Testo di – DAVIDE PARLATO

 

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L’8 gennaio si è tenuta a Los Angeles la quarantesima edizione del People Choice Awards, premiazione degli attori e degli spettacoli televisivi e cinematografici preferiti dal pubblico della CBS. Moltissime le premiazioni: tra queste “miglior commedia” The Big Bang Theory, “attrice preferita” Sandra Bullock in Gravity, “film preferito” Iron Man 3. Ma la premiazione “serie televisiva che mancherà di più al pubblico” è stata aggiudicata a quello che si può definire uno dei più grandi fenomeni mediatici di culto degli ultimi anni e, di certo, di questo passato 2013: stiamo parlando di Breaking Bad.

Proprio nello scorso anno è andata in onda infatti la quinta e conclusiva stagione della serie, sullo schermo dal 2008. Acclamata dal pubblico, accaparratasi il favore di importanti personalità del mondo dello spettacolo (lo stesso sir Anthony Hopkins ha scritto al protagonista Bryan Cranston una lettera di ammirazione e di congratulazioni per il serial, commentando: “Non ho mai visto niente di simile. Eccezionale!”), esaltata per le grandi interpretazioni attoriali del cast, davvero rare in un serial televisivo (il protagonista Walter White è stato recentemente eletto il personaggio fittizio più influente dell’anno passato): Breaking Bad aveva davvero tutte le credenzialiper diventare un fenomeno di culto. E così è stato.

Il motivo scatenante la serie di eventi che compone il telefilm è piuttosto semplice ma già da subito tagliente: Walter White, professore di chimica al liceo di Albuquerque, riceve, il giorno del suo cinquantesimo compleanno, una diagnosi di un cancro inoperabile ai polmoni. Preoccupato per il futuro della sua famiglia – suo figlio diciottenne affetto da una paralisi cerebrale e sua moglie incinta di pochi mesi – si ritrova a compiere una scelta che cambierà la propria vita. Venuto a conoscenza del mercato della metanfetamina tramite suo cognato, che lavora presso la DEA, disperatamente vede nella produzione di droga un modo per sfruttare le sue competenze nella chimica e guadagnare in poco tempo una somma considerevole di denaro, che possa permettere alla famiglia di condurre una vita tranquilla dopo la sua inevitabile dipartita.

Per fare questo chiederà l’aiuto di un suo ex allievo, Jesse Pinkman, produttore e distributore locale di metanfetamina scampato ad una retata della DEA. Questa scelta cambierà completamente la vita di Walter, che, da mite e insoddisfatto professore, si ritrova proiettato in un mondo di crimine, malattia e morte, all’interno del quale capirà ben presto che l’unica morale possibile è quella più razionale e scientifica esistente: la sopravvivenza del più forte. Il mondo della chimica, come scienza dei mutamenti, si ripropone per la prima volta per Mr. White nella vita reale: e sarà proprio tutto ciò che conosceva, la sua città, la sua famiglia, se stesso a mutare come vittima di una reazione molecolare incontrastabile e inevitabilmente radicale. Collisioni di atomi, collisioni di uomini: il tutto sotto le manovre di un cieco caos che l’uomo non può che subire o cercare di non vedere con l’astuzia della menzogna.

Questa trama, nel suo spiralizzarsi in una serie incontrastabile di eventi all’ultimo respiro, alternati con momenti di calma piatta che preludono all’inevitabile (che mai abbandona il palcoscenico degli accadimenti), ha tutti i presupposti per un’opera di successo ed appassionante. Tuttavia la vera grandezza di questo serial la troviamo nella forte componente emotiva, caratterizzata tramite un’evoluzione continua dei personaggi protagonisti, i quali, fagocitati da un destino del tutto cinico, compiono un viaggio di continuo mutamento e progressiva autoconsapevolezza. Tutto questo è portato lucidamente sullo schermo (senza analisi morale) da una forte caratterizzazione dei personaggi, dipinti nel dettaglio in ogni criticità della loro esistenza, e soprattutto dalle grandi interpretazioni di tutto il cast, incredibilmente coinvolgenti, disturbanti e progressivamente sempre più forti e drammatiche. Il regista non ha alcuna ingerenza in tutto questo e, anzi, si diverte spesso a invertire i ruoli della fiction tradizionale, destabilizzando in continuazione lo spettatore, abbandonato senza un binario interpretativo certo nella valutazione critica degli eventi e delle scelte dei protagonisti.

La scelta è infatti uno dei grandi temi dell’opera: non tanto l’importanza di saper prendere delle decisioni quanto l’importanza che una scelta compiuta ha sulla propria persona e sui destini delle persone ad essa più prossime. Alcune scelte sono arbitrarie, altre sono obbligate, altre sono inconsapevoli: ma tutte, alla fine, hanno unimpatto sulla vita, più o meno piacevole, spesso indesiderato o insperato – e talvolta fatale.

Personaggi dipinti con tinte forti e ben delineati, stagliati sul ruvido palcoscenico di un west moderno, creano una specie di cowboy movie riletto in una cifra moderna, nella tinta di un “pulp esistenziale” che vuole riflettere sulla condizione umana di precarietà nella lotta contro se stessi, sulla complessa sfaccettatura dell’animo e sull’arbitrarietà dei confini che la persona pone fra giusto e sbagliato. Il tutto istituisce un patto emotivo di potenza mirabile fra lo show e il pubblico, un patto sleale per certi versi in cui si chiede di investire fiducia e apprensioni sulle persone sbagliate, categoricamente, creando una destabilizzazione assolutamente coinvolgente ma allo stesso tempo difficile e dolorosamente invitante: siamo di fronte a qualcosa di davvero raro nella produzione mediatica occidentale.Siamo di fronte ad un capolavoro sotto tutti gli effetti: interpretazione, sceneggiatura, fotografia, caratterizzazione.

Insomma, serie cult a tutti gli effetti, Beaking Bad mancherà sicuramente ai suoi proseliti, che tanto hanno sofferto e (raramente) gioito con i suoi protagonisti. A loro nostalgici di quelle amare emozioni non resta che riguardarsi la serie: e per coloro cui era sconosciuta, farlo rappresenta un ottimo fioretto per questo nuovo anno.

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