Testo di – CLAUDIA FRANGIAMORE

 

“Adoravano le star e decisero di vivere come loro.”

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Accompagnato da una pesante campagna di marketing e sottoposto a un’incessante diffusione mediatica già da diversi mesi, finalmente lo scorso 26 settembre, è uscito Bling Ring l’ultima fatica cinematografica di Sofia Coppola.

 Ha fatto molto discutere, a partire dalla sua presentazione al Festival di Cannes 2013: la pellicola ha aperto la sezione Un certain regard del festival, suscitando impressioni discordanti non solo da parte dei più stimati critici cinematografici, ma anche degli estimatori stessi della Coppola. Se dopo aver visto Somewhere, infatti, si ha l’impressione che il denominatore comune che lega Lost In Translation e Marie Antoniette, considerati le sue pellicole meglio riuscite, sia ancora presente e tangibile, in Bling Ring tutto questo si perde, lasciando spazio ad una bieca e tutt’altro che eroica decadenza.

I suoi personaggi sono sempre consumati da una sorta di insoddisfazione nei confronti della propria vita passata, presente e potenzialmente futura. Non per niente le conclusioni tipiche delle storie narrate nei suoi film sono la morte e, soprattutto, la fuga.

In Bling Ring non c’è nulla da cui scappare, se non da se stessi, ma ciò non accade perché il mondo è cambiato e per molti aspetti si è corrotto. L’azione che dovrebbe essere condannata viene qui esaltata, la persona che la commette viene elevata a idolo di una massa informe di giovani americani affascinati in maniera perversa dall’illegale.

Lo sfondo, la scenografia di questa storia è Los Angeles: nella città considerata patria delle celebrità, del lusso e degli eccessi, era prevedibile che, prima o poi, un fatto come quello raccontato in Bling Ring accadesse realmente: un gruppo di quattro ragazze e un ragazzo si introducono furtivamente nelle abitazioni private delle star, hollywoodiane e non, le quali hanno come caratteristica particolamentale, oltre il conto in banca esorbitante, l’essere considerate degli status symbol, modelli ideali di un lifestyle a cui fa contorno un mondo patinato, favoloso e scintillante.

Nonostante provengano da famiglie abbienti, i protagonisti della storia non sono realmente appagati da ciò che già possiedono: il loro desiderio è essere come le celebrities che scelgono come vittime.

Prova di questa effettiva intenzione è la frase pronunciata da Marc Hall (unico ragazzo della banda) nel momento in cui il gruppo si trova riunito in una delle discoteche più glamour di LA e, tra i fumi dell’alcool e della droga, la sua voce fuoricampo afferma estasiata: “Quando uscivamo, ci facevano entrare ovunque, e tutti ci adoravano”.

La lunga lista vip di coloro che hanno subito i furti della gang losangelina include i nomi di Paris Hilton, la cui casa è stata svaligiata “sette o otto volte” e Lindsay Lohan, ma anche Rachel Bilson, Orlando Bloom, Megan Fox tutte vittime ignare ma anche un po’ ingenue, poiché, diciamocelo, lasciare le chiavi di casa sotto lo zerbino all’entrata non è esattamente un ottimo modo per rendere impenetrabile la propria abitazione.

Ciò che lascia increduli è il modo in cui i ragazzi non facciano assolutamente niente per nascondere il reato e come, anzi, diventi addirittura pretesto di vanteria: vengono pubblicate su Facebook foto in cui indossano il loro bottino e raccontano ad amici e conoscenti aneddoti sulle rapine.

Il tutto senza alcuna motivazione giustificante che non sia la pura e profonda convinzione di non poter essere scoperti, né fermati.

Il loro saccheggio sfrenato non viene sospeso neanche quando le telecamere di sorveglianza di Audrina Patridge, e successivamente anche di Lindsay Lohan, riprendono alcuni dei ragazzi mentre entrano ed escono dall’abitazione come se nulla fosse, e i video delle riprese vengono trasmessi al telegiornale nazionale. Ciò spiana la strada alla polizia, che riesce infine ad identificare i membri della gang grazie alle confessioni per niente forzate dei loro conoscenti.

Nonostante la Coppola abbia sempre soddisfatto un certo intento espressivo nelle sue precedenti pellicole, questa volta non sia riuscita a conciliare il suo stile di rappresentazione della realtà con l’esigenza di documentare un fatto di cronaca nella maniera più oggettiva possibile. I dialoghi minimali, sospesi, nichilisti, tipici dei suoi film, mal si adattano ad un ritmo di narrazione scandito da una colonna sonora decisamente diversa da quella a cui eravamo abituati: per la prima volta possiamo ascoltare brani di musica dance che accompagnano le varie scene del film, soprattutto quelle girate in discoteca, e così anche artisti come Avicii e deadmau5 contribuiscono, con le loro produzioni musicali, a creare quel senso di incessante ricerca del nuovo, quella sensazione di volere sempre di più, di non volersi fermare neanche quando si dovrebbe.

Nessuno dei protagonisti sembra pentito del proprio gesto. Al contrario, la leader del gruppo, interpretata da Emma Watson, continuerà a sostenere la sua innocenza fino alla fine, tra piagnistei e false dichiarazioni, pur sapendo di essere colpevole più di tutti gli altri. Solamente Marc ammetterà quanto ciò che gli è accaduto abbia avuto dell’assurdo, che l’unico motivo per cui non si è tirato fuori sia stato il desiderio di non essere più considerato uno sfigato, avere degli amici ed essere accettato.

Conclusioni? Ottima regia, come sempre, anche se vi è molta discordanza tra la poetica coppoliana, proverbialmente “lenta” e riflessiva, con le esigenze documentaristiche della tematica affrontata.

Sicuramente mi aspettavo delle leggere variazioni stilistiche, soprattutto nella sceneggiatura, in modo da “riempire” maggiormente il vuoto lasciato da un contenuto che, in questo caso, tende a scarseggiare.

Si sarebbe potuto assistere ad una prova migliore, più incisiva, ma almeno il messaggio principale è passato: il mondo, spesso, è uno squallore velato dal riflesso dei diamanti.

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