Testo di – DAVIDE PARLATO

MONDIAL

“E due errori ho commesso

due errori di saggezza

abortire l’America

e poi guardarla con dolcezza.”

 

Al termine di questo 2013 che viene ricordato dagli appassionati sportivi come anno di attesa delle più importanti manifestazioni mondiali dei prossimi anni, un’attesa rimane assolutamente la più contestata, fonte di critiche sociali, di rivolte civili e di indignazioni generalizzate: quella per i mondiali di calcio Brasile 2014. Un’attesa, una preparazione che in fondo è proprio un sostare sul ciglio di un baratro: una spia di una nuova trasformazione (o se vogliamo un ricorrer di eventi) all’interno del panorama culturale dell’Occidente e forse, per la prima volta dalla grande colonizzazione, davvero mondiale. È un qualcosa che esula dal calcio, così tanto che gli stessi tifosi, facendosi un rapido esame di coscienza, possono facilmente rendersi conto dello slittamento di tutto ciò che è sport verso il profitto delle alte sfere e l’imbonimento collettivo. Allora ci si rende conto che il calcio non c’entra più nulla in questo discorso, ma che stiamo parlando di una radicale metamorfosi dell’agire collettivo di carattere molto più generale.

Finanziati quasi interamente con soldi pubblici (98,5% secondo i dati del dossier di Guilherme Boulos, membro della Coordinazione Nazionale del Movimento dei lavoratori senzatetto in Brasile) provenienti dalla Banca Nazionale per lo Sviluppo Sociale ed Economico, costati lo sfratto forzato a 70.000 famiglie, esortate caldamente ad andarsene grazie all’ausilio della repressione militare, costati la vita ormai a quattro operai durante la costruzione delle strutture, sotto la pressione monopolizzante degli sponsor e della FIFA, questi preparativi ai mondiali presentano tutte le carte in regola per rappresentare uno dei più imponenti abusi edilizi legalizzati di sempre. Abuso in senso penale e civile, abuso di potere economico, abuso sui diritti imprescindibili della persona quali il domicilio. Il tutto assolutamente legalizzato da provvedimenti del Governo del Partito dei lavoratori di Lula, che, avendo posto fra le priorità dopo la sua vittoria nel 2002 l’alleanza con i costruttori edili principali del Paese, non sembra neanche così tanto ostaggio degli sponsor europei, alla luce delle manovre economiche che hanno portato a raddoppiare la rendita degli affitti e delle costruzioni in San Paolo e altre città sedi dell’evento. Inoltre è lo stesso Governo ad avere reso illegale ogni forma di vendita informale dei prodotti sotto il marchio FIFA, a questo punto detentore di un monopolio di mercato davvero troppo simile ad una concorrenza sleale.

Tutto questo sopruso sotto la pesante ombra del profitto, osteggiato dalla popolazione che si è spesso espressa con forme di rivolta e occupazione (sempre sedata dall’intervento della polizia), sembra volto alla creazione di un sogno: il sogno di portare il calcio nella terra ad esso più devota. Il sogno per la popolazione brasiliana di poter assistere alle imprese agonistiche dei loro campioni, mentre, a pochi passi dallo stadio, la Favela brulica di delinquenza ed è vorace della povertà degli sfrattati. Il sogno di poter comprare gadget, maglie, palloni marchio FIFA mentre più della metà del paese vive in condizioni miserevoli. Dimenticarsi di tutto questo, nello sfavillare di un sogno intessuto dai maestri sarti del marketing occidentale.

E allora non può non ricorrere in mente subito un’altra immagine tratta dalla nostra Storia: l’immagine di quei conquistadores che partivano dai porti della Spagna e del Portogallo, armati fino ai denti di polvere da sparo, pretastri e chincaglieria. Così salpavano alla rotta del Sud e Centro America e vincevano l’opposizione dei nativi, occupandone i territori, le case e usurpandone i templi, ora con cariche di cavalleria, ora con l’inquisizione, ora con ninnoli e oggetti luccicanti di varia natura: trattando con i capi città la vita dei loro sudditi per il sogno del progresso. Polvere per la polvere.

Non ci si può dimenticare di tutto questo: e troppe volte questo reminiscenza ci fa incorrere nell’errore che la Storia sia in qualche modo un ciclo di eventi, di ricorsi storici. Vicende come questa ci mostrano invece come la storia non si ripete: ma corre sempre diritta, sempre piatta sempre uguale. Che, tuttalpiù, la storia in qualche modo si ripeta solo perché la prima volta nessuno stava ascoltando, come disse un anonimo.

C’è infatti questa arte dell’Occidente che ormai ha davvero realizzato il suo sogno visionario di colonizzazione mondiale, il sogno visceralmente insito nei suo albori. E questa arte di dominio tipica della nostra cultura ha attraversato le epoche affinandosi, evolvendosi come ancella del Tempo e come sovrana assoluta della dinamica economica, e quindi della dinamica storica, e quindi della dinamica quotidiana. Emersa più volte in varie forme, questa arte è proprio la figlia prediletta della nostra cultura: ed è l’arte da fare sognare, ovvero, leopardianamente, la moda.

Arrivati nel 2013 questa vicenda (che spicca per la sua cruda realtà) così come tante altre non fa che mostrare la nuda ripugnanza del corpo della nostra vecchia Europa, non più corrotta di cinque secoli addietro, ma più oscena nel suo mostrarsi nuda e anziana. Senza pudore e senza remore, l’arte del sognare è giunta al suo apice di pervasività, tanto da essere divenuta valletta di ogni tipo di operazione culturale, artistica, e anche intellettuale.  Così realizzata da non potersi più mostrare come essa è (in quanto essa è tutti noi, ci sguazziamo ormai con suprema e inevitabile indifferenza), l’eccellente ars occidentale (troppo lontana da qualsivoglia forma di tèchne) sembra aver definitivamente vinto sul divenire del senso, ormai sotto lo scacco del suo alterego maligno: il nostro attuale campo da gioco, dove si disputa costantemente il nostro compito agonico di osservazione.

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