Testo di – BIANCA NAVONE

Dal 20 Marzo al 28 Giugno una mostra di 260 fotografie su Parigi del grande artista ungherese a Palazzo Morando.

Brassai, che in ungherese significa “di Braşov”, città dove nacque del 1899, è stato un fotografo, uno di quelli grandiosi: avete presente le fotografie in bianco e nero delle scalinate e dei passaggi di Montmartre che tutti guardate, stampate e poi attaccate sui muri sognanti delle vostre camere? Bene, sono sue.

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Basti pensare che Henry Miller, suo grande amico, gli attribuì il soprannome di “l’occhio di Parigi”; tra i numerosi amici del fotografo troviamo nomi come quelli di Prèvert, Matisse, Dalì e Picasso che, con i suoi occhi di brace, divenne soggetto di alcune fotografie, parte delle quali presenti nella mostra.

Brassai affronta la rappresentazione di Parigi e dei suoi soggetti come se si stesse relazionando a qualcuno, a poco a poco ne conosce le sfaccettature, gli angoli più remoti, oscuri e poi arriva alla grandiosità dell’amore che coglie i dettagli; fotografa i muri incisi, scrostati e disegnati, segno di un’arte primitiva dipinta dal dolore di una città lebbrosa, i marciapiedi isolati, il pavé bagnato intorno ai tombini e riesce a farci amare tutto questo.

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Inizialmente i suoi soggetti erano i bambini per strada, con un palloncino o intenti a fare le gare con le barchette ai Jardins du Luxembourg, le ginocchia sbucciate e le scarpe impolverate, poi arrivarono le feste e le gare di cavallo a Longchamp, la moda alle serate nei ristoranti o nelle case più in voga, quando ancora sugli Champs-Elisèes vi erano solo palazzine signorili.

Lentamente Brassai si inabissò nella notte parigina da cui nacque la raccolta Paris de nuit che riscosse molto successo anche all’epoca. Vagabondi e prostitute, ufficiali in compagnia di giovani donne, tutti alla ricerca di un po’ di amore che rimarginasse le ferite della vita, poi il silenzio e la miseria della solitudine.

Dedicò molti scatti ai baci fugaci delle coppie nei bar, agli amori nascosti perché inappropriati; spesso si serviva degli specchi per poter ritrarre i soggetti ed i loro sguardi riflessi, riuscendo così a cogliere più dimensioni di un’unica realtà che voleva restare nascosta agli occhi dei più.

Tutta l’insostenibile confusione che ci amalgama, in un unico limbo terrestre fatto di tempo e scadenze c’è e respira in queste fotografie, ci rende vulnerabili perché nel guardarle ci (ri)troviamo; noi oggi amiamo e soffriamo come hanno fatto all’epoca quei soggetti, qui si cela la magnifica irriverenza di queste fotografie: sono frammenti di realtà e mirano a rappresentarla nel modo più nudo e veritiero possibile.

C’è una ricerca estenuante, un vagare senza tempo né meta da parte dell’artista, che con i suoi scatti ci racconta quella che Prévert definì “la bellezza del sinistro”.

Il volto notturno della città si svela, quasi paradossalmente grazie alla poesia della nebbia che trasforma, smussa gli angoli delle cose e le anime; il fascio di luce proveniente dai fanali di un taxi divine così il soggetto di una fotografia, come anche alcuni particolari architettonici della cattedrale di Notre Dame.

Verso la fine del percorso i soggetti diventano gli anziani sulle panchine dei giardini, assorti nella loro immutabile solitudine e con essi altri soggetti semplici e quotidiani: i cani.

Questi personaggi provocano in noi uno stupore forse maggiore di quelli precedenti, che oramai abbiamo assimilato del nostro quadro ideale, e talvolta anche idealista, della Parigi di inizio ‘900; la quotidianità presente in un anziano, in un cane o in una panchina è però sintomo di un occhio attento che tiene viva la struttura ossea della realtà, senza dare nulla per scontato, tanto è vero che l’artista disse: “ Che cos’è il banale se non il meraviglioso fatto decadere dall’abitudine?”.

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Si può dire che si tratta di una mostra allestita con cura e competenza, in uno spazio piacevole e nascosto nel centro di Milano, forse una delle migliori mostre fotografiche degli ultimi anni insieme a quelle allestite con altrettanta dedizione allo Spazio Oberdan in Porta Venezia.

Le foto sono sospese sui muri immacolati e noi vi passeggiamo accanto, nel silenzio, camminiamo avanti e indietro, per tornare su quella foto il cui dettaglio ci ha colpiti, fino ad uscire poi con la soddisfazione e la leggerezza di aver ricevuto la conferma che quel mondo meraviglioso, che era Parigi agli inizi del secolo scorso, è esistito ed era esattamente come lo avevamo a lungo sognato.

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