Testo di – FILIPPO VILLANI

 

Spesso il tumulto della città riesce a fagocitare le persone, costringendole all’attenzione solo verso la propria routine lavorativa: vivono ingabbiate in un sistema che sottrae loro sempre più tempo libero, nel senso più pregnante di occasione di pensiero puro.

Nelle metropoli contemporanee vi sono però anche certi luoghi che possono consentire uno spazio autentico di riflessione, isole d’Arte nel caos che possono essere edifici chiusi (i templi delle muse, ossia i musei) oppure opere da ammirare all’aperto.

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È il caso di Bologna, che ha visto i natali di una nuova scultura il 27 Gennaio scorso. Purtroppo i mass media nazionali non hanno considerato molto quest’ultimo “arrivo”, se non le riviste specializzate e qualche quotidiano.

Una mossa decisamente ingiustificata, dal momento che la creazione in questione è forse la prima sul suolo italiano ad essere veramente incisiva sull’Olocausto: una struttura dalla mole monumentale, oltre alle Pietre d’inciampo in Liguria ed il Monumento al Deportato di Sesto San Giovanni.

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È situata tra Via Caracci ed il ponte di Via Matteotti, vicino alla stazione della nuova Alta Velocità, costituendo innanzitutto un esempio di Land Art per la sua relazione intrinseca con il dinamismo dell’ambiente circostante.

Consiste in una coppia di blocchi d’acciaio COR-TEN antistanti, di dimensioni 10×10 m, convergenti e con all’interno una griglia di lastre che si intersecano ad angoli retti.

Oltre ad avere una funzione “sacrale”, ci si può accorgere di come la scultura sia dotata di un’immensa carica simbolica: proprio nel suo astrattismo, ci vengono ri-feriti i caratteri essenziali di una tragedia (dis)umana, che possono far tremare e riflettere anche il più insensibile. Basti pensare al percorso al centro della struttura, che parte da una larghezza di 1,60 m per poi restringersi a 80 cm, dando un senso di oppressione e angoscia; oppure si notino le celle vuote, che ricordano chiaramente i dormitori dei lager.

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Inoltre, la pavimentazione di questa parte dell’opera è fatta in ballast ferroviario, al fine di rimandare alla Judenrampe, la diramazione costruita apposta per i convogli che trasportavano gli Ebrei verso i due campi di concentramento di Auschwitz. (Stammlager e Birkenau).

A giocare un ruolo ulteriore nella fruizione del monumento è la luce: di giorno ad essere rilevante è soltanto l’illuminazione solare, che consente una stasi contemplativa all’individuo; di notte concorre invece quella artificiale, collocata nel spazio circostante e tra i due blocchi, trasmettendo la loro magnificenza.

Bisogna tenere conto infine di un altro fattore, decisamente rilevante: il materiale della struttura si corrode all’aria aperta, significando il senso della Storia e dell’essere, ossia la successione di eventi contingenti confrontata con l’esistenza.

 

Mettendo in dialogo quest’opera con la situazione artistica europea, non si può non pensare alla sua somiglianza con il celeberrimo Memoriale berlinese (“Denkmal für die ermordeten Juden Europas”, inaugurato nel 2005), anche se in tal caso il “peso” è distribuito su più unità marmoree e lo spaesamento è dato dalla loro numerosità, al punto da farli apparire come frammenti di un assemblaggio infinito.

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Il punto in comune più netto si ha però nello scopo civico-sociale: le sculture, nel loro essere materiche, costituiscono veri e propri blocchi per la nostra memoria, presenze che non si potranno e dovranno mai dimenticare.

 

Per quanto riguarda i dati sul Project Management del Bologna Shoah Memorial, il tutto è partito da un concorso pubblico annunciato nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz (il 27 Gennaio 2015) bandito dalla Comunità Ebraica di Bologna e finanziato dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.

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La commissione, presieduta da Peter Eisenman (architetto del Memoriale berlinese), ha selezionato tra 248 proposte il team romano “SET Architects”, costituito da Lorenzo Catena, Chiara Cucina, Onorato di Manno ed Andrea Tanci.

Questo gruppo, fondato nel 2015, finalizza il proprio design architettonico ad uno spirito teoretico ed emozionale, puntando ad abs-trahere le caratteristiche essenziali degli elementi impiegati (con una particolare attenzione verso la sostenibilità ambientale dei materiali) per consegnare determinati concetti ma non rinunciando a colpire la sensibilità del fruitore.

 

Per concludere, si ha a che fare anche con un esempio di virtuosismo economico nel nome della cultura: il progetto è stato realizzato nei tempi previsti, un anno ed è simbolo di perfetto coordinamento tra amministrazione e arte.

 

 

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