Testo di – DAVIDE PARLATO

 

In occasione del sessantanovesimo compleanno dell’artista britannico, è uscito l’8 di gennaio l’attesissimo nuovo album di David Bowie dal titolo Blackstar. L’ultima fatica del Duca Bianco era già stata anticipata dall’uscita nell’autunno scorso del primo singolo estratto – che dà il nome all’opera – accompagnato dal disturbante videoclip visionario diretto dal regista e fotografo svedese Johan Renck. Come un’imprevedibile deflagrazione, l’operazione artistica e musicale ha fomentato un generale hype mediatico, preparandoci in modo decisamente positivo alla prossima uscita dell’album. Il così atteso ascolto integrale dell’album non ha definitivamente disatteso le aspettative. Si tratta di un’opera completa, ragionata, dall’impronta stilistica forte, esito di una ricerca musicale che impegna Bowie da tutta una vita e che si è sostanziata, soprattutto negli ultimi lavori, in una cifra spiccatamente grottesca e fosca, la voce musicale di un’analisi centrata sulla propria persona e personalità artistica e che giunge ad una finale apologia e definizione esuberante di sé.

Andiamo nel dettaglio.

Blackstar presenta le caratteristiche di un concept album. D’altronde i testi sono decisamente minimalisti e le digressioni narrative sono spesso molto oscure ed enigmatiche, il che rende difficile dettagliare una storia lineare (come accade in altri casi paradigmatici di concept come The Wall). Non ha senso sperticarsi in un’analisi ermeneutica nel dettaglio del contenuto: già al primo ascolto dell’album si avverte la chiara sensazione che Bowie ci stia parlando di se stesso, di un viaggio personale che ricapitola una fase della propria vita che dalla morte del cosmonauta Bowie/Major Tom lo ha portato, attraverso un processo rovesciato di apoteosi, al Bowie/Blackstar. È un eroe in negativo quello narrato dalle tracce dell’album, che proprio fra le macerie della sua fragilità scopre e racconta al mondo, come un profeta, la sua identità.

Il mantra “I’m a blackstar” che costella la main track dell’album ricapitola questo processo introspettivo e permette a Bowie di sfoggiare il nuovo esito del suo irrefrenabile camaleontismo. È con fierezza e determinata mestizia che l’artista ci racconta di sé e prende le distanze da tutto e da tutti. La scelta stilistica di tutto il concept, d’altronde, rappresenta una fortissima presa di distanze dal panorama musicale contemporaneo: ciò che Bowie ci dona con Blackstar è un qualcosa di sorprendente e di nuovo, un’evoluzione della sua musica che non suona come una ripetizione manieristica e d’altro canto un harakiri commerciale rispetto ad un mercato discografico che non ammetterebbe mai una traccia di nove minuti (come Blackstar per l’appunto). Ma d’altronde David Bowie può permetterselo: ed è esattamente con questa dichiarazione che si aprono le danze dell’album.

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Blackstar_album_cover

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I primi tre pezzi di cui l’opera è composta (Blackstar, Tis a pity she’s a whore e Lazarus) sono brani di grande potenza sotto tutti gli aspetti, un vero schiaffo in faccia all’ascoltatore. Atmosfere destabilizzanti, testi decisamente cupi e orfici, un’impronta musicale che ha veramente poco della cifra pop tradizionale – tutto comincia con il migliore degli auspici insomma. La tracklist continua a stupire con Sue, Girl loves me, Dollar days, fino a concludersi trionfalmente con I can’t give everything away, una finale epifania che chiude la circonferenza principiata con la title track, lasciando il fruitore con la consapevolezza di aver goduto di un’opera di per sé completa.

Da un punto di vista prettamente musicale, è difficile inquadrare Blackstar in un definito genere. Bowie spazia fra cifre differenti, dal rock al jazz e, soprattutto, il prog. L’album può essere in un certo senso considerato il più progressive di Bowie: se questo è palesemente evidente dalla traccia omonima dell’opera, una struttura progressiva emerge dall’insieme ordinato dei pezzi, concertati in maniera ascendente non solo in senso tematico ma anche in prospettiva musicale. L’atmosfera è dominata da una ricerca accurata di alterazioni tonali e ritmiche, ritmi sincopati si alternano a linee decisamente rock e drum’n’bass, la chitarra elettrica distorta accenta e definisce lo sviluppo delle melodie, il suono frizzante e stordente del sassofono è uno dei leitmotiv musicali prominenti nell’economia del disco. La voce di Bowie col tempo acquisisce un’emozionalità sempre più stordente ed esaltante, la ricerca vocale sempre più sperimentale, perfettamente in linea con la produzione pregressa dell’artista. Insomma, musicalmente siamo di fronte a qualcosa di inaspettato e moderatamente ricercato, perfettamente consono con lo spirito di Bowie e del disco stesso, senza bisogno di sfociare in manierismi ridondanti.

La componente musicale va perciò armonicamente a sposarsi con il viaggio introspettivo dell’artista, che non ha alcun bisogno di troppi giri di parole per farci arrivare il suo messaggio: ritornelli ossessivi e brevi versi martellanti sono il contraltare prosodico del cantante rispetto all’elaborazione musicale dell’opera. Le atmosfere quasi lynchane evocate dalla melodia costituiscono lo sfondo di una speculazione profonda e fortemente disillusa sui propri fallimenti e sulla propria maschera – una speculazione che rimane centrale nell’irresistibile egocentrismo della nostra Blackstar.

Da White Duke a Blackstar – con quest’ultimo album si aprono le porte ad una nuova trasformazione di Bowie (ad una formalizzazione per lo meno di un processo già avviato da tempo). È un’opera da scoprire e da ascoltare, un’operazione artistica a trecentosessanta gradi; è anche la dimostrazione che un dinosauro della musica non debba per forza ritornare sui suoi passi per fare qualcosa di valido o per riscuotere successo. E d’altronde è proprio Bowie a ricordarci questo punto, insistendo sul carattere profondamente personale, oscuro e insensibile alla tendenza del vero genio artistico.

Questo è il messaggio che ci ha mandato. E così sentenzia definitivamente in Can’t give everything away:

Seeing more and feeling less
Saying no but meaning yes
This is all I ever meant
That’s the message that I sent

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