetica.

Si arriva poi al caso forse più eclatante e vicino a noi: l’impiego del secondo e del quarto movimento della Nona Sinfonia, secondo versioni rieditate con sintetizzatori degli Anni Settanta, in “Arancia Meccanica” di Kubrick.

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Qui si ha proprio la percezione di come il regista sia riuscito, tramite un’impresa totalmente paradossale, a rendere esplicita la critica del nichilismo contemporaneo già sottesa nel romanzo di Burgess da cui ha tratto il soggetto.

Infatti le note di Beethoven, che dovrebbero inneggiare alla gioia tramite l’unione e la pace tra esseri umani, accompagnano le azioni violente del protagonista del film prima e le immagini naziste durante la sua riabilitazione dopo: l’effetto distorcente del senso originario dell’opera di Ludwig è corrosivo e centra pienamente l’obiettivo di far riflettere su una società dominata dalla violenza gratuita.

Un altro uso invece più conforme al vero significato dell’Ode si registra da parte del Consiglio d’Europa nel 1972 come Inno all’unità ritrovata del Vecchio Continente dopo la Seconda Guerra Mondiale e successivamente dall’Unione Europea.

Pertanto, da come si può notare, le influenze di Beethoven nell’ambiente culturale successivo sono state molteplici e ne rimarrebbe un’altra decisamente rilevante da considerare, che potrebbe sorprendere: il grande legame con l’Heavy Metal.

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Ebbene sì, tra tutti i generi di musica leggera che ha più visto l’impatto dell’espressività del compositore tedesco si ha proprio questo, soprattutto nell’accezione specifica del Symphonic Metal.

A livello statunitense si hanno per esempio la band “Trans-Siberian Orchestra” fondata da Paul O’Neill e la chitarrista e violinista  “The Great Kat” (pseudonimo di Katherine Thomas), la prima più Progressive Metal e la seconda più Thrash/Speed; per quanto riguarda la Scandinavia, numerosi artisti hanno esplicitato la loro passione e ispirazione per Beethoven.

Basti pensare ai violoncellisti finlandesi “Apocalyptica”, agli svedesi “Dragonland” (che hanno scritto peraltro una canzone sulla sordità dell’artista) ed al famigerato chitarrista Yngwie Malmsteen, che più di tutti ha imitato in fattispecie la Quinta Sinfonia con i suoi virtuosi assoli.

Insomma: Beethoven è stato, è e sarà sempre un artista per tutte le epoche e tutte le Arti.

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