Testo di – DAVIDE PARLATO

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La triste Jasmine è una donna di circa mezza età reduce da un destabilizzante esaurimento nervoso. Tutto il mondo che era solita avere davanti, il mondo brillante e sfavillante della mondanità più disimpegnata e oziosa, le si è sgretolato davanti agli occhi, da quando suo marito Hal, detentore di una fortuna monetaria inestimabile, viene arrestato dall’FBI per frode fiscale: avrebbe costruito il suo impero una truffa dietro l’altra, viziando la povera Jasmine di modo che restasse in una innocua e depensante omertà. In difficoltà nel cercare di raddrizzare la sua vita, e soprattutto di rimettere in sesto una identità psichica slavata dalle lacrime e corrosa da vodka martini, Jasmine, proveniente da New York (o meglio, da Park Avenue), si dirige nel sobborgo di San Francisco per stare con la sorella Ginger. Entrambe adottate dalla stessa famiglia, non si somigliano proprio per nulla, e anzi, un sottile disprezzo intercorre fra queste due ascendenze genetiche diverse, un disprezzo fraterno. Jasmine si ritrova perciò catapultata dalla miseria conquistata del suo inferno alla ordinaria miseria della sorella e dei suoi fidanzati “sfigati”, creando un doppio gioco fra il mondo ideale dei sogni, che si rivela un dipinto al vetriolo, e il mondo reale della abbietta semplicità, un’onesta favola di sempliciotti in un mondo che è solo un accontentarsi (e sarà poi così tragico?).

A pochi giorni dal settantottesimo compleanno, Woody Allen ci regala questo suo ultimo film, una storia dai molti cliché antiretorici e dalle molte concezioni idiosincratiche del mondo, stereotipate e ormai standardizzate nel cinema di Allen. È però in un certo senso un film atipico di Allen: non è né puramente una commedia né un dramma, potrebbe suggerire un’aspra critica etica ma ricade troppo spesso in uno sguardo compassionevole, potrebbe sembrare una viva disamina fra commozione e risate amare ma spesso sembra solo una storia: una storia cui manca quel quid che caratterizza il cinema alleniano, un cinema in cui si altalenano brillanti giochi umoristici piuttosto che il più freddo cinismo nel confronti della barzelletta della vita.

La barzelletta che stavolta si racconta non fa ridere, fa riflettere ma in un gioco drammatico molto meno brillante: è come un lungo aneddoto che mesce alcuni stereotipi di Allen con elementi più tradizionali e una grande, grande amarezza nei confronti del passato. Quello che sei è un qualcosa che ti segna nella vita, ma che, soprattutto, più cerchi di scacciare, di dimenticare per il tuo bene, più la vita ti verrà a rinfacciare, costantemente, inevitabilmente, soprattutto quando pensi di aver trovato una piccola isola di sogno.

Ma il contributo a questa riflessione non è dato dal film intero: ma  soprattutto da Cate Blanchett, nel ruolo della protagonista Jasmine, in una recitazione favolosa. Per tutto il film alterna la parte della bambola del marito ricco con quella della esaurita depressa e senza speranza nei confronti della vita, assurgendo alla fine a uno dei ruolo più drammatici nei termini di disfatta personale nel cinema di Woody. Si può proprio dire che il suo personaggio sia il motivo dominante del film, ma non tanto nel suo estro, o sarcasmo o cinica lucidità nel vedere il mondo (una caratteristica dei personaggi interpretati dallo stesso Allen o dai “suoi simili”), quanto nel suo lasciar trapelare un’emozione forte che lo sguardo compassionevole della telecamera non manca di cogliere, amplificare, stampare su una pellicola che sembra avere il vuoto attorno. Un lungo monologo, in cui tutti il resto è uno sfondo inutile o di poca importanza, un’evoluzione estroflessa del percorso di presa di coscienza di Jasmine, con setting in una San Francisco “cafona” e molto diversa da Park Avenue, che forse vorrebbe creare dei dipoli comici o quantomeno sarcastici ma ci riesce poco. Un lungo monologo alla Bergman, per riportarci ad un idolo di Woody Allen.

Perciò cosa si può dire in sintesi: non voglio che sembri che la mia visione del film sia un superficiale “non mi ha fatto ridere, perciò fa schifo”, perché non è questo il punto: è un film deludente se lo si considera una creazione di Allen. È un film pregevole in sé, ma principalmente grazie all’estro attoriale di una davvero superba Blanchett, che farà sorridere amaramente e, perché no, anche tristemente riflettere lo spettatore.

Mi piace fondamentalmente pensare che Woody Allen, credo ormai record nella storia del cinema mondiale nella sua produzione in termini di quantità, non abbia bisogno materiale di tutto questo, di produzioni annue che gli assicurino la rendita dodici mesi alla volta.  Soprattutto ora nei suoi settantotto anni. Soprattutto ora che credo che la maggior parte delle cause di divorzio siano estinte, conclusesi o comunque risolte, nel peggiore di casi, a ammende alimentari “da Hollywood”. Però ogni anno Allen se ne esce con una novità in celluloide: ed è sempre bello che ciò accada. Mi piace pensare che il bisogno di Woody sia proprio un bisogno espressivo, di riversare, dal boccale esageratamente pieno del suo ego ipernarcisistico, le sue emozioni forti, il suo sentire immenso nella sua arte, per mezzo della sua arte, quasi in una mossa catartica di autoscacco alla propria forte debolezza. È una cosa che amo nel suo cinema che, sebbene più volte stereotipato e macchiettistico, oppure molto differente dalle aspettative come in questo caso, è espressione di un’anima bella, di un artista, di un uomo moderno.

Un rimpiazzo all’antidepressivo forse? Il suo cinema è in effetti un po’ come in quella scena di Provaci ancora Sam, in cui lui va in bagno, apre l’anta sopra il lavandino e gli crolla addosso una valanga di medicinali: uno sketch se vogliamo classico (alla Fratelli Marx), ma unito al lucido e cinico sarcasmo verso una vita che nuoce gravemente alla salute.

Detto questo: auguri, Blue Woody.

 

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