Reportage di – VIRGINIA STAGNI

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Il ballo del Santo

i fuochi d’artificio

Ci troviamo a Calamonaci, in provincia di Agrigento. La località si è tinta di due colori, rosso e azzurro.

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Catapultati nel bel mezzo di un rito mistico pagano, i contendenti celebrano i santi in quello che sembra più uno scontro tribale che religioso. La tradizione di cui stiamo parlando è la Festa di San Vincenzo Ferreri, patrono del paese dal 1574. Il feudatario Antonino De Termini Ferreri, barone di Calamonaci, scelse il santo in quanto vi trovò una sorta di legame con la sua stirpe e per questo lo designò come simbolo del proprio casato. I documenti parlano di questa festa, a cui abbiamo preso parte, come già viva e sentita per tutto il 1700.

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Una tradizione dunque centenaria che ha dell’incredibile per modalità e coinvolgimento drammatico. La seconda domenica di agosto il Santo diventa oggetto di attenzioni e di doni, denari e fuochi d’artificio, dall’entità inimmaginabile. Parliamo infatti di migliaia di euro sia in termini di donazioni monetarie che per l’acquisto dei fuochi – quest’anno sono stati stanziati 90 mila euro esclusivamente per lo spettacolo pirotecnico).

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Riscossione del pagamento – donazione, in diretta

La manifestazione, dopo la precedente fiera enogastronomica di prodotti tipici, pullulante esclusivamente di calamonicesi e abitanti dei paesi vicini, prende le mosse alle 23 per protrarsi fino alle 5-5.30 del mattino.

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Panino con la milza

Dopo la processione del simulacro di San Vincenzo, si danno il via alle “rigattiate”, le corse, miscela unica tra religione, folklore e paganesimo. Il patrono viene un poco messo da parte per dare spazio ad altri due santi, San Giovanni, di color rosso, e San Michele, di colore azzurro-bianco. La popolazione si divide proprio in queste due fazioni, la cui appartenenza si tramanda per linea paterna. Si nasce e si muore con San Giovanni o con San Michele, tanto che alcuni giovanotti azzardano tatuaggi sulle spalle raffiguranti il santo. La città prende le sembianze di uno stadio, sia per i colori delle due parti sia per i cori che accompagnano l’intera “corsa con il santo”. L’unica lingua parlata è il dialetto e una volta immersi nella folla non si può che fare una cosa: correre.

Una devozione commuovente da un lato, idolatrica dall’altro, che porta i fedeli a un rapporto con la divinità a dir poco tribale. Fuochi d’artificio danno il segnale dell’inizio della corsa del primo santo, secondo quanto stabilito dalla sorte (il sorteggio che prevede chi primo dei due santi può correre avviene in comune).

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Quest’anno il primo è stato San Giovanni: portata fuori dalla chiesa, la statua del santo viene posta su “vare” di legno, pesanti centinaia di chili, portati sulle spalle dei devoti, adornate con qualsivoglia materiale: la fattezza delle vare stesse sarà metro di giudizio per stabilire il vincitore tra i due santi.

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Posizionato e legato il santo con nodi e cinture di sicurezza molteplici, comincia la sfilata, mentre i fedeli sventolano ramoscelli di alloro precedentemente carpiti per la via, con una prima processione, al momento del ritiro di una vara.

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Messa in sicurezza della statua di San Giovanni

Il tutto scandito da un ritmo sollecitato, scaramantico, un accordo che si ripete per quattro ore, uno per Giovanni e l’altro per Michele, danza folkloristica che detta il tempo della corsa e de “l’abballata di li Santi”. La corsa ha vita in corso Garibaldi e dura, per ogni santo, più di un’ora. Una Guerra Santa, una crociata mistica dove si cimentano uomini e donne di tutte le età: le adolescenti acclamano il santo con lo stesso entusiasmo di un coro al concerto dei One Direction, gli uomini baciano la statua e la sorreggono spingendo le vare per un percorso estenuante e pericoloso.

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Non mancano i selfie con la statua del santo e i canti più sentiti che abbia mai udito. La corsa è una lotta contro la gravità e lo spazio angusto della strade: la corposità del marchingenio che viene fatto roteare tra gli incroci delle strade. È tutta una profusione indigesta di iPhone, iPad, Android, telecamere per testimoniare quanto la propria fazione sia stata la migliore nei giorni a seguire o per ricordare le maestranze dei fedeli.

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Come si vede dalle registrazioni, la divinità è accolta come un idolo orientale e pagano, con tamburi e corse che hanno del mistico e medioevale.

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Fuochi e coriandoli pronti a esplodere

Finita la corsa, di circa un’ora, si riporta il santo sfilante in piazza dove tra clamori, danze, urla, viene riportato in chiesa, stremato. La fine della prima corsa è scandita da fuochi d’artificio che sono niente a confronto di quelli che si vedranno alla fine della seconda corsa del secondo santo sorteggiato (uguale alla prima per durata ed entusiasmo): ci si sposta infatti leggermente al di fuori del centro cittadino per assistere a uno spettacolo pirotecnico dal valore di 60mila euro.

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Un’esplosione di colori all’insegna del kitsch illumina per un’ora l’intera valle delle province di Agrigento, sotto gli occhi dei fedeli attoniti e pronti a giudicare chi, tra le due fazioni, nello spettacolo finale dà il colpo di grazia all’altra per vincere il titolo di miglior santo della manifestazione.

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Ma, alla fine, poco importa: se alle 5.30 tutto termina e si corre ora a mangiare un cornetto caldo nei panifici limitrofi, il giorno seguente entrambe le fazioni festeggeranno la manifestazione e il suo svolgimento, arsi di un entusiasmo religioso che ha pochi eguali al mondo.

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