Testo di – GIORGIA PIZZIGINI

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Andando a Londra, ho scoperto il Victoria&Albert Museum, che avevo ignorato molte altre volte preferendo la National Gallery o la Tate. Questa volta mi sono avviata da sola verso il museo, mentre gente di ogni forma, colore e provenienza invadeva le scale della vicina Tube Station di South Kensington.

Pensavo di guardare le collezioni permanenti, tra cui l’arte orientale, gli arredi reali inglesi, la storia della moda…non avevo messo in conto che sarei stata trascinata in un’altra epoca di lì a poco. Tra le esposizioni temporanee ce n’era una dalla coda inquietantemente lunga: “From Club to Catwalk: London 80s Fashion”, che a prima  vista avrei definito come la solita mostra leggera di abiti da sera per invogliare ad entrare anche i più restii. Il titolo, però, era troppo allettante per ignorarlo: “club”, la discoteca, “catwalk”, la passerella, una combinazione apparentemente superficiale, ma con cui Londra si fasciò per sbeffeggiare chi la definiva ancora una città grigia e industriale. Mio padre, ch’era stato un’estate in college negli anni ’80, mi aveva raccontato quel che succedeva a Londra, anzi, su quello che poteva succedere: un’intera strada, King’s Road, che pullulava di band, di discoteche stravaganti che sembravano usciti dai gironi infernali danteschi, di gente che della stravaganza aveva fatto il proprio credo, un vortice di minigonne inguinali, gonne di tulle e anfibi da un chilo, tute lamettate e scarpe improbabili, donne vestite da uomini e uomini vestiti da donne.

Una volta entrata, avevo capito che sarebbe stato inutile nascondersi dietro la maschera da turista colta e distaccata. La mostra aveva vita propria: catturava l’orgoglio e l’entusiasmo di una rivoluzione che era riuscita a sostituire il celeberrimo “total black” con una miriade di colori, primo fra tutti, l’oro. Il designer Michael Costiff ricorda, a proposito della collezione “Pirate” di McLaren e della Westwood,: “era così lussuriosa, c’era il luccichio dell’oro, tutto quel feeling eroico; era strabiliante, in particolare in quel tempo grigio, in cui il nero era stato lo slogan per così tanto tempo, vedere quel colore, l’oro”.

Gli anni 80 hanno visto dunque la trasformazione di Londra in qualcosa di eterogeneo e di nuovo.

Il vivace mix di discoteche, fashion, design e arte del decennio incoraggiava i nuovi designer, quelli che amavano il rischio, i creativi del futuro, e li spingeva ad uscire dagli schemi. Ed ecco perchè veniva ampiamente celebrata la figura del creativo indipendente, della nuova band, dello stilista emergente: Londra prendeva tutte le visioni artistiche dei singoli e le amplificava , mischiandole e trasformandole, facendo sì che la stessa città divenisse un gigantesco caleidoscopio. Un designer aveva riassunto la capacità della metropoli di operare come un catalizzatore: ” La scena mondana faceva sì che la gente si agghindasse. Era la scena londinese che era così dinamica ed è stata proprio quella che ha fatto entusiasmare i designers. L’atmosfera ribelle di Londra, ecco cosa ci ha spinto a perseverare nel nostro intento”. John Galliano, dal canto suo, esclama. “Lavoravamo duro la settimana, ma l’ultima ora del venerdì alla Saint Martins era ignorata: ognuno era nella propria camera a cucirsi il vestito per il weekend”.

Boy George ricorda: ” La moda era nostalgica e terribilmente teatrale…ognuno aveva la propria personale idea di dove stava andando la moda”, mentre Milliner Stephen Jones aggiunge: “Trovavo persone al The Blitz (i.e. la discoteca più famosa e stravagante di Londra) che erano solo nella mia immaginazione”. Degno di nota è il fatto che il The Blitz, se aveva adottato una door policy estremamente peculiare: potevano entrare solo i più originali. Le persone ‘normali’ non erano contemplate, perchè chiunque, senza riguardo alla stato sociale o allo stipendio, poteva permettersi di osare.

Su questo sfondo la mostra presentava i lavori dei maggiori stilisti, tra cui Betty Jackson, Leigh Bowery, John Galliano, Bodymap, Helen Storey ( “Io sto sul filo della lama tra il buono e il cattivo gusto, tra la moda e il teatro, tra il business e l’immaginazione”),Vivienne Westwood e molti altri.

Nella capitale sono dunque emersi trend sopravvissuti fino a oggi come lo stile gotico, borchie e pelle, lo stile Neo-Romantico, individualista e melodrammatico, o nuovi materiali , come lo stretch, che dietro di sè rappresentava, come tutto a quel tempo, uno stile di vita: “Lo stretch è una forza dinamica, una sfida per chi lo disegna , per chi lo fabbrica e per chi lo indossa. Un nuovo modo di flettere ogni tessuto dalla seta al satin, dalla lana a la crepe. È la cosa più sexy del mondo, copre il corpo e allo stesso tempo, mostra ogni movimento, sottolineando ogni curva del sedere e della vita, delle cosce  e dei fianchi”.

Spero che dandovi quest’assaggio scritto di quello ch’era quella mostra, possiate almeno provare un pizzico della follia che ho provato io, nel sapere che a volte è l’entusiasmo e la fede nell’arte a risollevare i popoli.

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