Testo di – DAVIDE PARLATO

.

Mai come nel recentissimo periodo il mondo mi ha dato tanto validi motivi per stupirmi e sconfortarmi circa il muoversi dell’umano e dell’umanità. Il cieco vagare della nostra specie si addentra verso lande sempre più oscure, strade desolate, terre dominate dalla confusione. Pochi sono i tentativi di trovare un ordine, una ragione, molti sono gli scivoloni verso sempre il più abissale caos.

Malgrado i toni apocalittici di questo cappello, io mi trovo abbastanza bene in questa continua mutevolezza, affascinato dalla rapidità con cui i processi che ci fanno da padroni e muovono l’ingranaggio cosmico evolvono e divengono. Ed è proprio per questo che non riesco ad evitare di incazzarmi di fronte all’ultima frontiera dell’imbarbarimento occidentale: il fissismo, una prospettiva che già da tempo (almeno nel buon nome del vecchio Darwin) avremmo dovuto superare ma che pare permanere in quello che dovrebbe essere il pensiero dominante (che si fa forte a dispetto di tutto).

Non con poco sconcerto ho accolto la notizia fresca di ieri dell’attribuzione del premio Nobel per la letteratura allo storico cantautore americano Bob Dylan, per aver “creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana”. Non con poco sconcerto ho accolto anche le risposte della critica e dei letterati a questa notizia. Come dicevo, questo nostro mondo non manca davvero mai di stupirti, anche in negativo, come in questo patetico teatrino.

Un teatrino che vede protagonisti da un lato un gruppo di parrucconi polverosi che, al passo coi tempi quanto un calesse in autostrada, si rendono conto del potenziale espressivo di questo giovanotto di Zimbo e lo etichettano con la più inappropriata espressione (“letteratura”), martellando mestamente gli ultimi chiodi sulla sua bara; da un altro una coorte di letterati sconcertati e anche un po’ preoccupati da questo originale riconoscimento, catapultati di colpo in un universo parallelo fatto di confluenze di generi e in cui la letteratura, come mezzo espressivo, si va viepiù stemperando in forme espressive disparate e differentemente fruibili (insomma, quello che noi chiamiamo “realtà attuale”); da un altro un gruppo di vecchi fricchettoni che riconoscono la lungimiranza di questo premio, attuale quanto un premio alla carriera e efficace come l’Oscar a Morricone per “The 8ful eight”, al grido di “morte alla polverosa letteratura classica”, non accorgendosi di cosa è appena divenuto il proprio beniamino (un “classico”, per l’appunto); e poi noi, le nuove generazioni, che guardano a tutto questo al limite fra la curiosità antropologica e una soverchiante indifferenza. Sto caricaturando: ma da questa vignetta ci tengo a far emergere quello che secondo me è il punto focale di tutta la vicenda, ovvero la natura fortemente contraddittoria di questo tempo della nostra storia espressiva, in cui la novità, l’arte e la comunicatività sono accolte quando smettono di essere nuove, artistiche e comunicative, quando muoiono: benvenuti nel postmodernismo, benvenuti nel secolo del lutto e della malinconia.

Il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan non è una cosa sorprendente di per sé: è da ormai più di mezzo secolo che non esiste più chiarezza nella definizione dei generi (e mi verrebbe da dire: meno male) e delle forme espressive, che la letteratura ripartita artificiosamente come “romanzo” “saggistica” “poesia” (come nella fredda scaffalatura di una libreria) non trova più senso di esistere, che i testi di De Andrè si ritrovano nelle antologie scolastiche fin dalle elementari. Come altri hanno notato inoltre, Dylan in qualità di “menestrello” non fece altro che inserirsi in un filone espressivo che trova le sue origini nel lirico greco, lirico non in quanto poeta ma in quanto armato di lira, musico e al contempo paroliere. Di fatto, a mio parere, il punto non è tanto l’inaccettabilità dell’inserimento del cantautorato nella letteratura, ma nell’inaccettabilità dell’etichetta “letteratura” al giorno d’oggi. Che non vuol dire che dobbiamo bruciare la letteratura tradizionale e le forme espressive classiche in nome delle nuove forme, ma che semplicemente dobbiamo accettare l’allargamento delle definizioni.

L’obiezione di Baricco (che evidentemente si è sentito esautorato del suo ruolo di scrittore dopo questo tiro mancino da Stoccolma con furore) è inaccettabile, soprattutto poiché proviene da Baricco, autoproclamatosi profeta dell’età del postmoderno e della generazione dei barbari. Ma allo stesso tempo, a mio avviso, inaccettabile è anche la premiazione della commissione del Nobel, che con eccessivo ritardo e manierista inattualità si è resa conto della possibilità di estendere la premiazione a forme d’arte, che da limitrofe si fecero sempre più centrali, per poi tornare, al giorno d’oggi, nell’oblio. Come anticipato, rendere Dylan un “classico” non fa altro che sancirne la morte: niente di più inutile, un’onorificenza formale che non vale neanche una provocazione. Quasi quasi, a questo punto, mi trovo maggiormente in linea con l’opinione di Irvine Welsh, che ha dichiarato che questo premio è “pieno di nostalgia mal concepita, strappata dalla prostata rancida di senili hippy farfuglianti”. Tagliente ma efficace.

Bob Dylan si è meritato questo Nobel? Se si considera il premio come un’onorificenza statica, una medaglietta da mettere in una teca appesa sopra al focolare domestico, il riconoscimento di un qualcosa che è stato, l’orologio d’oro per il pensionamento: sì, allora Dylan si aggiudica decisamente questo premio postumo, ora che la sua musica ha smesso di farsi latrice di valori generazionali, ora che la sua arte ha smesso di essere pericolosa per le forme espressive istituzionali, ora che il cantautorato come forma espressiva è divenuto ritrita maniera. Pam pam pam: gli ultimi chiodi piantati.

Instancabilmente, non smette però di repellermi l’inattualità dell’establishment culturale, l’inutilità della formalità istituzionale, l’inane riconoscimento tardivo della novità. Non smette però neanche mai di stupirmi il totale sbandamento, la totale confusione dell’intelighenzia letterata circa il nostro tempo, caratterizzato come non mai dalla mutevolezza, dalla transitorietà, dalla contaminazione, principi di ordine e caos che, se proprio ci rifiutiamo di seguire, dovremmo comunque sforzarci di comprendere – BENVENUTI NEL POSTMODERNISMO.

Detto questo a me Bob Dylan non piace, ma ancora di meno mi piace l’idiosincratica ipocrisia del fissismo culturale.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata