puyallup-movie-theater

 

Ora che il 2014 è agli sgoccioli, è tempo di bilanci; mentre voi siete alle prese con la compilazione della lista dei buoni propositi, il team di REVO7ART vi regala una personalissima classifica dei film preferiti di quest’anno, considerando la data d’uscita nelle sale italiane. In alto in bicchieri, si comincia!

 

Per i miei preferiti di quest’anno, scelgo tre titoli molto diversi tra loro, ma accomunati dall’attitudine indipendente e tutta da scoprire. Al terzo posto del mio podio cinematografico posiziono Frances Ha, di Noah Baumbach. Figlio della più raggiante tradizione alleniana, con indovinati richiami alla Nouvelle Vague, il film è un delicato e curioso romanzo di formazione, che racconta la vita e i sogni di una giovane lontana da casa, in una città sterminata e spesso ostile, in perenne ricerca del senso di sé stessa. Fresco, dinamico e intenso; da vedere.
Al secondo posto ecco Frank, di Lenny Abrahamson, una storia di musica e di esseri umani, descritta con dolce ironia e un sapore mai scontato. Un ragazzo alle prese con il successo e la sperimentazione musicale in un viaggio che non solo cambierà il suo modo di vedere le note, ma anche la sua visione del mondo e delle relazioni. Lasciatevi incuriosire e conquistare da Fassbender con una grossa testa di cartone, non ve ne pentirete!
Al primo posto, regna incontrastato Her, gioiello di Spike Jonze, la storia d’amore 2.0 che ha conquistato pubblico e critica; il romanticismo e la profonda tenerezza di una storia d’amore impossibile, che trascende le convenzioni e regala la forza di sognare ancora. Imperdibile.

 

Giulia Maino

Per la mia personale classifica dei film di questo 2014 cinematografico (una classifica più romantica che pragmatica e studiata) scelgo tre titoli estremamente diversi tra loro, ma caratterizzati da una firma autoriale forte ed estremamente riconoscibile.
Mommy di Xavier Dolan, è la storia di una madre molto particolare alle prese con un figlio problematico col quale ha un rapporto tanto forte quanto morboso. È un film trabordante, sopra le righe, che cammina sempre sul sottilissimo filo tra la genialità e il kitsch insopportabile, ma è indubbiamente anche potente e affascinante, vanta degli interpreti eccezionali e una regia di grande impatto. Forse non il capolavoro che spesso viene definito, ma di certo tra i film più interessanti di quest’anno.
Con Il Giovane Favoloso, Mario Martone ha tentato la difficile operazione di raccontare/immaginare Giacomo Leopardi e quella che ne è venuta fuori non è la classica agiografia patinata da sceneggiato televisivo. Il risultato è un film complesso, non sempre riuscito, ma profondamente sentito ed emozionante, che affronta con coraggio la figura del grande poeta portandone alla luce la forza e la dirompente, tragica vitalità. Elio Germano è eccezionale.
Grand Budapest Hotel è il film che più di tutti quest’anno mi ha rapito ed emozionato. Forse l’apice della filmografia di Wes Anderson, è una fiaba agrodolce di eleganza sopraffina, un perfetto meccanismo a orologeria che propone una comicità slapstick d’altri tempi velata di ombre drammatiche e nostalgia. All’apparenza leggero e veloce, è invece un’opera adulta ed esteticamente strabiliante, che riesce con semplicità e delicatezza a entrare nello spettatore e lasciargli qualcosa. Ralph Fiennes, alla guida di un cast eccezionale, dimostra un talento comico inaspettato e sbalorditivo.

 

Leonardo Malaguti

 

Regola: il gradimento di un film in uscita si misura con proporzionalità (spesso inversa) rispetto alle aspettative a lui collegate (cfr. Interstellar). La mia top 3 si baserà allora sulle attese.

L’inatteso: Synecdoche: New York di Charlie Kaufman, in vero del 2006 ma edito nel nostro paesello solo quest’anno per italica passione necrologica. Non è un film per il grande pubblico e non ha intenzione di esserlo nella sua beffarda complessità. Uno dei migliori ruoli dello scomparso Philip Seymour Hoffman, profondamente emotivo, geniale esperimento cinematografico, filosofico, artistico e mentale del funambolico Kaufman. Un’acuta riflessione sul confronto fra realtà e finzione e cinico affresco della costruzione del nostro quotidiano inferno personale.
L’attesissimo: Nymphomaniac di Lars Von Trier. Giunto in patria dopo un’attesa infinita (fomentata da una virale campagna di promozione) si rivela nella sua grandezza: non la miglior opera di Trier, ma la summa della sua cinematografia, un compendio dei più di vent’anni di cinema del maestro danese confezionato in un film di mirabile fattura sotto ogni punto di vista. Un excursus programmaticamente estremo nel lato in ombra della nostra umanità (e del regista stesso) risolto nell’equivoca apologia del finale – si apre un’altra attesa dunque.
La Sorpresa: il premio come film più sorprendente del 2014 va a The LEGO Movie (dai – dico sul serio!), un film che dietro alla facciata della malcelata trovata di marketing ha saputo costruire una storia allegra, scanzonata, divertente (per tutte le età) e intelligente (non diciamo profonda però).

 

Davide Parlato
THE GUEST – The Guest è la storia del giovane David, un soldato in congedo, ha combattuto in Medio Oriente e combatte una guerra personale. Essendo egli un sopravvissuto porta con sé una serie di esperienze e ricordi fra cui quello di un suo amico, tal Peterson, commilitone morto in battaglia. Nei primi minuti veniamo a contatto con la classica famiglia dalle apparenze da salvare e allo stesso tempo piena di problemi (riletti in chiave parodistica) e David si mostra un ospite modello, amichevole e volenteroso – eppure con il suo arrivo in città fanno la loro comparsa una serie di cadaveri. Cosa nasconde il bel David ? Nell’opera di Adam Wingard il cinema muscolare incontra l’autoironia. L’ospite è una letale arma da guerra, è Michael Myers con gli addominali scolpiti, è la versione nichilista di Capitan America, è Rambo con la camicia. L’opera è un gioeiellino che si muove su più generi, dall’action alla commedia all’horror.
12 ANNI SCHIAVO – Steve McQueen colpisce e stupisce con il suo 12 anni schiavo. La pellicola si avvicina ad un dipinto, la fotografia di Sean Bobbit è qualcosa di sublime, la regia è pulita e gli effetti usati per le ferite o le frustate sono terribilmente e spietatamente reali. Più della négritude, il sentimento di riscatto nero, l’opera è l’inno all’orgoglio e alla libertà. Un film duro, sporco, amaro, feroce. Era dai tempi di Amistad che non vedevo nulla di così forte – tra l’altro l’attore che interpreta Solomon (Chiwetel Ejiofor) ha iniziato la sua carriera proprio con questo film.

THE WOLF OF WALL STREET – Mastro-don Gesualdo è un miserabile che ha sfidato la Sorte ed è divenuto Don. Da muratore a signore, dalle stalle alle stelle. In una scena del film The wolf of Wall Street è presente una battuta che mi ha ricordato il romanzo. Un agente dell’FBI si reca dal protagonista Jordan Belfort per indagare sul modus operandi dello stesso e della sua società. L’agente gli rinfaccia le origini, Jordan è figlio di due commercialisti e rimarrà un cafone ripulito dalla grana. Entrambi, sia Gesualdo che Belfort, hanno fatto il passo più lungo della gamba. C’è una sola differenza, Gesualdo viene detestato sia da quelli che non hanno ottenuto lo stesso successo che dal ceto notabile; Belfort pippa cocaina, sniffa roba dal culo di una prostituta, partecipa ed organizza feste, veste abiti firmati.
In poche parole è il re del mondo, è l’ incarnazione del self made man e del male breadwinner. The Wolf of Wall Street è l’eccesso fatto pellicola. La vita di Belfort scorre come una cavalcata lubrificata con la vasellina tra un baccanale ed un incontro con i vertici della finanza mentre lo stesso spiega economia allo spettatore.
Massimiliano DonMax Romualdi (da Fara in Sabina).

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata