Testo di – LEANDRO BONAN

 

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Non si può dire sia una bella giornata. Il cielo è livido, promette tempesta da quando mi sono svegliato. Solo una timida chiazza di azzurro in lontananza resiste strenuamente alle nuvole plumbee. Non so per quanto ancora. Un vento gelido si insinua in quella microscopica porzione di collo che non è coperta né dal cappotto né dalla sciarpa. Rabbrividisco, sorridendo.

Mi avevano detto le temperature sarebbero state più rigide, ma non mi aspettavo tanto. Inizio quasi a rimpiangere il perenne effetto serra di Milano, almeno lo smog riscalda. Oltretutto mi sento preso in giro, perché il meteo dà 23 gradi. Fahrenheit, d’accordo, ma l’abitudine è troppo forte, mi creo puntualmente aspettative sbagliate. Passino le libbre, le miglia, perfino i piedi e i pollici, ci si abitua a tutto, ma i Fahrenheit proprio non li digerisco.

Faccio un altro passo verso la balaustra. La vista è eccezionale, e mi ricorda perché sto sopportando il freddo, il vento e le orecchie che hanno perso sensibilità un quarto d’ora fa. Sotto di me scorre il Potomac, il fiume che segna la fine del Distretto di Colombia e Virginia. Scorre possente, carico del peso degli eventi che sulle sue rive si sono svolti, limaccioso e calmo al contempo. Sulle sue rive sorge l’imponente porto e in lontananza s’intravvede la cattedrale di Pietro e Paolo, la seconda più grande degli Stati Uniti (La prima si trova a New York, a nord di Central Park, ed è dedicata a San Giovanni) ed una lunga passeggiata costeggia il fiume, ritrovo dei viziati cani di Georgetown, dei loro benestanti padroni e di qualche (raro) runner. L’unico rumore è quello del vento, che continua imperterrito a lamentarsi.

Guardo l’orologio. E’ da oltre un quarto d’ora che passeggio lungo la terrazza del Kennedy Center of Performing Arts, godendo della vista a 360°. Il maestoso edificio formalista, progettato dall’architetto Edward D. Stone, venne inaugurato nel 1971 dall’allora presidente Lyndon Johnson, ma la volontà di costruire un mastodontico complesso a dieci minuti dal Lincoln Memorial fu del suo predecessore, a cui il centro è dedicato, il compianto JFK. Fu egli, infatti, a lanciare una raccolta fondi colossale come l’edificio, con l’intenzione di “portare la Cultura nella Capitale”. Fino a prima dell’intervento del presidente, infatti, il progetto, approvato dal congresso nel 1958, era più sulla carta che nei fatti, in quanto dei 70 milioni stimati erano stati raccolti circa 13,000 $.

Come spesso accade, le polemiche relative al luogo di edificazione, per molti decentrato e troppo lontano dalle linee della metropolitana, ai costi, e allo stile eccessivamente rigoroso, vennero abbandonate quando il padre putativo dell’opera venne improvvisamente assassinato nel 1963. L’anno successivo i lavori iniziarono e da subito si decise che il Centro sarebbe stato il modo perfetto per celebrare Kennedy: non con un simbolo, ma con un’opera aperta e fruibile al pubblico.

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Anche per questo motivo ogni giorno alle 18:00 si tiene uno spettacolo gratuito nel foyer ed i generi cambiano radicalmente, in nome della pluralità e della libertà di ognuno di esprimere la propria arte. Giusto per farvi un esempio: ieri si è esibito un gruppo di musica ebraica “non tradizionale” con componenti turchi ed est europei. Il giorno prima era stata la volta di un ensemble di danzatori, che hanno allestito uno spettacolo sulle note di musica elettronica, in cui le luci erano parte integrante della performance.

Decido di raggiungere Georgetown, dieci minuti scarsi a piedi attraverso il quartiere di Foggy Bottom, dove si trova la George Washington University. Noto che la città si trasforma gradualmente, come il cielo sopra di me: mentre il vento spazza inaspettatamente le nuvole, le case si abbassano e diventano colorate, assumendo pian piano il caratteristico aspetto che le rende la dimora di gran parte dell’establishment politico, di avvocati e lobbisti.

La zona, infatti, che prima che Washington divenisse capitale federale era un comune indipendente, è come sospesa in una bolla, che la isola dalla frenesia metropolitana. Gli ampi viali alberati sono costeggiati da graziose case a due piani, con larghe finestre, scalinate classicheggianti e la tipica forma poligonale della facciata che si protende verso l’esterno per rendere la sala da pranzo più spaziosa. Alcune sono abbellite da comignoli o da vetrate, e moltissime sono già addobbate per Natale.

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La sensazione è quella di essere in un piccolo mondo ideale, in cui si è disturbati soltanto da qualche sporadica macchina, un reticolo di vie perfetto per costruire una famiglia secondo l’imperituro modello delle pubblicità dei cereali . Capisco perché il quartiere sia tanto amato dai suoi cittadini: in una città sviluppata, come gran parte delle metropoli americane, in altezza, e in cui ovunque si vedono edifici di dimensioni mastodontiche, ciò che si desidera avere come casa non è l’ennesima costruzione massiccia e proterva, bensì una dimora minuta, elegante e rifinita, in cui ogni cosa ha il suo posto. A due passi il fiume, dolce nel suo lento e incessante scorrere.

L’arteria principale di Georgetown è però M Street, fulcro dello shopping radical chic, con boutique sartoriali, piccoli negozi di antiquariato e ristoranti ispirati ai bistrò francesi. Negli ultimi anni la strada si è sviluppata notevolmente, e da zona riservata all’upper class è diventata anche meta apprezzata da studenti universitari, soprattutto grazie all’apertura di negozi d’abbigliamento più generalisti e meno pretenziosi, come Zara, H & M. e J. Crew.

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Tra i luoghi che hanno contribuito al nuovo appeal del quartiere si deve sicuramente ricordare Georgetown Cupcakes, una piccola pasticceria (quattro tavolini da tè) fondata da due sorelle, che sono diventate, in breve tempo, celeberrime per la loro straordinaria ma essenziale creatività. Ogni mese inventano nuove glasse ed impasti per i loro dolcetti, ispirandosi alle festività o ai prodotti stagionali. Dicembre è quindi un trionfo di pan di zenzero, cocco usato per ricreare l’effetto neve, caramello e l’onnipresente crema di burro.

Gran parte del fascino del negozio, però, è dovuto alla possibilità di seguire in diretta la creazione dei cupcakes, in quanto la parete che separa il caffè dalla cucina è costituita da una lastra di vetro. Nato come un hobby, il negozio è stato salutato da un successo sempre crescente, che ha spinto le sorelle ad aprire altre cinque sedi, in franchising, negli Stati Uniti. Gli autoctoni con cui ho parlato sostengono che il negozio abbia perso gran parte dell’integrità iniziale e si sia commercializzato eccessivamente. Non entro nel merito, può darsi abbiano ragione. Da profano posso solo dire che il mio Rudolph, guarnito da una piccola renna di cioccolato fondente immersa in una crema alla vaniglia, mi ha regalato cinque minuti di estasi.

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Uscito dal negozio, mi fermo ad osservare questo curioso insieme eterogeneo, una via colorata e vivace, sempre affollata, ma mai in modo asfissiante, che scorre parallela ad una incantevole passeggiata lungo il fiume. Le due sono collegate da una serie di frequenti traverse, ponti e scale, che sfociano nella promenade come tanti minuti ed ordinati affluenti.

E’ proprio sulla riva del Potomac che si conclude il mio vagabondare. Affascinato dalle ultime foglie, che strenuamente rimangono sui rami spogli degli alberi, mi perdo a contemplare i riflessi dell’acqua. Un bambino dietro di me piange. Vorrebbe un gelato. Il che mi fa ricordare quanto faccia freddo.  Meglio  tornare a casa.

Leandro Bonan, 08.12.2014, Washingon D.C.

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