Testo di – GIULIA BOCCHIO

« Abusò costui del detto di quel Greco quando domandatogli che fosse il suo maestro, mostrò la moltitudine che passava per via; e tale fu la magia del suo chiaroscuro, che, quantunque egli copiasse la natura in ciò ch’ella ha di difettoso e d’ignobile ebbe quasi la forza di sedurre anche un Domenichino, ed un Guido!», così il saggista Francesco Algarotti a proposito di colui che rese finalmente materico l’amalgama perfetto fra luce e buio, illuminando spesso la tenebra, senza mai metterla in ombra: Caravaggio.

Non è la prima volta che il Castello di Miradolo, alle porte di Torino, accoglie fra le sue stanze neogotiche le opere di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Correva l’anno domini 2010 infatti quando la Fondazione Cosso ivi allestì una mostra che indagava le unicità dell’inquieto pittore fra Luci e Ombre del Seicento piemontese, celebrando altresì il quarto centenario della morte dell’artista.
Questa volta la Fondazione, perpetuando il sodalizio di curatela con Vittorio Sgarbi e Antonio D’Amico, propone un progetto espositivo che vanta la divisione di oltre quaranta opere fra il Peterzano, il Cavalier D’Arpino, Agostino Verrocchi e Ribera ricalcanti le influenze e gli echi sfumati dell’arte del Merisi, la maggior parte inedite al grande pubblico, e suddivise in tre sezioni che tuttavia ruotano attorno alla Maddalena penitente, dipinta da Caravaggio intorno al 1594-1595.

Esposta per la prima volta in Piemonte, trattasi di un’opera di redenzione : la Maddalena ne è illuminata, tutte le vanità e i peccati sono caduti a terra sotto le mentite spoglie di gioielli, monili, gemme e un’ampolla d’unguento, esuli come lo sguardo di lei, quasi cristologico, rivolto perpetuamente verso un basso che tuttavia non è più né abisso né terrena perdizione. Una lacrima perlata solca il viso della giovane che ha i tratti di una prostituta realmente esistita, Anna Bianchini, e che Caravaggio frequentava, utilizzandola come modella in più occasioni tanto da donarle il volto della vergine nel Riposo durante la fuga in Egitto.

Molti furono gli artisti che raggiunsero Roma ( e la mostra in questione ne è la testimonianza più florida) per godere di quei simbologismi e quei colorismi che il genio del Caravaggio introdusse nell’arte del suo tempo; ma sarebbe tuttavia riduttivo e risaputo associare esclusivamente l’artista a quello straordinario studio di luci e ombre che ne caratterizzarono il linguaggio pittorico. Il simbolismo allegorico del chiaroscuro teatrale e dei tagli drammatici di luce sulla tela non furono che il mezzo migliore per ritrarre tutte le ombre del reale e dell’animo umano. Il naturalismo dei tratti fisici dei suoi soggetti si amalgamava ai moti emotivi ed esistentivi degli stessi e all’ambiguità (anche sessuale) dei suoi modelli, tutti provenienti dai luoghi di malaffare della società. Nessuna idealizzazione della bellezza né del canone compositivo che fino ad allora non s’era curato in maniera così sublime dell’intensità insita nell’immagine e nell’espressione, specie in quella a soggetto religioso.

Fra discusse committenze, un omicidio, fra vecchi popolani deformi venerati come santi, prostitute con addosso le vesti della Vergine, efebi come Dei greci, fra una pioggia di riflessi e sfumature sublimate nella luce e fughe continue Michelangelo Merisi da Caravaggio non necessitò di una lunga esistenza per rivoluzionare la pittura di quel tempo e influenzarla per i successivi secoli a venire.

E fino al 10 aprile 2016, fra le sale del castello, sarà possibile ammirarne gli echi, gli enigmi e le inafferrabili, ombrose, sfumature di una luce non ancora tramontata.

Giovedì e venerdì: 14.00/18.00 Sabato, domenica e lunedì: 10.00/18.30. Chiuso il martedì e il mercoledì.

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