Testo di DANIELE CAPUZZI

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Dopo più di un secolo dalla prima assoluta che ha avuto luogo alla Scala, da novant’anni esatti dalla sua ultima ripresa nel teatro operistico milanese, la Cena delle Beffe di Umberto Giordano ritorna sul palco della scala in una versione monumentale, quasi holliwoodiana.

L’inserimento dell’opera nel cartellone della stagione corrente è dovuto alla volontà del direttore artistico, Pereira, e musicale, Chailly, di riportare al Piermarini i lavori che qui sono nati, oltre all’intenzione di riscoprire e valorizzare il repertorio verista, ultimamente rappresentato solo dalle celebri Pagliacci e Cavalleria rusticana.

La Fondazione Milano per la Scala crede così fortemente nel dare nuova forza a lavori poco rappresentati che ha voluto finanziare l’allestimento della Cena delle Beffe, come già fece lo scorso anno con Otello di Rossini.

 

L’origine dell’opera deriva dal successo dell’omonima pièce teatrale del drammaturgo pratese Sem Benelli, che ne curò la riduzione a libretto per adattarla alle specificità del teatro operistico. Vi furono elaborazioni postume anche da parte di altri artisti di teatro e cinema, fra cui si può citare il film del 1942 di Alessandro Blasetti, per l’occasione proiettato nel Ridotto dei palchi Arturo Toscanini alla Scala il 3 aprile.

 

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Durante un incontro riservato ai sostenitori di Milano per la Scala, seguito alle prove di scena in cui si è potuto apprezzare il metodo di lavoro del regista Mario Martone, questi ha sottolineato come gli fosse sovvenuta prima la rivisitazione teatrale di Carmelo Bene, piuttosto che la pocanzi citata versione cinematografica.

Mentre il testo di riferisce alla Firenze di Lorenzo de’ Medici, il regista ha preferito un’ambientazione più lontana nel tempo e nello spazio, la Little Italy newyorkese degli anni Venti, in cui il melodramma stesso rappresentava un carattere fondamentale dell’italianità, una passione e affezione per le origini, e dove la violenza a base del dramma poteva essere rappresentata in maniera più incisiva. Varie sono anche le citazioni di film di storie mafiose, come la sparatoria nel ristornate, poco prima della chiusura del sipario.

Si notano in alcune scene numerose comparse, non richieste dal libretto, ma che Martone ha voluto, quasi a rappresentare un coro muto, poiché è assente la massa di cantanti nella partitura di Giordano. La scenografia è affidata a Margherita Palli, già spesso ospite della Scala, che in collaborazione col regista ha ideato un palazzo di tre piani, che si muove a sipario aperto per mostrare i locali in cui si svolgono gli avvenimenti. Ciò permette di non dover fermare lo spettacolo per delle pause tecniche, tant’è che è prevista una sola pausa fra secondo e terzo atto, così da creare un flusso musicale quasi continuo.

 

Foto 2

 

Il salone del Tornaquinci, che dovrebbe appacificare i fratelli Neri e Gabriello Chiarapace e Giannetto Malespini, è un grazioso ristorante con un bancone da bar sulla destra. I numerosi camerieri servono i commensali, riccamente vestiti dei costumi di Ursula Patzak. A fine del primo atto, senza alcuna pausa, l’imponente macchina scenica sposta in basso, a sipario aperto, l’appartamento di Ginevra che si trova sopra al ristorante. Ancora vediamo la sezione di diverse stanze: la camera della protagonista con una grande finestra da cui entra la luce dai lampioni della strada, di fianco la stretta stanzetta della governante e agli estremi le entrate. Strette intercapedini ai lati della costruzione lasciano intravedere i mattoni degli edifici circostanti.

A sinistra della sala del ristorante, oltre un muro, c’è il guardaroba, dal quale si accede alle scale che conducono alla cantina, tetra e spoglia. Qui, dove probabilmente si contrabbandavano liquori durante il proibizionismo, Neri viene detenuto, legato a una sedia in pelle, perché creduto pazzo e resta vittima indifesa della vendetta da parte dei suoi nemici. Ciò accade nel terzo atto e ci palesa le faide familiari che permangono nei nuclei mafiosi, orribile retaggio della società medioevale.

 

Foto 3

 

Durante la prova generale, abbiamo potuto apprezzare come l’infallibile scenografia della Palli sia avvalorata dalle efficaci luci di Pasquale Mari e dalla accurata delineazione della psicologia dei personaggi da parte di Martone, che ha arricchito l’azione di particolari effetti durante l’esplosione dei proiettili. Giannetto, interpretato da Marco Berti, evolve da un beffato colmo di frustrazione per le violenze subite a un algido e abile burattinaio, che non si scompone nemmeno di fronte a un doloroso fratricidio. La prova del cantante non è però stata eccelsa, a causa di un registro grave non ben sostenuto e degli acuti talvolta forzati, almeno nel primo atto. La Ginevra di Kristin Lewis è libertina, sensuale, disinibita e decisa a godere quanti più amanti può, ma l’interpretazione vocale non dà particolare entusiasmo, che è invece maggiore nella Lisabetta di Jessica Nuccio. Ha soddisfatto la prova del Neri di Nicola Alaimo, tanto nella voce quanto nella presenza scenica.

L’orchestrazione del direttore Carlo Rizzi, che già avevamo apprezzato in Tosca lo scorso giugno, non ha fatto che confermare le nostre attese. Le sonorità sono state equilibrate e hanno creato un perfetto dialogo fra le famiglie di strumenti e le voci che hanno entusiasmato il pubblico.

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