Testo di – LUDMILA GABUSI

Prima di iniziare le riprese di Birdman il regista Alejandro González Iñárritu mandò al cast la foto del funambolo Philippe Petit che cammina su una fune tesa tra le torri gemelle, dicendo: “Ragazzi, questo è il film che faremo. Se cadiamo falliamo.

Infatti la difficoltà nella realizzazione di questo film risulta subito evidente: un unico piano sequenza (o per essere precisi più piani sequenza dai tagli abilmente mascherati) reso vivo dall’altrettanto complicata performance di un cast stellare: Michael Keaton (nel primo ruolo da protagonista dopo sei anni), Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts e Zach Galifianakis.

Talmente pieno di riferimenti letterari, culturali, sociali (e ovviamente cinematografici), nell’analizzarlo c’è solo l’imbarazzo della scelta.

La storia è quella di Riggan Thompson (Michael Keaton), celebrità che per anni ha incarnato il personaggio di Birdman ma che, a Broadway, decide di risollevare la sua immagine tramite la produzione di un adattamento di “Cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Carver.

In realtà ciò che risulta sempre più evidente con il procedere della narrazione è che quello che Riggan davvero adatta è “lo spettacolo in miniatura di sé stesso”. Un uomo che è sempre stato assente, come più volte afferma la figlia interpretata magistralmente da Emma Stone, arriva a scommettere tutto ciò che ha sulla sua idea. Spesso ritornerà la frase “io non esisto”: nello spettacolo, nella vita, rinfacciato dalla figlia. Ora, tramite lo spettacolo, Riggan vuole finalmente esserci. Attraverso lo spettacolo cerca un riscatto dalla figura di Birdman, mira a realizzare qualcosa, al successo, ad arrivare ad essere ricordato non grazie ad un costume ma alle sue doti di artista.

Fin qui potrebbe sembrarci di assistere ad un classico “dramma di riscatto”, se non fosse per la presenza/assenza del vero e proprio Birdman. Un uomo in calzamaglia con ali e becco che tramite la sua voce profonda affolla costantemente la mente di Riggan. All’inizio questa voce fuori campo potrebbe essere interpretata come un disturbo di personalità, oppure come coscienza che smaliziatamente si fa portavoce delle inquietudini di Riggan ricordandogli quanto sarebbe facile preferire la celebrità al prestigio, quanto lui sia migliore degli altri per via dei suoi poteri. Eppure per noi spettatori Birdman è soprattutto la voce della critica del cinema al cinema. Penso sia capitato a poche persone negli ultimi anni di non aver mai sentito frasi del tipo: “Un altro film sui supereroi?” oppure “L’ennesimo sequel?”. Questa insofferenza del film ha la sua apoteosi nella scena ricolma di effetti speciali in cui Birdman, volendo risollevare il morale a Riggan ma soprattutto redarguendo direttamente noi spettatori, afferma:

“Un altro Blockbuster. Guarda come brillano i loro occhi. Vogliono questa merda non le tue chiacchiere filosofiche del cazzo.”

Dal punto di vista della sceneggiatura risulta evidente il tentativo di legare profondamente il mondo raccontato con la realtà contemporanea, così da costruirne un’evidente critica. In primis ai cinecomics (da cui paradossalmente lo stesso Keaton deriva) che ormai popolano le nostre sale da svariati anni e che vengono canzonati con diversi riferimenti, come a Jeremy Renner (“Hanno messo una calzamaglia anche a lui?”) e Robert Downey Jr.. Altri attori come Woody Harrelson, Michael Fassbender, George Clooney e Martin Scorsese (per citarne alcuni) sono solo alcuni rappresentanti del mondo(cinema) contemporaneo votati allo scopo.

Oltre ad essere critico questo è un film di contrasti e contrapposizioni. Tra quelle che più saltano all’occhio troviamo lo scontro tra Riggan e Mike Shiner. Quest’ultimo, interpretato da Edward Norton, se ad una prima lettura può risultare un personaggio molto superficiale e dai facili eccessi, sotto lo strato strafottente appare come un’anima riflessiva, riuscendo a cospargere il film di piccole verità:

“La popolarità è la sorella un po’ zoccola del prestigio”.

Sotto l’attore hollywoodiano si nasconde l’intimo di un uomo che riesce a vivere solo sul palcoscenico, dove tutto deve essere vero e reale: l’ubriachezza, il sesso, la paura. Per lui “la verità è sempre interessante” e ancora di più il modo con cui la si guarda:

“Smettetela di guardare il mondo dallo schermo di un cellulare. Vivete.”

“Vorrei cavarti gli occhi. Poter vedere il mondo come lo vedevo alla tua età.

Un’altra enorme ed eterna contrapposizione interna al film è quella tra addetti ai lavori e critici. A tenere banco qui è Tabitha Dickinson (Lindsay Vere Duncan), una pungente critica teatrale nauseata dalle celebrità che si buttano nel teatro. Mentre a Mike Shiner non interessa se lei stroncherà o no la sua performance (schierandosi quasi profeticamente con Riggan dicendo: “Almeno lui sarà lì a rischiare il tutto per tutto”), Riggan esce distrutto dalla decisione di lei di annientarlo, finendo per insultarla e accusarla di essere pigra ed “etichettare tutto”. Una discussione senza esclusione di colpi dalla quale lo spettatore non può che uscirne dando ragione ad entrambi.

Veramente godibili risultano diverse trovate registiche: durante uno spettacolo Riggan rimane chiuso fuori dal teatro e, in mutande, è costretto ad attraversare Times Square per entrare dal portone principale.
In una particolare scena scaturisce la capacità del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (precedentemente in Gravity e The Tree of Life): Riggan si reca ad acquistare del whisky in un minuscolo negozietto e, a contrasto con il suo umore, miriadi di lampadine colorate a forma di peperoncino popolano la scena dandovi un aspetto quasi magico. Tra un planning complicatissimo di riprese e inquadrature sognanti, realtà e immaginazione paiono sempre sovrapporsi e scambiarsi.

Il tutto ci conduce ad un finale largamente interpretabile, un “felici e contenti” che ci lascia con tante domande in testa e dal retrogusto un po’ amaro. La versione che preferisco sostenere è la seguente: dopo essersi sparato, il personaggio di Riggan riesce finalmente a riunire le sue parti, a sintetizzarsi in una voce sola. Grazie al gesto estremo, alla “virtù dell’ignoranza” del superrealismo, concretizza la riunificazione della sua identità. Ora non è più famoso solo per il suo costume ma anche per le sue doti artistiche. L’operazione al naso gli lascia, non a caso, il becco di Birdman in carne ed ossa, permettendogli così di “spiccare il volo.”

Che aggiungere, con nove candidature agli Oscar non si può che augurare a questo complesso e interessante prodotto un grande “Break a leg!”.

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