Testo di – PARLATO DAVIDE

 

Questa mattina (21/01/2015) si è tenuta nel museo di Brera la prima conferenza stampa a 100 giorni dalla nomina a nuovo direttore generale della Pinacoteca di James Bradburne, architetto e museologo canadese, ex direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi. Ad accogliere la stampa per il briefing un istrionico e accattivante Bradburne, l’Assessore alle politiche culturali di Milano Filippo Dal Corno e il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini. L’operazione di rivalorizzazione del centro culturale meneghino è di un’importanza cruciale: da un lato rappresenta la possibilità di attualizzare in maniera virtuosa l’autonomizzazione degli istituti culturali promossa dalle nuove linee politiche della riforma Franceschini; dall’altro la realizzazione di una vision molto ampia, sensibile all’importanza della costruzione di una rete culturale cittadina nella promozione del benessere, della consapevolezza e dello stesso fermento artistico-culturale. Brera, in qualità di uno dei simboli dell’arte e della conoscenza in senso lato, rappresenta un ambiente perfetto per la messa in moto di un esperimento di questa portata.

Aprono la conferenza le parole di Del Corno, che da subito pongono l’accento sull’importanza di una collaborazione virtuosa fra le istituzioni culturali comunali al fine di rivitalizzare il fermento e il senso di identità della cittadinanza. La città nella visione di Del Corno dovrebbe diventare “un grande museo”, in grado di promuovere senso critico, partecipazione e confronto.

Al commiato dell’assessore segue l’entrata in scena del più atteso Bradburne, che con il suo porsi estroso e teatrale riesce fin da subito, anche con un italiano un po’ pittoresco, ad accaparrarsi la simpatia del pubblico. James Bradburne porta in Brera un progetto veramente interessante, elaborato in questi 100 giorni dedicati in grande parte ad un continuo ascolto: ascolto dei bisogni dei cittadini, delle necessità di Brera, dei punti di forza e di debolezza del network culturale milanese e del senso identitario che la struttura di Brera emana dal pieno centro della città di Milano, cuore pulsante non solo in senso topografico ma anche in senso più ampio. “Il mio compito è stato quello di ascoltare” racconta Bradburne, che da straniero si è trovato a fare i conti con una realtà che non gli appartiene direttamente ma che, proprio da una posizione altera di attento ascoltatore, ha potuto comprendere con grande acume. Il nocciolo della questione è per Bradburne proprio il senso di identità: “Milano ama Brera, ci è legata da un grande senso di orgoglio ma anche da una sottile vena di vergogna, la vergogna per ciò che Brera è stata in passato e che ora non è più”. L’operazione allora punta proprio su una riqualificazione di Brera acciocché ritorni ad essere un polo culturale dei cittadini milanesi, un luogo di incontro e di scambio di opinioni che la cittadinanza viva come proprio e di cui possa ritornare ad essere fieramente orgogliosa. La mission del progetto di Bradburne si snoda allora attraverso due principali direttrici: rimettere Brera al centro della città, cuore culturale pulsante del centro meneghino, rimettere i fruitori, i cittadini, al centro di Brera e delle iniziative culturali.

La creazione (o rifondazione) di tale senso di identità è resa possibile da una particolare attenzione, nelle parole di Bradburne, al “sacro” e al “profano”: ineriscono al “profano” tutte quelle operazioni fisiche di riqualificazione delle strutture, l’aumento dell’accessibilità degli spazi (non solo in termini meramente architettonici ma anche rivalutando e andando a modificare le descrizioni delle opere, gli impianti di illuminazione, più pragmaticamente l’aggiunta di cestini e di panchine dove gli studenti e gli ospiti possano sedersi), un ripensamento dell’organicità della struttura nel suo complesso – pensata da Bradburne come costituita da tre settori principali (il cortile, la pinacoteca e l’osservatorio con il giardino botanico) che dovrebbero maggiormente entrare in sinergia. Particolarmente interessante in proposito è il progetto di riqualificazione totale della strettoia che porta dall’ingresso di via Fiori Oscuri 4 all’orto botanico, con l’obiettivo di creare un vero “Viale delle scienze”: Bradburne oltre ad essere un architetto ed esperto di arte e museologia ci racconta di essere anche un bibliofilo, in quanto tale insiste sull’importanza di valorizzare Brera non solo come sede della Pinacoteca ma come polo scientifico totale, in cui la sinergia stessa degli ambienti possa fruttificare in termini di una creazione globale di interesse e di ispirazione conoscitiva. L’altro grande progetto di riqualificazione promosso dall’architetto canadese è la ristrutturazione di Palazzo Citterio, la ricollocazione in sede delle collezioni Jesi e Vitali e la sua apertura al pubblico entro la fine del 2018 – così come era nelle intenzioni del fu curatore Franco Russoli nei primi anni ’70.

Proprio pensando a quest’ultimo Bradburne ci ricorda il carattere “sacro” della sua operazione: “io mi muovo lungo l’ombra di Russoli”, muovendo l’iniziativa verso l’obiettivo di permettere ai cittadini di riappropriarsi dell’espressione “la grande Brera, non come volgare operazione immobiliare ma nella visione di Russoli che Brera contaminasse tutto il quartiere”. Ponendosi come un Russoli 2.0, Bradburne ci ricorda che questo sogno potrà essere reso vivo coinvolgendo l’intero pubblico di fruitori, avvicinandoli sempre di più alle iniziative di Brera: “Let’s have fun!” dice scherzando alla stampa, invitandoci direttamente alla serie di attività che la nuova gestione ha intenzione di avviare per i cittadini, dal gran ballo in Brera a giornate di discussione sugli allestimenti e sulle temporanee monogafiche.

Come fare per rimettere i fruitori al centro del servizio? Bradburne ricorda che “l’Italia è un world leader nella tutela dei beni culturali, ma non della valorizzazione”. Quest’ultima non intesa come monetizzazione del prodotto, bensì come creazione di una rete, di un servizio che coinvolga la popolazione su più livelli. È ispirazionale la visione di Bradburne di un museo come di un luogo “dove tutto può succedere, a patto che sia legato al provare forte emozioni”, dal primo bacio con una ragazza a speculazioni artistiche sul percorso espositivo proposto. Perché il museo torni ad essere un luogo di incontro, di emozione, di scambio, un luogo in cui tornare, la struttura deve soddisfare i requisiti generali di accessibilità, accoglienza e ascolto. Fra le nuove politiche gestionali pensate da Bradburne figurano allora il mantenimento in Brera delle opere della collezione per tre anni, il rifiuto di organizzare grossi allestimenti temporanei (con il rischio di cannibalizzare il museo, con lunghi tempi di attesa all’ingresso e mancanza della possibilità di fruire pienamente delle opere nella collezione) e la promozione di piccole temporanee che entrino in sinergia con la collezione permanente. Sono principalmente dialoghi tematici e monografici quelli pensati per Brera quest’anno: un confronto fra Perugino e Raffaello attorno al tema iconico dello Sposalizio della vergine (dal 17/03), una conversazione fra Carracci e Mantegna sul soggetto del Cristo morto (dal 16/05) e un incontro fra Caravaggio e gli altri protagonisti della sua epoca (dal 17/10). L’accento sul tema del dialogo permane come leitmotiv dell’iniziativa anche nei confronti del pubblico, chiamato a distanza di qualche settimana dall’allestimento delle temporanee a discutere sul tema proposto e sull’esposizione stessa: creare dibattito, ascoltare, dialogare sono le prerogative promosse da Bradburne per la riqualificazione di Brera e la creazione di una nuova rete culturale in cui il fruitore si senta protagonista e attivo partecipante.

Altre due iniziative sono degne di rilievo: programmi di visita guidata per i bambini (con la distribuzione di piccoli “kit” per esplorare le aree espositive), programmi per famiglie e tour dedicati alle mamme con bambini sotto i 18 mesi, l’iniziativa “Amico di Brera temporaneo”, che rende attivo l’ingresso al museo per 3 mesi al prezzo di un biglietto singolo.

L’idea che ci siamo fatti è in definitiva di un progetto fortemente moderno, sensibile al tema sempre più caro (e sempre più indispensabilmente importante in Italia) dell’importanza di un reinserimento della popolazione all’interno degli spazi culturali delle città. Il tutto virtuosamente in linea con le nuove politiche culturali proposte dal Ministro Franceschini, che al termine della brillante esposizione di Bradburne – dopo aver tirato una frecciata alle voci critiche circa l’affidamento della gestione delle istituzioni culturali italiane a professionisti stranieri – ricorda come l’Italia, a livello di politiche culturali, debba “muoversi verso una normalità europea”, un qualcosa verso si spera si possa evolvere sfruttando soprattutto le iniziative ministeriali dell’Art Bonus e dell’autonomizzazione delle istituzioni culturali. Un dato interessante riportato dal Ministro è l’aumento del 10% nell’ultimo anno delle affluenze nei musei (anche grazie all’iniziativa degli ingressi gratuiti nelle prime domeniche del mese): dato in controtendenza rispetto alla prospettiva europea, in cui stiamo assistendo ad un calo.

Ancora una volta questo riporta la nostra attenzione sull’importanza di un investimento su tutta la linea da parte delle politiche culturali al fine di ricreare un ambiente culturale il più possibile partecipativo e identitario, che permetta di sfruttare al massimo il Nostro patrimonio artistico (in senso sia meramente economico che in senso identitario) e di rivitalizzare un fermento intellettuale il più possibile accessibile e aperto a tutte le fasce della popolazione, in termini di età e di reddito.

D’altronde, come ha magistralmente affermato Bradburne in conferenza, l’obiettivo di un’istituzione culturale è di rivolgersi a “fruitori, non visitatori”.

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