Testo di – VALENTINA ZIBONI

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L’immigrazione è diventata uno dei temi più scottanti e controversi del dibattito sociale mondiale. Dopo un ventennio di rincorsa alla globalizzazione e al libero mercato sembra stia iniziando, invece, un’inversione di rotta che chiude le barriere e alza i muri, fra stati e persone.

Essendo, noi, i protagonisti di questi anni è giusto iniziare a prendere coscienza di ciò che accade, e puntare il dito chiudendo gli occhi non è mai stata la giusta soluzione.

È difficile formare un pensiero coerente su un tema così vivo e pungente come questo, ma non dovremmo smettere di provarci, perché è proprio nel momento in cui cessiamo di farci domande che cadiamo vittime di luoghi comuni e falsi miti.

 

Chi è un immigrato? Quali sono i motivi alla base di una scelta così drastica come quella di abbandonare il luogo in cui si è nati e andare altrove? Quali ne sono le conseguenze? Sono domande che sorgono spontanee nel momento in cui ci accingiamo a questo tipo di percorso riflessivo, ma le risposte non sono ugualmente ovvie.

 

Recentemente, ho visto Brooklyn, un film diretto da John Crowley, basato sull’omonimo romanzo di Colm Tóibín. È la storia di una giovane donna, Eilis Lacey, nata e cresciuta in un piccolo paese irlandese che decide di emigrare negli Stati Uniti alla ricerca di un futuro migliore.

Sono gli anni ’50 e sono anni di fuoco per gli Stati Uniti, meta d’oro per milioni di persone, le quali scappano da contesti statici e chiusi in una mentalità arrugginita che non riesce a ingranare e a competere con quella americana.

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Innanzitutto, si può notare come la ruota dell’immigrazione giri continuamente e che quindi la figura dell’immigrato prenda, di volta in volta, una diversa nazionalità. È forse proprio un approccio simile che può darci la possibilità di cogliere maggiormente la questione: è capitato a noi, cittadini occidentali, esattamente come sta capitando, oggi, a cittadini provenienti da altre parti del mondo. E potrebbe nuovamente capitare a noi in un domani piu’ o meno prossimo. Perché? Perché alla base di questa storia, e di molte altre, c’è la necessità di scappare da un posto che non ci appartiene più, perché non ci sentiamo più rappresentati, perché non ci sentiamo più compresi, perché non ne siamo più stimolati.

Eilis si fa, quindi, portatrice di due mondi lontani, non solo geograficamente: da una parte la realtà americana, veloce e moderna, alla moda e intrigante, dall’altra quella irlandese, chiusa e rigida come viene descritta nei Dubliners di James Joyce, pubblicato qualche anno prima.
La prima fase tragica che si affronta è la separazione: sempre più abituati a viaggiare, sottovalutiamo l’importanza che per noi ha il posto che chiamiamo “casa”. Queste persone non lasciano solo uno spazio fisico ma magari anche una famiglia, le proprie abitudini, i propri affetti. Ciò che si abbandona quando si emigra sono, infatti, le certezze. Si guarda con nostalgia ad un passato da cui si era scappati ma che sembra comunque migliore perché meno buio di un futuro incerto. Così Eilis, catapultata in un nuovo mondo, deve combattere la paura dell’ignoto, ricostruire quelli che un tempo erano i punti saldi della sua vita.

L’altra fase critica che viene affrontata nel film è il ritorno nella terra d’origine: Eilis torna per rimanere vicino alla madre ma non riesce più a ricollocarsi in quel contesto. Tornare indietro, riadattarsi a un punto di vista che, ormai, si è espanso, risulta più complicato che all’inizio, prima di partire. Ed eccola di nuovo intrappolata in una realtà che la fa sentire a disagio e dalla quale vuole nuovamente scappare.

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Parlare di immigrazione non significa, quindi, solo trattare un determinato tipo di fenomeno migratorio; significa, invece, parlare di tutte quelle persone che decidono di lasciare il paese natio per iniziare una nuova vita altrove, qualsiasi sia il motivo.

Il film non intende dare risposte, come non intende farlo questo articolo. Ma il fatto che non ci siano risposte chiare e precise non deve impedirci di porre delle domande, perché solo così potremo ritenerci cittadini realmente coscienti di ciò che accade, è accaduto e continuerà ad accadere.

 

 

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