Testo di – Davide Parlato

<<“Sia Clark, che ha guidato la spedizione dell’anno scorso nella zona più remota dell’Etiopia settentrionale,

sia Tim D. White dell’Università di Berkeley, hanno anche affermato che un riesame condotto su un

cranio fossile di trecentomila anni fa trovato in precedenza nella stessa regione ha dimostrato che il

proprietario era stato scalpato”.

“The Yuma Daily Sun”, 13 giugno 1982.>> (epigrafe introduttiva al romanzo)

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La fortuna editoriale dell’opera di Cormac McCarthy sul suolo italico è stata relativamente modesta, se contrapposta all’impatto che lo scrittore ha avuto invece nella patria americana. In Italia lo scrittore deve la sua fama in particolare ai due film cui ha curato la sceneggiatura (No country for old men dei Coen e lo sci-fi apocalittico The road) e per l’opera di divulgazione compiuta da Alessandro Baricco, che molto deve all’ispirazione mccarthyiana. (In effetti McCarthy, per la generazione letteraria di Baricco, rappresenta quasi esattamente ciò che Faulkner, Melville, Fante, ecc…, rappresentarono per la generazione di Pavese, Ungaretti, Fenoglio, ecc…: un modello di scrittura severo, aspro, minuzioso e morboso del tutto differente al modello europeo).

Relativamente poco noto invece è quello che la critica americana definisce il capolavoro di McCarthy, un libro di tale spessore e complessità da aver aperto per un ventennio una serie di dibattiti circa il suo significato e i suoi rimandi filosofici e speculativi. L’opera in questione è Blood meridian (Meridiano di sangue), capolavoro del western scritto nel 1985.

Blood meridian è in apparenza un semplice racconto: il racconto estremamente caldo e sporco della fuga di un giovane (senza nome, chiamato per tutto il romanzo semplicemente “the kid”) attraverso gli impervi sentieri del vecchio west e della frontiera messicana e le squallide e sanguinarie compagnie che in qualche modo tempreranno la sua natura, scaraventandolo faccia a faccia con la realtà più ineluttabile dell’uomo (propria dello stesso suolo americano): la violenza. Per più di metà dell’opera, il romanzo consta proprio di questo: un’impresa sinestetica di descrizione di un paesaggio che è al contempo quello reale e tangibile (spesso fin troppo tangibile) e quello interiore. O meglio, lo scabro orizzonte della frontiera, che McCarthy colora delle tinte fortissime della minuziosamente descritta vegetazione, del manto delle belve che pullulano le praterie e i deserti, dei colori ributtanti del sangue, del piscio e del pus che dipingono l’uomo più come una mela marcia che come la Persona biblica – tutta questa strada tracciata ci conduce ad un’interiorità complessa e inquietante, quella dei protagonisti, dei reietti della società che in qualche modo tendono a rappresentare la realtà ultima dell’uomo: quella in stretto contatto con l’atavica natura della terra, ovvero la guerra, il sangue, la danza.

Stragi di pellirossa, stragi di cristiani, stragi di messicani, l’uccisione impietosa di donne e bambini per la pura sete di sangue e di danaro, lo spasmodico odio rabbioso con cui i protagonisti sembrano trattare ogni cosa si muova o stia ferma sulla crosta terrestre, la metodica distruzione di ciò che si lasciano alle spalle: tutto questo è descritto con una dovizia di dettagli aspra, inaccettabile e così scientifica da essere spesso ributtante. Prima di metà libro spesso si è colti dalla voglia di terminare la lettura, non potendo accettare la quantità di violenza propinata dallo scrittore: ingiustificata, insensata, enfatizzata pleonasticamente dalle stesse immagini ricorrenti e dalle stesse descrizioni naturalistiche. Giunti a metà, tuttavia, la cornice pocanzi descritta comincia ad ospitare qualcosa di più, qualcosa di così profondo da destabilizzare il lettore fino al termine del romanzo, che rappresenta a tutti gli effetti il termine di un viaggio. In questo senso il tripudio di fluidi arteriosi e di violenza cannibalica non rappresenta che un rituale mistico per giungere alla conoscenza della più solenne verità sul conto della natura umana.

Una verità questa che ci è data tramite la voce del personaggio del Giudice Holden, probabilmente uno dei personaggi letterari più belli del nostro tempo. Complesso, enigmatico, inaccettabile eppure così affascinante, rappresenta la voce profetica della Natura più sommersa. Facendo la conoscenza di Holden è impossibile non effettuare un parallelismo con un altro profeta oscuro della letteratura occidentale: Kurtz dipinto da Conrad. In questo senso Blood meridian rappresenta una sorta di trasposizione di Heart of darkness: entrambi sono viaggi interiori effettuati nel fisico e kabbalico inoltrarsi nella selva, nell’oscurità del profondo. Ciò che però distingue l’opera di McCarthy è una vividezza irraggiungibile, una schiettezza descrittiva di tale impatto da portare il lettore per mano verso sentieri speculativi inammissibili ma così vicini, così affascinanti, passando per il misticismo gnostico, attraverso la teodicea e le ultime verità dionisiache sulla ragione dell’uomo. Temi questi che l’opera di Konrad sfiora marginalmente, o comunque non con una tale violenza/potenza comunicativa.

“La guerra è il gioco per eccellenza perché la guerra è in ultima analisi un’effrazione dell’unità dell’esistenza. La guerra è Dio. Tale è la natura della guerra, in cui la posta in gioco è a un tempo il gioco stesso e l’autorità e la giustificazione. Vista in questi termini, la guerra è la forma più attendibile di divinazione.” (giudice Holden)

Holden è un gigante: grosso, grasso, glabro interamente. Sulla sua persona si riflette l’eterno, come su di un Buddha di giada. Le sue mani enormi ghermiscono il mondo: in un taccuino egli disegna e appunta tutto ciò che conosce, essendo egli esperto e appassionato di ogni branca della scienza naturalistica, dalla chimica alla paleontologia. Tutto ciò che il giudice ratifica sul suo taccuino muore: le sue stesse mani curiose lo distruggono – la prassi della comprensione, pensando a quest’ultima nella sua più piena accezione di abbraccio mortale (com-prehendere). La vita, la morte, la storia: questo decide il giudice. Il giudice di cosa? Il Giudice: colui che media la Divinità e l’Uomo, una sorta di Cristo gnostico che conosce il mondo tramite gli opposti e che più degli altri ha una percezione chiara dalla vera essenza della Natura – il male. Holden, durante il viaggio della compagnia, cercherà di educare misticamente il ragazzo, in uno strano rapporto di amore morboso e possibilmente pederasta e di ordinario odio verso le creature del cosmo, che non risparmia nessun essere. Il giudice cercherà di far comprendere cose per cui verrà considerato pazzo: la natura vitale della guerra (una sorta di verità eraclitea del tutto stornata dalla ragione comune), la vitalità del guerriero e la sua relazione con la danza, con l’infantilità. Il corpo nudo, enorme e lattiginoso del giudice danzante è uno spettacolo innaturale, grottesco eppure così vivo: la danza della guerra, la danza sul sangue, il librarsi in punta di piedi sulla realtà aspra della terra, volare sulla superficie terrestre senza vergogna, senza rimorsi – pura volontà di se stessi. Questo superuomo deviato che è trasfigurato nelle sembianze ossimoriche di un grasso eunuco è una figura impressionate, di una profondità maestosa e destabilizzante, un medium dell’autorità divina sull’uomo e umana sulla natura, in un passaggio di testimone necessario e possibile solo ad avvenuta conoscenza della realtà terribile del cosmo, della terra, dell’uomo.

Il tormentato e tormentoso viaggio di Blood meridian porta il lettore in una landa desolata che gli imporrà delle scelte ma soprattutto che gli impedirà una facile comprensione del tutto (capacità questa riservata unicamente al giudice, che come uno Zoroastro sanguinario agisce per se stesso con l’avvallo della sua visione delle cose profetica ed ellittica). È un romanzo difficile sulla violenza, sulla vita e sulla morte ma soprattutto sul senso delle cose e della sua necessaria sfuggevolezza. È un romanzo sul viaggio, sulla fuga e sulla corsa da ciò che ci spaventa – che è in fondo il senso stesso della nostra fuga e perciò della nostra vita. È un romanzo sulla frontiera: il tema più caro a McCarthy e luogo topico in cui poter conoscere se stessi e il mondo, un limbo mistico unicamente nel quale è possibile compiere il battesimo del sangue necessario per ritornare ad essere compartecipi all’essenza della Natura.

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