Testo di – DAVIDE PARLATO (Budapest – uno scorcio) e GUSEPPE ORIGO (Sziget, il revival di un ideale)

Sziget-Festival-Aerial

Budapest – uno scorcio

Catapultati in Ungheria nel bel mezzo della notte, la nostra peregrinazione è iniziata con un tour della capitale dacia. Budapest è una città coperta da un magico alone, la cui natura sembra oscillare fra la rovina e la vita,materializzandosi là nel puzzo di urina e nello sfascio urbano che ancora domina certi quartieri cittadini, là invece nella sorprendente e affascinante vitalità ed esuberanza creativa dei locali e dei vari pubs che illuminano la città.

Reduce ancora dei bombardamenti bellici della seconda guerra e visibilmente provata dalla tristemente celebre crisi economica (nonché da certe misure politiche particolarmente impopolari), Budapest giace ferita fra il dolce declivio delle colline sovrastanti e la piana del Danubio, che, dolcemente, scorre silenzioso dipingendosi dei pochi colori della notte. Il notturno ungherese è, in effetti, dominato da una penombra che se da un lato ne aumenta l’ambiguo fascino, dall’altro sembra aumentare una certa indifferenza: come se la città volesse dormire quieta. I quartieri della città vecchia (Buda), ibridazioni edili fra l’architettura vittoriana reduce dal conflitto e le ricostruzioni più recenti, si snodano sinuosamente in complessi budelli e in labirintiche diramazioni, ospitando, oltre che la fiumana di turisti e giovani avventori del festival, un gran numero di senza tetto che,silenziosamente come tutta la città, si aggirano raccattando cianfrusaglie.

Così descritta la città potrebbe apparire un posto orribile: è vero che aleggia questo sentore di rovina tutto intorno, ma è anche vero che la città nasconde, nei piccoli anfratti del centro, dei veri e propri spiragli di vitalità e iniziativa. Laddove tutto è distrutto e lasciato a se stesso, la creatività e la voglia di ricostruire hanno condotto alla realizzazione di piccoli spazi tanto inaspettati quanto affascinanti. Sono i cosiddetti riun pubs, ovvero dei locali di ritrovo ricavati dalla riqualificazione di aree urbane fatiscenti o relitte dopo i bombardamenti. Intere palazzine o parti di esse sono parzialmente aggiustate, artisticamente arredate (con creatività ed estremo gusto kitsch) al fine di adibirle a pub, narghilè bar o semplici punti di ritrovo per la gioventù locale. Dalla movida al calciobalilla: i ruin pubs di Budapest si sono rivelati la sorpresa più affascinante della nostra breve visita.

IMG_0029

Fra una birra e un bicchiere di fröcs (vino rosso/bianco, acqua frizzante e ghiaccio – un delitto del gusto per ogni italiano ovviamente, ma un rinfrescante e apprezzato aperitivo locale) abbiamo davvero avuto l’occasione di vivere la città: non solo visitare marginalmente punti di interesse, piazze, monumenti o cattedrali – davvero partecipare attivamente ad una cultura locale che respira (almeno in quegli strambi pub) una vitalità che parte dalle ceneri di un infausto passato.

Tutto questo non poteva che rappresentare una favolosa ed eccitante premessa per il nostro festival: anch’esso in fondo una grande riqualificazione ed un magistrale affresco di vitalità.

.

.

Sziget, il revival di un ideale

IMG_0073

Al centro di Budapest, abbracciata dal Danubio (che per puro dover di cronaca ben lungi dall’ esser blu è piuttosto di un’ ocra deciso) sta l’isola di Obuda, palcoscenico, dall’ 11 al 18 di Agosto, dello Sziget festival (letteralmente “isola”): con 480mila biglietti staccati, nella edizione corrente, impostosi come il più grande festival del pianeta.

Arrivati e entrati nell’ area l’ impressione è una e una sola soltanto: quella di un tuffo in quella realtà, ormai mitizzata da decenni di racconti parentali e mediatici, della mitologica Woodstock.

E’ vero, il paragone può sembrare quanto mai affrettato e pacchiano…

Però è l’unico capace di sintetizzare il turbinio di eccitazione, sonorità, erotismo, umori e mood che sta, in questi istanti, avvolgendo l’ isola di Obuda.

Musica, la vera protagonista della manifestazione, nella sua forma più globale e meno esclusiva: ogni genere, ogni paese, ogni decibel e ogni nota. Sziget è il festival di Tutti per Tutti e lo dimostra l’eterogeneità del pubblico, di ogni provenienza (e con “ogni” voglio dire “OGNI”) e di ogni età (vedi la parentesi precedente per ulteriori chiarimenti sull’ accezione di “ogni”).

Ma il festival non si limita alla musica volendo, e assolutamente riuscendo, ad essere un’ esperienza di multiculturalità.

Installazioni artistiche di ogni forma e dimensione punteggiano lo stuolo di tende e prati cornice e tela della scena, cibo e gastronomia sembrano, a tratti, essere il main topic grazie all’incredibile offerta a disposizione dei convenuti.

Ragazze e ragazzi, uomini e donne, bambini e bambine: vocaboli come “crisi”, “ansia” e “stress”, insomma gli ingredienti della quotidianità, sono assolutamente banditi qui, sostituiti da ideali di fratellanza e leggerezza che, in altro contesto, parrebbero ormai demodé al limite della pacchianeria.

IMG_0105

Sziget è l’ uomo nudo che, a cavallo di una mucca di peluche, stava per demolire a colpi di membro la fotocamera della nostra troupe.

Sziget sono i Blink 182 che, questa sera, ci stanno riportando ad adolescenze ormai “romanzate”.

Sziget è il litro di birra a colazione, seguito da falafel, seguito da uova e pancetta, seguito da “pizza alla carbonara”, seguito da un altro litro di birra.

Sziget è il bunjee jumping dalla gru, è la palla a volo sui tappeti elastici, è la notte che non distingui più dal giorno che non distingui più dalla notte: Sziget è qualcosa che DEVI fare “almeno una volta nella vita” per renderti conto che tutto quel mondo di psichedelie e eros che animò l’ideale anni ’60 può rideclinarsi anche in mezzo a quest’ oggi apparentemente sempre più vicino al rassegnarsi a sé stesso.

Noi ci siamo, nell’ ombelico del mondo, e da qui vi aggiorneremo ogni giorno nella speranza di potervi regalare brandelli di questo sogno ad occhi, e soprattutto orecchie, apertissimi.

IMG_0118

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata